martedì 25 agosto 2026

Uomini e no – Elio Vittorini

“L’inverno del ’44 è stato a Milano il più mite che si sia avuto da un quarto di secolo; nebbia quasi mai, neve mai, pioggia non più da novembre, e non una nuvola per mesi; tutto il giorno il sole. Spuntava il giorno e spuntava il sole; cadeva il giorno e se ne andava il sole.” 

 “Bisogna che gli uomini possano essere felici. Ogni cosa ha un senso solo perché gli uomini siano felici. Non è solo per questo che le cose hanno un senso?” 

 “Perché, ora, lottavano? Perché vivevano come animali inseguiti e ogni giorno esponevano la loro vita? Perché dormivano con una pistola sotto il cuscino? Perché lanciavano bombe? Perché uccidevano?” 

 “Ma i bravi soldati vanno a una battaglia dove la morte è a somiglianza di loro, brava come loro, ed essi invece andavano a una battaglia dove la morte non era affatto brava. I bravi soldati hanno davanti altri bravi soldati. Combattono contro uomini che sono anch’essi uomini, anch’essi pacifici e semplici.” 

 “Questi uomini non avevano dietro niente che li costringesse, niente che prendesse su di sé quello che loro facevano. Restava dentro a loro quello che loro facevano. Come accadeva che fossero semplici e pacifici anche loro? Che non fossero terribili?” 

 “Perché, se non erano terribili, uccidevano? Perché, se erano semplici, se erano pacifici, lottavano? Perché, senza aver niente che li costringesse, erano entrati in quel duello a morte e lo sostenevano?” 

 “Egli era curioso degli uomini, domandava sempre, ma mai trovava l’ultimo perché delle loro cose.” 

 “Io a volte non so, quando quest’uomo è solo – chiuso al buio in una stanza, steso su un letto, uomo al mondo lui solo – io quasi non so s’io non sono, invece del suo scrittore, lui stesso.” 

 “Egli lo sapeva, e i morti glielo dicevano. Chi aveva colpito non poteva colpire di più nel segno. In una bambina e in vecchio, in due ragazzi di quindici anni, in una donna, in un’altra donna: questo era il modo migliore di colpir l’uomo. Colpirlo dove l’uomo era più debole, dove aveva l’infanzia, dove aveva la vecchiaia, dove aveva la sua costola staccata e il cuore scoperto: dov’era più uomo. Chi aveva colpito voleva fare il lupo, far paura all’uomo.” 

 “La sua faccia era stata ferma e buona. Egli era stato un uomo pacifico, un uomo semplice. Perché, ora, era morto? Avrebbe potuto non combattere: soltanto amare il cinematografo e i cinesi. Ma era stato costretto a combattere, ed era come la bambina ch’era stata tirata fuori dal letto e fucilata. Era la stessa cosa. Non meno di lei innocente, e la sua morte come quella di lei. Non meno ingiustificata.” 

 “Se piangiamo accettiamo. Non bisogna accettare.” 

 “Più indietro, nei due vani della piazza che mettono sul grande viale dove passa il tram, due carri armati tenevano puntati i cannoni verso l’infilata del corso. La gente che era davanti ai morti non li vedeva. Veniva e vedeva i morti, il vecchio ignudo, la donna dal vestito spaccato, poi i militi, il cartello, e poteva non vedere altro. Ma ora la gente era ferma, guardava i militi che mangiavano, e vide, ai due lati, sopra i due Tigre e intorno, ragazzi biondi che giocavano.” 

“Un vecchio bianco dorme da secoli nell’uomo. Noi ce ne ricordiamo; è il padre nostro che ha edificato l’arca, il padre lavoratore; egli ha lavorato, si è ubriacato, e dorme ridendo ignudo attraverso i secoli. Gli occhi che dai ragazzi biondi ritornavano ai morti si ricordavano di lui. Vedevano il vecchio ignudo, e pensavano a lui ignudo nel vino, pensavano come se l’antico padre fosse stato ucciso nel sonno del suo vino.” 

 “Scosse il capo, guardò insieme agli altri i militi che mangiavano, i ragazzi biondi che giocavano, e di nuovo guardò i morti, guardò il vecchio. Che c’era in lui? Il ricordo di suo padre stesso? S’inginocchiò, e nessuno fu stupito che s’inginocchiasse. Non c’era in lui quello che c’era in tutti? Coprire il vecchio ucciso, questo tutti volevano, e che quei ragazzi non offendessero più la nudità di lui.” 

 “Da tutta la sua mattina a Milano ritornò in lei come ad una foce il lungo fiume del pianto che pur era parso, e d’improvviso, tutto già passato via. La sua faccia aveva potuto splendere, ma lo aveva avuto dentro sotterraneo, per ora era lì, al punto stesso in cui l’era parso di non averlo più un fiume di emozione e di pace che la portò calmo e largo, celeste pace, come la vita più seria che volevano i morti.” 

 “Lui non voleva prendersi la responsabilità di consegnare la gente al plotone d’esecuzione. Questa era una responsabilità che toccava ai tribunali. Era un tribunale, lui? Lui non era un tribunale.” 

 “L’uomo, si dice. E noi pensiamo a chi cade, a chi è perduto, a chi piange e ha fame, a chi ha freddo, a chi è malato, e a chi è perseguitato, a chi viene ucciso. Pensiamo all’offesa che gli è fatta, e la dignità di lui. Anche tutto quello che in lui è offeso, e ch’era, in lui, per renderlo felice. Questo è l’uomo.” 

 “Noi abbiamo Hitler oggi. E che cos’è? Non è uomo? Abbiamo i tedeschi suoi. Abbiamo i fascisti. E che cos’è tutto questo? Possiamo dire che non è, questo anche, nell’uomo? Che non appartenga all’uomo?” 

 “Diciamo oggi: è il fascismo. Anzi: il nazifascismo. Ma che cosa significa che sia il fascismo? Vorrei vederlo fuori dell’uomo, il fascismo. Che cosa sarebbe? Che cosa farebbe? Potrebbe fare quello che fa se non fosse nell’uomo di poterlo fare? Vorrei vedere Hitler e i tedeschi suoi se quello che fanno non fosse nell’uomo di poterlo fare. Vorrei vederli a cercar di farlo. Togliere loro l’umana possibilità di farlo e poi dire loro: Avanti, fate. Che cosa farebbero. Un corno, dice mia nonna. Può darsi che Hitler scriverebbe lo stesso quello che ha scritto, e Rosenberg lui pure; o che scriverebbero cretinerie dieci volte peggio. Ma io vorrei vedere, se gli uomini non avessero la possibilità di fare quello che fa Clemm, prendere e spogliare un uomo, darlo in pasto ai cani, io vorrei vedere che cosa accadrebbe nel mondo con le cretinerie di loro.” 

 “Veniva la notte, e somigliava alla perdizione che era sugli uomini, spenta, muta, fatta per resistere e aspettare o lasciarsi portare via.” 

 “Questo forse era il punto. Che si potesse resistere come se si dovesse resistere sempre; e non dovesse esservi mai altro che resistere. Sempre che uomini potessero perdersi, e sempre vederne perdersi, sempre non poter salvare, non potere aiutare, non potere che lottare o volersi perdere. E perché lottare? Per resistere. Come se mai la perdizione ch’era sugli uomini potesse finire, e mai potesse venire una liberazione. Allora resistere poteva esser semplice. Resistere? Era per resistere. Era molto semplice.” 

 “Non c’era che resistere per resistere, o non c’era che perdersi. Non c’era sempre stata sugli uomini la perdizione? I nostri padri erano perduti. Sempre il capo chino, le scarpe rotte. O erano perduti dal principio; o resistevano per resistere, e poi lo stesso si perdevano. Perché ora sarebbe finita? Perché vi sarebbe stata una liberazione?” 

 “Si avvicinavano a Milano. C’era terrapieni di ferrovia, cartelli pubblicitari d’altri tempi, sottopassaggi, incroci di strade, e sempre il freddo sulla pianura, la nebbia lieve. Imparerò meglio – disse l’operaio.”

giovedì 20 agosto 2026

Zorba il greco – Nikos Kazantzakis

“Ho provato spesso il desiderio di scrivere la vita e le imprese di Alexis Zorba, un vecchio operaio che ho molto amato. I maggiori benefattori della mia vita sono stati i viaggi e i sogni; pochissimi esseri umani, tra i vivi e i morti, mi hanno aiutato nella mia lotta. Ma se volessi distinguere le persone che hanno impresso l’impronta più profonda nella mia vita ne enumererei tre o quattro: Omero, Bergson, Nietzsche e Zorba.” 

 “Fame, freddo, giacche consunte, scarpe scalcagnate; le guance rubizze dei tedeschi erano ingiallite. Vento d’autunno, e gli uomini cadevano per le strade come foglie. Ai bambini davano un pezzetto di elastico da masticare per ingannarli e non farli piangere. La polizia di notte pattugliava i ponti per impedire alle madri di gettarsi nel fiume con i loro neonati, affogare e farla finita.” 

 “Lo conobbi al Pireo. Ero andato al porto per imbarcarmi per Creta. Era quasi l’alba. Pioveva. Soffiava un forte scirocco, e gli spruzzi del mare arrivavano fino alla piccola taverna.” 

 “E’ amaro separarsi lentamente dalle persone che si amano; meglio dare un taglio netto e rimanere ancora per conto proprio, nella condizione più connaturata agli uomini, la solitudine.” 

 “Come dicono i tuoi amati giapponesi: Fudoshin! Impassibilità, atarassia, il volto di una maschera sorridente e impenetrabile. Quello che succede dietro la maschera sono affari nostri.” 

 “L’anima dell’uomo è fatta di fango, è grezza, impermeabile, ha sentimenti rozzi e grossolani, e non riesce a indovinare niente di chiaro, di certo; se avesse potuto indovinare, come sarebbe stata diversa quella separazione!” 

 “Capii che questo Zorba era l’uomo che da tanto tempo cercavo senza trovare; un cuore vivo, una bocca vorace, un’anima grande e spontanea che non ha ancora tagliato il cordone ombelicale con sua madre, la Terra.” 

 “Felice l’uomo, pensavo, che prima di morire ha avuto la fortuna di navigare l’Egeo.” 

 “Mi vergognai delle mie mani senza calli, del mio volto pallido e della mia vita non esposta al sole.” 

 “Hai mai visto un popolo intero impazzire alla vista della sua libertà? No? Eh, allora, povero il mio padrone, sei nato cieco e cieco morirai.”

 “Bevi un bicchiere di vino, e il mondo impazzisce. Cos’è mai la vita, padrone?” 

 “Ogni sera Zorba mi fa viaggiare per la Grecia, la Bulgaria, Costantinopoli, e io chiudo gli occhi e vedo tutto. Lui ha percorso i Balcani caotici e tormentati, e i suoi piccoli occhi sventi e acuti come quelli di un falco hanno perlustrato tutto.” 

 “Lasciali stare tranquilli, padrone, non aprir loro gli occhi; se glieli apri, che cosa vedranno? La loro povertà e miseria! Lasciaglieli chiusi, quindi, che possano sognare!” 

 “Restammo entrambi fino a tardi intorno al braciere in silenzio. Ebbi un’altra conferma di come la felicità sia una cosa semplice e frugale – un bicchiere di vino, una castagna, un misero braciere, il rumore del mare; nient’altro. Per rendersi conto che tutto questo è felicità serve soltanto un cuore semplice e frugale.” 

 “Non sono uscito anch’io da una fogna? Da una fogna? dissi stupito. Cosa vuoi dire, Mimithos? Be’, dalla pancia di una mamma. Rimasi senza parole. Soltanto uno Shakespeare, pensai, nei suoi momenti più creativi avrebbe saputo trovare un’espressione così realisticamente cruda per descrivere l’oscure, maleodorante mistero della nascita.” 

 “La vita è piena di noie – proseguì Zorba, solo la morte non lo è. Sai cosa significa essere vivi? Slacciarsi la cintura e andare a caccia di guai.” 

 “Ed ecco che quel giorno capii fino in fondo: è un peccato mortale violare le leggi secolari; abbiamo il dovere di seguire con fiducia il ritmo eterno del creato.” 

 “Il mondo era per Zorba, come per gli uomini primitivi, una visione compatta; le stelle so fioravano, il mare si frangeva contro le sue tempie; lui viveva, senza l’intervento deformante della ragione, la terra, le acque, gli animali, Dio.” 

 “Perché anche la tua signoria è come me, ma non lo sa; anche tu hai un diavolo dentro di te, ma non sai ancora come si chiama. E poiché non sai come si chiama, ti senti soffocare; battezzalo, padrone, e ti sentirai meglio.” 

 “Vicino a lui, il tempo aveva assunto un nuovo sapore; non era più una successione matematica di eventi, né un problema irrisolto dentro di me; era una sabbia calda e fina, che mi faceva il solletico scorrendomi dolcemente tra le dita.”

 “Più salivamo, e più l’anima si elevava, si purificava. Avvertii una volta di più l’influenza che hanno sull’anima l’aria balsamica, la levità del respiro, l’ampiezza dell’orizzonte.” 

 “Fin quando mi sarà dato vivere, pensavo, e godere della dolcezza di questa terra, del vento, del silenzio e del profumo dell’arancio fiorito?” 

 “Mare, donne, vino, e molto lavoro! Buttarti a capofitto nel lavoro, nel vino, nell’amore e non aver paura di Dio né del Diavolo… Questo vuol dire essere giovani e forti!” 

 “Uno squisito vino cretese, rosso come il sangue della lepre; lo bevevi, ed era come comunicarti con il sangue della terra, ti sentivi un portento. Le vene ti traboccavano di forza, il cuore di bontà; se eri un agnello, diventavi un leone, e se eri un leone, un drago. Dimenticavi le meschinità quotidiane, i confini angusti si spezzavano, ti confondevi con gli uomini, con gli animali, con Dio, diventavi una cosa sola con loro.” 

 “Quando tutto ci va storto, quale gioia nel mettere alla prova la nostra anima per misurarne il valore e la resistenza! Diresti che un nemico invisibile e onnipotente – alcuni lo chiamano Dio, altri Diavolo – si avventa su di noi per abbatterci, ma noi restiamo eretti.” 

 “Per questo Ci vuole follia; follia, hai capito? Rischiare tutto! Ma tu hai cervello, e questo sarà la tua rovina. Il cervello è un droghiere, tiene i registri, annota le uscite, le entrate, i profitti, le perdite. E’ un bravo amministratore, non rischia mai tutto, tiene sempre qualcosa di riserva. Non taglia la fune, no! La stringe in mano il furfante; se gli sfugge, è perduto, perduto, poveretto! Ma se non tagli la fune, mi dici che gusto ha la vita? Di camomilla, di camomillina; non di rum, che scaravolta il mondo!” 

 “Quando ero un bambino, ero pieno di entusiasmi, di desideri primordiali, me ne stavo sempre da solo e sospiravo perché il mondo mi andava stretto. Poi, pian piano, col tempo, ero diventato sempre più saggio; ponevo dei limiti, separavo il possibile dall’impossibile, l’umano dal divino, mi tenevo stretto l’aquilone perché non mi sfuggisse.”