domenica 25 gennaio 2026

Gino Strada – Pappagalli verdi

“Cosa vorresti fare da grande? Quando ero un ragazzino, rispondevo il musicista o lo scrittore. Ho finito col fare il chirurgo, il chirurgo di guerra per la precisione.” 

 “Spero solo che si rafforzi la convinzione, in coloro che decideranno di leggere queste pagine, che le guerre, tutte le guerre sono un orrore. E che non ci si può voltare dall’altra parte, per non vedere le facce di quanti soffrono in silenzio.” 

 “Non sta negli atlanti di geografia, il Kurdistan, e occupa poche righe nei libri di storia. Nessun curdo siede nel grande palazzo dell’Onu, e nessuno parla a nome loro. Come se non ci fossero, rimossi dalla cronaca e dalla politica. Ma loro esistono, sono qui.” 

 “La pasta è per noi, italiani girovaghi, un’arma preziosa, un mezzo sicuro per socializzare e iniziare a capirsi con gente di altre culture e tradizioni.” 

 “Hutu e tutsi. Rivalità etniche vecchie di secoli, esasperate dalla politica coloniale di privilegiare una delle due etnie, che va poi a occupare i posti di prestigio, e di potere, nella società. Vecchie ferite poi diventate piaghe infette difficili da guarire.” 

 “Scatto loro alcune foto, perché voglio che quella immagine mi resti, un’immagine dolce di una catena infinita di sofferenze. Va documentata, questa nuova allucinante malattia, le mine antiuomo, che si trasmette dai genitori ai figli in modo quasi ereditario.”

 “Promettere costa, poco, si dice, se poi non si mantiene l’impegno. E non farlo? Costa ancor meno, praticamente niente, basta girarsi dall’altra parte. Una promessa è un impegno, è il mettersi ancora in corsa, è il non sedersi su quel che si è fatto. Dà nuove responsabilità, obbliga a cercare, a trovare nuove energie.” 

 “Guarda, questo è un pezzo di mina giocattolo, l’hanno raccolto sul luogo dell’esplosione. I nostri vecchi le chiamano pappagalli verdi… e si mette a disegnare la forma della mina: dieci centimetri in tutto, due ali con al centro un piccolo cilindro.” 

 “Mine giocattolo, studiate per mutilare bambini. Ho dovuto crederci, anche se ancora oggi ho difficoltà a capire.” 

 “Ho visto troppo spesso bambini che si risvegliano dall’intervento chirurgico e si ritrovano senza una gamba, o senza un braccio. Hanno momenti di disperazione, poi, incredibilmente, si riprendono. Ma niente è insopportabile, per loro, come svegliarsi nel buio. I pappagalli verdi li trascinano nel buio, per sempre.” 

 “Che cosa spinge la mente umana a immagina, a programmare la violenza?” 

 “Kabul, 25 aprile 1992. Da dieci giorni, ormai, tutti si chiedono quando i mujaheddin invaderanno la città, e come.” 

 “Trovarsi in una città assediata in attesa di un attacco, per chi non ha il coraggio né l’incoscienza dei guerriglieri, è un misto di paura e curiosità.” 

 “Non siamo militari, né abbiamo armi o scorte armate, ogni volta è un salto nel buio, sperando di trovare qualcuno che ci conosca e che apprezzi quel che si sta facendo per portare soccorso a questo popolo sventurato.” 

 “In fondo, ma non vorrei essere frainteso o accusato di snobismo, è un gioco. Nel senso più vero. Come gli scacchi o il bridge, Attività libere, non condizionate, senza secondi fini, che si praticano solo perché piacciono. E perché piace vincere, come mi piace vincere nel mio lavoro.” 

 “Meccanismo di attivazione, detonatore, carica principale. Tutto così asettico, per tecnici e militari. la chiamano la catena esplosiva. Dimenticando però che alla fine della catena, quello che è esploso è Esfandyar, bambino di dodici anni.” 

 “In zone di guerra non può valere il principio “prima il più grave”. Non ti puoi permettere di spendere tre ore a operare qualcuno con poche probabilità di sopravvivere. Consumi inutilmente energie e materiali, e, sopratutto, altre persone moriranno nel frattempo, mentre si sarebbero salvate se operate prima. E allora devi cercare di fare “il meglio per la maggioranza” di quei feriti.” 

 “Passerà alla storia come il Bloody Friday, il venerdì di sangue. Ma non ci sarà sangue, per le strade di Halabja. Niente corpi mitragliati sulle bancarelle che vendono arance, nei piccoli negozi della strada principale dove stanno appese centinaia di sandali di plastica e i larghi chador neri che vestono le donne. Niente fragore di bombe, nessuna casa squarciata. Solo il ronzio degli aerei. Aerei, nuvole, aria, aria…” 

 “E in quel libro ho visto davvero Halabja. Per la prima volta. Cinquemila corpi per le strade, bambini con le bocche spalancate e gli occhi vitrei, ammassati come scorfani nelle ceste al mercato del pesce, madri accovacciate per terra, piccole come chiocciole nei loro chador di poliestere, anziani col turbante disfatto riversi per strada a guardare in su e maledire il cielo. Cinquemila morti.” 

 “Quando un governo ha interesse a non far sapere in giro le proprie nefandezze, deportazioni di massa o esecuzioni sommarie, tanto per fare un paio di esempi, una delle reazioni classiche è sbattere fuori dal paese le organizzazioni scomode, e il Cicr è certamente tra queste.” 

 “Era il 1935 quando gli italiani arrivarono fino a Dessiè. I nostri aerei bombardarono con cura la città, e diedero prova di grande ardimento voltando perfino a bassa quota, per fare il tiro a segno sugli abitanti del luogo, sprezzanti del pericolo rappresentato dagli indigeni armati di bastoni.” 

 “C’è un ragazzino in un angolo, ha perso una gamba e fissa le garze intrise di sangue e di pus giallastro che gli fasciano la coscia. Come molti, aspetta di vedere se morirà, perché non ci sono medici né medicinali.” 

 “Me ne torno a Luanda con una rabbia triste. Dal finestrino del fuoristrada di Marcos si vedono mutilati che chiedono l’elemosina ai bordi della strada, e ragazzini rimasti soli a girovagare in cerca di qualcosa da rubare per tirare avanti.” 

 “Ne abbiamo ragionato a lungo, abbiamo cercato di capire perché i bambini, quei bambini, non piangono. Mi ha sollecitato a parlare della miseria che si fa routine, della presenza silenziosa della tragedia, e a volte della morte, che diventa condizione di vita. Forse è questa quotidianità della tragedia che li prepara a non piangere.” 

 “Non c’erano dubbi, allora, su chi fossero i buoni e chi i cattivi. L’aggressivo imperialismo statunitense, i gendarmi del mondo, baluardo degli interessi economici delle multinazionali. Noi invece stavamo dalla parte dei deboli, dei contadini innaffiati di napalm o delle donne costrette nei bordelli a prostituirsi agli invasori. Tutto troppo semplice, come avremmo capito molti anni dopo. Lentamente, e con fatica, avremmo scoperto che il mondo non era esattamente a due colori, ma che in mezzo ci poteva stare un’infinità di sfumature.” 

 “E non sono scoppiato a piangere quella volta, perché sapevo che sarebbe stato un pianto senza fine e non potevo, non volevo permettermelo.” 

 “Idee di solidarietà, consapevolezza di essere in qualche modo in debito, ciascuno di noi, verso i più sventurati della terra.” 

  “Hanno scavato la fossa, e poi un altro tunnel laterale, secondo l’usanza curda, perché la terra non sia direttamente a contatto col cadavere, coperto solo da un lenzuolo e da una stuoia di paglia.” 

 “Le ore che precedono la conquista sono i momenti più pericolosi, lo ho già vissuto altre volte, in altri paesi. Perché c’è l’instabilità, e tutti sono troppo nervosi per mantenere dei comportamenti anche lontanamente razionali, e hanno, come si dice, il grilletto facile.” 

 “Poi sentiamo il sibilo, inconfondibile. Il sibilo di Kabul, di Mogadiscio e Sarajevo, di Kigali e Dessié: cresce piano piano, fa quasi male alle orecchie, un secondo, due… poi il botto, e i vetri che tremano, e i bambini che riprendono a piangere.” 

 “Poi la guerra l’ho vista davvero, e da vicino, facendo il mio mestiere di chirurgo. E ho potuto guardarle in faccia, le vittime.” 

 “L’ultimo arrivato è un bambino biondo, centrato in piena fronte da una pallottola. Il sangue non cola più, impregna i capelli, ormai coagulato e quasi congelato per il gran freddo.”

martedì 20 gennaio 2026

M l’uomo della provvidenza – Antonio Scurati

 “Benvenuti nella dimora del più giovane presidente del Consiglio d’Italia e del mondo.” 

 “Poi, però, era venuto il 3 gennaio. Il giorno della riscossa. Il giorno in cui Benito Mussolini, ritto sul cassero della presidenza del Consiglio, aveva affrontato da solo il Parlamento in burrasca e aveva trionfato. Il giorno in cui Benito Mussolini aveva detto “Io”. Io solo – aveva urlato – porto la responsabilità politica, morale, storica di quanto è accaduto. Io sono l’Italia, io sono il fascismo, io sono il senso della lotta, io sono il dramma grandioso della storia. Se c’è qualcuno che osi impiccarmi a questo ramo nodoso, si alzi adesso e tiri fuori il sapone e la corda. Nessuno si era alzato.” 

 “Un regime politico non può essere giudicato da un tribunale ma soltanto dalla Storia.” 

 “Gli italiani, come tutti i popoli ricchi di fermenti estetici, amano le figure nette e definite, vogliono una continuità nello stile, pretendono coerenza da chi ambisce a guidarli.

 “Sono trascorsi appena sei anni eppure quel centinaio scarso di reduci esaltati che fondarono il fascismo è diventato una moltitudine osannante, quel movimento farneticante con poche centinaia di adepti un partito con più di mezzo milione d’iscritti, quell’avventuriero della politica, odiato dagli ex compagni socialisti, temuto dai benpensanti e dato per spacciato da tutti, è ora il capo del governo di una nazione prona ai suoi piedi.” 

 “La Storia insegnava che, quando toccava in sorte un cataclisma, si doveva ubbidire a un unico criterio: vivere. Vivere e durare. Sopravvivere, come uomini dell’avvenire. Niente altro, niente di più, niente di meno.”

 “Il bilancio dell’afosa estate italiana del millenovecentoventicinque è, dunque, questo: Amendola è ferito; Giuseppe Donati, il giornalista cattolico accusatore di De Bono, è costretto all’espatrio; il 19 settembre il Partito socialista italiano decide di tornare in Parlamento. L’Aventino è finito.” 

 “Ora Benito Mussolini è scolpito nel bronzo, in posa da tiranno. Serra le mascelle, aggrotta le sopracciglia, divarica le narici come un cane da punta, mostra il mento, sporge le labbra quasi a voler baciare il mondo e le inarca in una lieve ma inflessibile smorfia di disgusto. Il ritratto di un uomo dentro la Storia e contro di essa.”

 “La comunità dei fascisti non è più un cerchio di liberi guerrieri – una spada, un voto – che nomina per acclamazione il proprio Capo ma un reggimento di soldati obbedienti. Una rivoluzione, un Capo. La rivoluzione è finita.” 

 “Mussolini è stato chiaro con lui: non si tratta più soltanto di reprimere il dissenso. L’obiettivo è più ambizioso: bisogna rieducare un popolo, ortopedizzare una nazione. Qui si tratta di imporre nuove regole per il parco umano.” 

 “Non c’è piaggeria peggiore di quella rivolta al tribunale del futuro. Il futuro ci giudicherà, spietato, e senza la minima competenza.” 

 “L’ultimo discorso di Giovanni Giolitti in Parlamento, di cui è stato per mezzo secolo prima un protagonista e poi il dominatore quasi assoluto, si spegne insieme a esso, in tono sommesso, non con un applauso e nemmeno con un boato, ma con uno sbadiglio.” 

 “Essere il capo degli scontenti. Ecco la via. Se non puoi sedere al tavolo dei dominatori, dei satolli, dei signori del banchetto, vai nelle cucine e sobilla gli sguatteri, i camerieri cui gettano gli avanzi, aizza i servi. Quando, nel millenovecentodicianove, Benito Mussolini fonda i Fasci di combattimento, aveva intuito per primo che, nell’era delle masse, spalancata davanti a lui come il portale di un’antica magione in rovina, si sarebbe affermata una passione politica più potente della speranza: la paura; e, aggrappandosi a quella, si era issato al potere.” 

 “Ma con il nuovo secolo la speranza sarebbe stata soppiantata dalla paura. E con essa dalla delusione, lo sconforto, lo smarrimento, il senso di sconfitta, di esser stati traditi, di declassamento, fino all’astio, al rancore, alla rabbia vendicativa.” 

 “Uno s’immagina sempre che la fine debba giungere con uno schianto. Poi, quando arriva, scopri che gli uomini e i mondi muoiono in un lamento soffocato, qualcosa di molto simile a un frigno. La seduta della Camera dell’8 dicembre, ultima della XXVII legislatura e, dunque, ultima di un Parlamento democraticamente eletto, si è conclusa senza una zuffa, una protesta, nemmeno un piccolo ma tenace gesto simbolico. E’ scivolata via come ordinaria amministrazione.” 

 “Ora, come dirà l’arcivescovo di Praga in visita a Roma, e come dopo di lui ribadirà il papa davanti a studenti e professori dell’Università Cattolica, Benito Mussolini è l’uomo della provvidenza.” 

 “L’epopea finisce qui. La spedizione italiana, forte di tremila uomini tra fanti e artiglieri, e, soprattutto, dell’appoggio aereo di una ventina di bombardieri, conquista Cufra in mezza giornata. Il resto è massacro. Il saccheggio dura tre giorni interi.” 

 “Al popolo non resta che adorare. Adorare quel corpo, o straziarlo.” 

 “Non dimentichi, quando sarà buio, di accendere la lampada sulla mia scrivania e di lasciarla accesa tutta la notte. Alla gente non importa davvero quel che decido per loro, gli basta sapere che esisto.”