mercoledì 30 settembre 2026

Luce nell’oscurità – Roberto Baggio

“Da quando non gioco più, non è più domenica, canta Cesare Cremonini. Ma forse, per me, non è proprio così. Le mie domeniche, oggi, sono semplicemente diverse. Le passo a casa, con la mia famiglia.” 

 “Eppure, di quella notte ho impressa nella mente un’immagine viva. Eravamo noi quattro, io, Andreina, Valentina e Mattia, stretti e vicini, sdraiati uno accanto all’altro. Mi sembra di vederla ancora adesso, quella luce nell’oscurità della notte.” 

 “Il buddhismo ci insegna che l’uomo è nato per affrontare il dolore e per conviverci. Tutti nasciamo, tutti invecchiamo, tutti ci ammaliamo, tutti moriamo. Ma si può cambiare prospettiva. A me è successo di trovare la luce grazie al buddhismo.” 

 “Ribadisco: c’è un prima e un dopo quel momento. Prima tutto era fatica, sofferenza; dopo è iniziato un impegno costante a lavorare dentro di me, che dura ancora oggi.” 

 “Tornano certi attimi? No. Esiste il modo di rivivere due volte la stessa cosa, per quanto bella e appagante? Impossibile. E allora godiamoci ogni istante, ogni momento.” 

 “A volte mi capita di pensare tra me e me a cosa avrei potuto fare con le ginocchia a posto, se avessi potuto giocare con due gambe invece di una e mezza, o una soltanto.” 

 “Si sente dire che bisognerebbe tornare ad allenare la destrezza nei ragazzi, la tecnica e l’improvvisazione negli spazi stretti. Mi sembra ancor più vero quando penso che io stesso ho affinato tante delle mie capacità giocando con una pallina, stretto in un corridoio con i miei fratelli…” 

 “Il calcio era tanto, se non tutto. Era l’Italia degli oratori, dove moltissimi campioni nascevano e crescevano liberi.” 

 “Non si giocava soltanto al campo. A quei tempi eravamo liberi, liberi di muoverci per le strade del paese. C’erano meno auto, meno pericoli. E, grazie ai nostri genitori, eravamo liberi anche di sbagliare. Nessuna famiglia sentiva di avere in casa un fuoriclasse; non c’erano tutte le pressioni che oggi vedo addossare così spesso sui ragazzini che giocano le loro prime partite.” 

 “Domenica 5 maggio, a Rimini, contro la squadra di Arrigo Sacchi (mio futuro allenatore in Nazionale e per pochi mesi al Milan), andammo in vantaggio con un mio gol. Sembrava fatta: con quella rete, che valeva la possibile vittoria, il Vicenza era pronto a staccare in classifica i rivali diretti a garantirsi la promozione in serie B, che in effetti sarebbe arrivata. Tutto bello, tutto felice. E invece, ecco l’abisso.” 

 “All’improvviso, il crack. La rottura, la fine di tutto. Un dolore che penetra nel ginocchio e raggiunge rapido il cervello. A Rimini, il 5 maggio 1985, la mia vita cambia davvero per la prima volta.” 

 “Diego fu bravo a preparare la semifinale anche fuori dal campo, trascinando i tifosi napoletani dalla sua parte. A fine partita scambiai la maglia con lui: la conservo ancora con tanto orgoglio e affetto.” 

 “Nel 1991-1992 arrivammo secondi dietro al fortissimo Milan di Capello. Era un avversario quasi impossibile da sconfiggere, la squadra più difficile da battere che abbia mai incontrato. Non perdeva mai, Van Basten segnava a raffica e non incassavano reti, al massimo pareggiavano.” 

 “Pochi mesi più tardi, il 25 gennaio 1994, ricevetti a Parigi il Pallone d’oro. L’apice della mia carriera, almeno dal punto di vista emotivo. Nel gioco del calcio esiste una linea sottile che separa la felicità del sogno: io l’ho varcata quel giorno, negli studi di France 2, non lontano dalla Senna.” 

 “Se ci penso, mi fa sorridere: vinsi il Pallone d’oro pur senza ricevere il voto dei giornalisti italiani, a cui evidentemente non stavo molto simpatico. Forse perché ero schivo, introverso, timido e, soprattutto, non rilasciavo interviste, forse mi scambiavano per un arrogante che li snobbava. In realtà, come accade tuttora, volevo proteggere la privacy sopra ogni cosa.” 

 “Il mio mondo, al di fuori del calcio, è sempre iniziato e finito con la mia famiglia, la natura, la pratica buddhista.” 

 “La famiglia e la fede mi hanno tenuto lontano dalle tante futili distrazioni che avrei potuto incontrare lungo il mio percorso. Hanno mantenuto salde le mie radici, anche in un mondo di luci e di fama nel quale avrei potuto perdermi.” 

 “Nell’istante in cui mi accorgo che il pallone sta volando verso il cielo, alto sopra la traversa di Taffarel, il mio cuore si ferma. Tutto diventa buio, un brivido mi percorre la schiena, gli occhi si riempiono di lacrime, manca il respiro. Il mio sogno e quello di milioni di italiani, è svanito, si è trasformato in un incubo. Non sento alcun rumore attorno a me, solo un dolore nel petto e lo sconforto. Rimango lì immobile, con le braccia sui fianchi, a guardare l’erba.” 

 “Come ho detto molte volte, quel giorno a Pasadena ho deluso il bambino che era in me, quel bambino che era cresciuto sognando il suo destino, che aveva rincorso il pallone ogni giorno mosso dal desiderio di giocare, un giorno, una finale mondiale contro il Brasile. Forse è per questo che non riesco a perdonarmi.” 

 “Il mio sogno da bambino l’ho infranto con quel tiro alto. So però che il rigore è un atto di coraggio, con cui si assume un rischio e una grande responsabilità, in una sfida contro se stessi.” 

 “Volendo l’acconciatura della ragazza immaginai che potesse essere comoda e le chiesi di farmi delle treccine con gli elastici, che poi legai in un codino. Sbarcato in America, decisi di ripetere l’acconciatura. Fu così che diventai per tutto il Divin Codino.” 

 “In agosto acquistai una tenuta in Argentina: il mio rifugio, il mio porto sicuro nel mondo.” 

 “Milioni di stelle, luminose e brillanti, che decoravano il cielo. Uno spettacolo incredibile. Ma soprattutto mi sentii piccolo, infinitamente piccolo. Tutto era pace. Quella luce sembrava tornare a me, mi riempiva il cuore, calmava il mio animo. Di nuovo, luce nell’oscurità.” 

 “Finalmente avevo vinto gli scudetti che mi erano sempre mancati, ma il calcio stava cambiando. Non ho mai capito la rigidità di certi schemi. Per i trequartisti, per noi famosi numeri 10, sembrava non esserci più spazio nel 4-4-2 imperante. Un campione come Zola fu costretto a emigrare in Premier, e così fece la sua fortuna.” 

 “Parlare della mia carriera senza affrontare i rapporti complicati che ho avuto con alcuni allenatori è pressoché impossibile. Spesso l’amore dei tifosi ha urtato la sensibilità di alcuni di loro, che hanno reagito togliendomi dal campo o limitando la mia possibilità di esprimermi e di far divertire la gente.” 

 “Se ho avuto la forza di giocare fino a trentasette anni, lo devo tanto anche a Carletto Mazzone. Un uomo puro, che non le mandava a dire se necessario, proprio come un buon padre. Un tecnico capace di tenere sempre unita la squadra, di motivare e di dare equilibrio con parole chiare e una straordinaria umanità. È stato l’allenatore che più ha creduto in me, mi ha restituito il divertimento, la libertà, la leggerezza e la spensieratezza con cui bisognerebbe vincere lo sport.” 

 “Se nella sua carriera ha ottenuto salvezze miracolose con tante squadre è perché partiva da un principio in cui anch’io ho sempre creduto: il calcio lo fanno gli undici che scendono in campo e l’allenatore non deve dare loro un copione da recitare, ma creare le condizioni perché si esprimano al massimo, senza imbrigliare i giocatori tecnici e fantasiosi.” 

 “È il 16 maggio 2004. Dopo settecentosei gare ufficiali e trecentoventitré gol segnati – una media di quasi uno ogni due match, come recitano pomposamente le statistiche – sto per compiere l’ultimo passo su un campo di gioco. De Biasi mi ha richiamato in panchina a due minuti dal termine di diciannove stagioni di Serie A. Mi si avvicina Paolo Maldini e mi abbraccia. L’omaggio del Meazza suscita sensazioni difficili da spiegare. Sono tutti in pedi. Ottantamila persone mi applaudono e gridano il mio nome.” 

 “Quando mi è stato chiesto un apporto allo sviluppo del movimento calcistico italiano, ho anche provato a dare un contributo al calcio come presidente del settore tecnico di Coverciano. Purtroppo, però, lì non si parlava di pallone, ma solo di articoli, leggi e commi. Capii presto che non era possibile cambiare le cose.” 

 “Dopo quell’ultima partita a San Siro ho respirato profondo. Lo faccio ogni giorno, godendomi la natura, l’amore, le stelle, l’universo infinito intorno a noi. Cercando la luce nell’oscurità. Auguro a tutti voi di inseguire i vostri sogni e di trovare questa stessa luce.”

venerdì 25 settembre 2026

Le schegge – Bret Easton Ellis

“Molti anni fa mi resi conto che un libro, un romanzo, è un sogno che chiede di essere scritto nello stesso modo in cui ci s’innamora di qualcuno: il sogno diventa irresistibile, non c’è niente che tu possa fare, e infine cedi e soccombi anche se il tuo istinto ti dice di battertela a gambe perché potrebbe trattarsi, dopotutto, di un gioco pericoloso – in cui qualcuno probabilmente si farà male.” 

 “Eravamo adolescenti, bambini superficialmente sofisticati, che non sapevano davvero nulla di come funzionava il mondo – lo stavamo sperimentando, immagino, ma senza avere cognizione.” 

 “Ma non ce ne fregava niente: eravamo fatti e giovani ed era una tiepida sera di primavera e stavamo entrando nel mondo degli adulti.” 

 “Sperimentavamo con la nuova libertà che si era spalancata di fronte a noi, attivando qualcosa all’interno del nostro gruppo ora che volevamo diventare in fretta adulti e lasciarci alle spalle quello che ormai ci appariva come il soffocante mondo dell’infanzia. Time for me to fly…” 

 “Non c’era alcun dubbio sul fatto che i miei genitori mi volessero bene, e se costretto avrei ammesso che anch’io gli volevo bene, ma stavo diventando un adulto autonomo e avevo capito che non avevo più bisogno di loro come un tempo.” 

 “La ragione fondamentale del concretizzarsi di quel weekend fu, me ne rendo conto ora, il sesso, e la speranza legata al sesso. Aveva a che fare col desiderio nella sua forma più elementare, una purezza che non avrei sperimentato mai più.” 

 “Nel 1981 Thom poteva semplicemente imbarcare la valigia e andare al gate dopo che l’avessi lasciato sul marciapiede del Lax, semideserto a mezzogiorno, pochi minuti prima che l’aereo decollasse – non c’erano controlli, allora in un aeroporto potevi andare dove ti pareva, i voli spesso erano pieni a metà e tutti erano vestiti bene.” 

 “Ma del resto, pensai, mentre la paura iniziava a sovrastare la tristezza, chi mai si meritava qualcosa? Ci capita quel che ci capita.” 

 “Il Valium non stava facendo effetto e sottili filamenti d’ansia si stavano dipanando nell’aria attorno a me, come tentacoli che strisciassero attraverso la tovaglia sul tavolo del la Scala, avvolgendomi le braccia, il petto, il collo.” 

 “Io ero fortunato. Ero dei Pesci. Ero del segno zodiacale dei due pesci che nuotano in direzioni opposte – un sognatore, incessantemente impegnato a risalire la corrente, non del tutto razionale, incline alle teorie, ma pronto a perseguire ciecamente qualsiasi cosa volesse, un romantico, un individualista che non sentiva la necessità di uniformarsi alla massa.”