“Fame, freddo, giacche consunte, scarpe scalcagnate; le guance rubizze dei tedeschi erano ingiallite. Vento d’autunno, e gli uomini cadevano per le strade come foglie. Ai bambini davano un pezzetto di elastico da masticare per ingannarli e non farli piangere. La polizia di notte pattugliava i ponti per impedire alle madri di gettarsi nel fiume con i loro neonati, affogare e farla finita.”
“Lo conobbi al Pireo. Ero andato al porto per imbarcarmi per Creta. Era quasi l’alba. Pioveva. Soffiava un forte scirocco, e gli spruzzi del mare arrivavano fino alla piccola taverna.”
“E’ amaro separarsi lentamente dalle persone che si amano; meglio dare un taglio netto e rimanere ancora per conto proprio, nella condizione più connaturata agli uomini, la solitudine.”
“Come dicono i tuoi amati giapponesi: Fudoshin! Impassibilità, atarassia, il volto di una maschera sorridente e impenetrabile. Quello che succede dietro la maschera sono affari nostri.”
“L’anima dell’uomo è fatta di fango, è grezza, impermeabile, ha sentimenti rozzi e grossolani, e non riesce a indovinare niente di chiaro, di certo; se avesse potuto indovinare, come sarebbe stata diversa quella separazione!”
“Capii che questo Zorba era l’uomo che da tanto tempo cercavo senza trovare; un cuore vivo, una bocca vorace, un’anima grande e spontanea che non ha ancora tagliato il cordone ombelicale con sua madre, la Terra.”
“Felice l’uomo, pensavo, che prima di morire ha avuto la fortuna di navigare l’Egeo.”
“Mi vergognai delle mie mani senza calli, del mio volto pallido e della mia vita non esposta al sole.”
“Hai mai visto un popolo intero impazzire alla vista della sua libertà? No? Eh, allora, povero il mio padrone, sei nato cieco e cieco morirai.”
“Bevi un bicchiere di vino, e il mondo impazzisce. Cos’è mai la vita, padrone?”
“Ogni sera Zorba mi fa viaggiare per la Grecia, la Bulgaria, Costantinopoli, e io chiudo gli occhi e vedo tutto. Lui ha percorso i Balcani caotici e tormentati, e i suoi piccoli occhi sventi e acuti come quelli di un falco hanno perlustrato tutto.”
“Lasciali stare tranquilli, padrone, non aprir loro gli occhi; se glieli apri, che cosa vedranno? La loro povertà e miseria! Lasciaglieli chiusi, quindi, che possano sognare!”
“Restammo entrambi fino a tardi intorno al braciere in silenzio. Ebbi un’altra conferma di come la felicità sia una cosa semplice e frugale – un bicchiere di vino, una castagna, un misero braciere, il rumore del mare; nient’altro. Per rendersi conto che tutto questo è felicità serve soltanto un cuore semplice e frugale.”
“Non sono uscito anch’io da una fogna?
Da una fogna? dissi stupito. Cosa vuoi dire, Mimithos?
Be’, dalla pancia di una mamma.
Rimasi senza parole. Soltanto uno Shakespeare, pensai, nei suoi momenti più creativi avrebbe saputo trovare un’espressione così realisticamente cruda per descrivere l’oscure, maleodorante mistero della nascita.”
“La vita è piena di noie – proseguì Zorba, solo la morte non lo è. Sai cosa significa essere vivi? Slacciarsi la cintura e andare a caccia di guai.”
“Ed ecco che quel giorno capii fino in fondo: è un peccato mortale violare le leggi secolari; abbiamo il dovere di seguire con fiducia il ritmo eterno del creato.”
“Il mondo era per Zorba, come per gli uomini primitivi, una visione compatta; le stelle so fioravano, il mare si frangeva contro le sue tempie; lui viveva, senza l’intervento deformante della ragione, la terra, le acque, gli animali, Dio.”
“Perché anche la tua signoria è come me, ma non lo sa; anche tu hai un diavolo dentro di te, ma non sai ancora come si chiama. E poiché non sai come si chiama, ti senti soffocare; battezzalo, padrone, e ti sentirai meglio.”
“Vicino a lui, il tempo aveva assunto un nuovo sapore; non era più una successione matematica di eventi, né un problema irrisolto dentro di me; era una sabbia calda e fina, che mi faceva il solletico scorrendomi dolcemente tra le dita.”
“Più salivamo, e più l’anima si elevava, si purificava. Avvertii una volta di più l’influenza che hanno sull’anima l’aria balsamica, la levità del respiro, l’ampiezza dell’orizzonte.”
“Fin quando mi sarà dato vivere, pensavo, e godere della dolcezza di questa terra, del vento, del silenzio e del profumo dell’arancio fiorito?”
“Mare, donne, vino, e molto lavoro! Buttarti a capofitto nel lavoro, nel vino, nell’amore e non aver paura di Dio né del Diavolo… Questo vuol dire essere giovani e forti!”
“Uno squisito vino cretese, rosso come il sangue della lepre; lo bevevi, ed era come comunicarti con il sangue della terra, ti sentivi un portento. Le vene ti traboccavano di forza, il cuore di bontà; se eri un agnello, diventavi un leone, e se eri un leone, un drago. Dimenticavi le meschinità quotidiane, i confini angusti si spezzavano, ti confondevi con gli uomini, con gli animali, con Dio, diventavi una cosa sola con loro.”
“Quando tutto ci va storto, quale gioia nel mettere alla prova la nostra anima per misurarne il valore e la resistenza! Diresti che un nemico invisibile e onnipotente – alcuni lo chiamano Dio, altri Diavolo – si avventa su di noi per abbatterci, ma noi restiamo eretti.”
“Per questo Ci vuole follia; follia, hai capito? Rischiare tutto! Ma tu hai cervello, e questo sarà la tua rovina. Il cervello è un droghiere, tiene i registri, annota le uscite, le entrate, i profitti, le perdite. E’ un bravo amministratore, non rischia mai tutto, tiene sempre qualcosa di riserva. Non taglia la fune, no! La stringe in mano il furfante; se gli sfugge, è perduto, perduto, poveretto! Ma se non tagli la fune, mi dici che gusto ha la vita? Di camomilla, di camomillina; non di rum, che scaravolta il mondo!”
“Quando ero un bambino, ero pieno di entusiasmi, di desideri primordiali, me ne stavo sempre da solo e sospiravo perché il mondo mi andava stretto.
Poi, pian piano, col tempo, ero diventato sempre più saggio; ponevo dei limiti, separavo il possibile dall’impossibile, l’umano dal divino, mi tenevo stretto l’aquilone perché non mi sfuggisse.”
Nessun commento:
Posta un commento
Per aspera ad astra