lunedì 2 marzo 2026

Un anno sull’altipiano – Emilio Lussu

“Alla fine maggio 1916, la mia brigata – reggimenti 399° e 400° – stava ancora sul Carso. Sin dall’inizio della guerra, essa aveva combattuto solo su quel fronte. Per noi, era diventato ormai insopportabile. Ogni palmo di terra di ricordava un combattimento o la tomba di un compagno caduto.” 

 “I contadini allontanati dalla loro terra, erano come naufraghi. Nessuno piangeva, ma i loro occhi guardavano assenti. Era il convoglio del dolore. I carri, lenti, sembravano un accompagnamento funebre. La nostra colonna cessò i canti e si fece silenziosa.” 

 “É da oltre un anno che io faccio la guerra, un po’ su tutti i fronti, e finora non ho visto in faccia un solo austriaco. Eppure ci uccidiamo a vicenda, tutti i giorni. Uccidersi senza conoscersi, senza neppure vedersi! É orribile! É per questo che ci ubriachiamo tutti, da una parte e dall’altra.” 

 “L’anima del combattente di questa guerra è l’alcool. Il primo motore è l’alcool. Perciò i soldati, nella loro infinita sapienza, lo chiamano benzina.” 

 “La situazione era difficile, e ce ne accorgemmo all’alba, quando gli austriaci aprirono il fuoco. Nell’ordine che c’era stato comunicato, era scritto: Bisogna rimanere aggrappati al terreno, con le unghie e con i denti. La frase, d’odore letterario, rendeva peraltro con sufficiente approssimazione la posizione di ciascuno di noi.” 

 “Tutto il terreno tremava sotto i nostri piedi. Un terremoto sconvolgeva la montagna. Anche adesso, a tanta distanza di tempo, mentre il nostro amor proprio, per un processo psicologico involontario, mette in rilievo, del passato, solo i sentimenti che ci sembrano i più nobili e accantona gli altri, io ricordo l’idea dominante di quei primi momenti. Più che un’idea, un’agitazione, una spinta istintiva: salvarsi.” 

 “Il bombardamento continuava, ma il battaglione teneva. Quanto abbia durato quel tiro io non saprei dirlo. Non l’avrei potuto dire neppure allora. Durante un’azione si perde la cognizione del tempo. Si crede di essere alle dieci del mattino e si è alle cinque del pomeriggio. Improvvisamente, una nostra mitragliatrice aprì il fuoco. Io mi levai per vedere. Gli austriaci attaccavano.” 

 “Noi vedevamo reparti interi cadere falciati. I compagni si spostavano, per non passare sui caduti. I battaglioni si ricomponevano. Il canto riprendeva. La marea avanzava.” 

 “Io sono destituito dal comando? Ma l’esercito italiano è comandato da austriaci! É una vergogna! Egli era furibondo. Ma, passato il furore, dovette decidersi ad ubbidire.”

 “Gli austriaci agitavano i fucili e i berretti, verso di noi. Hurrà! Io non mi rendevo conto di quella festa. Essa era qualcosa di più che la gioia per una posizione conquistata, senza contrasto. Perché tanto entusiasmo? Io mi voltai indietro e capii. Di fronte, tutta illuminata dal sole, come un immenso manto ricoperto di perle scintillanti, si stendeva la pianura veneta. Sotto, Bassano e il Brenta; e poi, più in fondo, a destra, Verona, Vicenza, Treviso, Padova. In fono, a sinistra, Venezia. Venezia!” 

 “Anche il generale si curvò. I soldati lo guardavano, con odio. É un eroe – commentò il generale. Un vero eroe. Quando egli si drizzò, i suoi occhi, nuovamente, si incontrarono con i miei. Fu un attimo. In quell’istante, mi ricordai d’aver visto quegli stessi occhi, freddi e roteanti, al manicomio della mia città, durante una visita che ci aveva fatto fare il nostro professore di medicina legale.” 

“I sei morti erano stesi a terra, uno a fianco all’altro. Noi li contemplavamo, pensierosi. Presto o tardi, sarebbe venuto, anche per noi, il nostro turno.” 

 “Quanto durasse quella nostra posizione, io non lo ricordo. In combattimento, si perde, la nozione del tempo, sempre.” “Il terreno circostante era ingombro di feriti. Ordini, grida, urla si levavano da ogni parte. V’era dovunque un aspetto di confusione e di terrore.” 

 “La guerra di posizione ricominciava. I sogni di manovra e vittoria fulminea svanivano. Bisognava ricominciare daccapo, come prima, sul Carso.” 

“Io ho dimenticato molte cose della guerra, ma non dimenticherò mai quel momento. Guardavo il mio amico sorridere, fra una boccata di fumo e l’altra. Dalla trincea nemica, partì un colpo isolato. Egli piegò la testa, la sigaretta fra le labbra e, da una macchia rossa, formatasi sulla fronte, sgorgò un filo di sangue. Lentamente, egli piegò su sé stesso, e cadde sui miei piedi. Io lo raccolsi morto.” 

 “Avevo con me tutti i soldati veterani del Carso e non avevo bisogno di dare molte spiegazioni. All’ora fissata, bevuto il cognac, uscimmo dalle trincee…” 

 “Per chi non sia abituato, fa una certa impressione abbandonare il riparo della trincea, uscire e trovarsi allo scoperto, di fronte ai tiri di fucile delle vedette nemiche.” 

 “Le mitragliatrici falciarono le prime ondate e il battaglione non arrivò neppure alle trincee. Per tutta la giornata, nella stretta vallata, non si sentivano che i lamenti dei feriti.” 

 “Ci preferiscono affamati, assetati e disperati. Così, non ci fanno desiderare la vita. Quanto più miserabili siamo, meglio è per loro. Così, per noi è lo stesso che siamo morti o che siamo vivi.” 

 “Di tutti i momenti della guerra, quello precedente l’assalto era il più terribile. L’assalto! Dove si andava? Si abbandonavano i ripari e si usciva. Dove? Le mitragliatrici, tutte, sdraiate sul ventre imbottito di cartucce, ci aspettavano. Chi non ha conosciuto quegli istanti, non ha conosciuto la guerra.” 

 “Due soldati si mossero ed io lividi, uno a fianco dell’altro, aggiustarsi il fucile sotto il mento. Uno si curvò, fece partire il colpo e si accovacciò su se stesso. L’altro l’imitò e stramazzò accanto al primo. Era codardia, coraggio pazzia? Il primo era un veterano del Carso.” 

 “Che noi avessimo gridato o no, le mitragliatrici nemiche ci attendevano. Appena oltrepassammo una striscia di terreno roccioso ed incominciammo la discesa verso la vallata, scoperti, esse aprirono il fuoco. Le nostre grida furono coperte dalle loro raffiche. A me sembrò che contro di noi tirassero dieci mitragliatrici, talmente il terreno fu attraversato da scoppi e da sibili. I soldati colpiti cadevano pesantemente come se fossero stati precipitati dagli alberi.”

 “Io guardai verso le trincee nemiche. I difensori non erano nascosti, dietro le trincee. Erano tutti in piedi e sporgevano oltre la trincea. Essi si sentivano sicuri. Parecchi erano addirittura dritti sui parapetti. Tutti sparavano su di noi, puntando calmi, come in piazza d’armi.” 

 “Il capitano stette sull’attenti finché il generale non scomparve. Rimasto solo con noi, si sedette e pianse tutta la notte, senza riuscire a pronunziare una parola.” 

 “Io ho paura di diventare pazzo, – mi disse. – Io divento pazzo. Un giorno o l’altro, io mi uccido. Bisogna uccidersi. Io non seppi dirgli niente. Anch’io sentivo delle ondate di follia avvicinarsi e sparire. A tratti, sentivo il cervello sciaguattare nella scatola cranica, come l’acqua agitata in una bottiglia.” 

 “La vita di trincea, anche se dura, è un’inezia di fronte a un assalto. Il dramma della guerra è l’assalto. La morte è un avvenimento normale e si muore senza spavento. Ma la coscienza della morte, la certezza della morte inevitabile, rende tragiche le ore che la precedono.” 

 “Dalla fine di maggio, non c’era arrivato in linea un solo pezzo di vestiario. Chi più chi meno, eravamo un po’ tutti vestiti come vagabondi.” 

 “Noi vogliamo vivere, vivere, vivere. Bere e vivere. Cognac. Dormire e vivere e cognac. Stare all’ombra e vivere. E ancora del cognac. E non pensare a niente. Perché, se dovessimo pensare a qualcosa, dovremmo ucciderci l’un l’altro e finirla una volta per sempre.” 

 “Eravamo giunto all’altezza del comando del 1° battaglione, quando ci arrivò la notizia che il generale Leone era morto, colpito al petto da una pallottola esplosiva. Perché non chiamare le cose con il loro vero nome? Fu una gioia, un tripudio.” 

 “Una vita sconosciuta si mostrava improvvisamente ai nostri occhi. Quelle trincee, che pure noi avevamo attaccato tante volte inutilmente, così viva ne era stata la resistenza, avevano poi finito con l’apparirci inanimate, come cose lugubri, inabitate da viventi, rifugio di fantasmi misteriosi e terribili. Ora si mostravano a noi, nella loro vera vita. Il nemico, il nemico, gli austriaci, gli austriaci!… Ecco il nemico ed ecco gli austriaci. Uomini e soldati come noi, fatti come noi, in uniforme come noi, che ora si muovevano, parlavano e prendevano il caffè, proprio come stavano facendo, dietro di noi, in quell’ora stessa, i nostri stessi compagni! Strana cosa.” 

 “Bastava che premessi il grilletto: egli sarebbe stramazzato al suolo. Questa certezza che la sua vita dipendesse dalla mia volontà, mi rese esitante. Avevo di fronte un uomo. Un uomo! Un uomo!” 

 “In guerra, chi è un metro avanti considera gli altri al sicuro.” 

 “Trovai il babbo molto invecchiato. Lo avevo sempre creduto un uomo forte. Mi accorsi subito che non era più lo stesso. Egli era depresso e non nascondeva il suo scoraggiamento. Noi eravamo i soli figli e tutti e due in fanteria. Non si faceva più illusioni. Non sperava che noi potessimo rientrare sani e salvi dalla guerra.” 

 “Cercai il comandante del battaglione, e lo trovai, come gli altri, nel fango. Anch’egli beveva.”

 “Noi siamo professionisti della guerra e non ci possiamo lamentare se siamo obbligati a farla. Ma, quando siamo pronti per un combattimento, e, all’ultimo momento, arriva l’ordine di sospenderlo, glielo dico io, mi creda, si può essere coraggiosi finché si vuole, ma fa piacere. Sono questi, lealmente, i più bei momenti della guerra.” 

 “Non è la guerra di fanterie contro fanterie, di artiglierie contro artiglierie. E’ la guerra di cantine contro cantine, barili contro barili, bottiglie contro bottiglie.”

mercoledì 25 febbraio 2026

Ferito a morte – Raffaele La Capria

“La nenia s’interrompe. Ora il sig. De Luca versa l’acqua bollente nella macchinetta. Il caffè macinato non va compresso, non troppo piena, così. Il vassoio con la tazzina, la zuccheriera, ecco fatto.” “Che giornata! L’odore della bella giornata, proprio l’odore.”

 “Bisogna leggere i giornali, non solo i libri, anche i giornali schifosi che abbiamo qua, venduti, alleati della menzogna, leggerli per sentire, nonostante tutto, la grande vita del mondo che batte lontano.” 

 “Hai mai scoperto un’ombra nel suo sguardo? Quel segno che ti fa capire che qualunque cosa ti è successa è veramente successa a te, perché tu, vuoi o non vuoi, te la porti appresso anche dopo che te ne sei dimenticato, e anche se non sai ti ha cambiato?” 

 “Trafitta si rovesciò di fianco, splendida tutta d’argento, con le pinne irte sul dorso, la bocca aperta nello spasimo, il corpo a mezzaluna e come paralizzato. Il peso dell’asta la trascinava così, a fondo, sopra un liscio scoglio bianco, e il sangue saliva dalla ferita come un filo di fumo rosato nell’acqua. Poi l’asta cominciò a tintinnare sullo scoglio, lo spago uno strappo, teso, nelle mie mani, la spigola con l’asta infilata nel corpo tentò, si dibatté, frenetica. Ma l’aletta dell’arpione s’era bene aperta, non aveva più scampo.” 

 “Ma lei guardava la spigola sul fondo della barca: Perché l’hai uccisa? Cercai la risposta: Quando la vedi sott’acqua è un’altra cosa, è così piena di vita, di bellezza, e tu vuoi possederla, non c’è scampo.” 

 “Si permettono di giocare per più di due giorni. Non sanno fare altro: i signori nei Circoli, la gentarella al lotto, e tutti al totocalcio. Che sperano? Sempre in una combinazione di carte di numeri di segni. E poi ecco come si riducono, chiusi in una stanza piena di puzzo, di fumo, mentre qua ci sta sto sole, e non permettono a nessuno di entrare perché i signori sono nervosi quando si spellano vivi, con la testa che gli balla per tutti i caffè, la simpamina, le sigarette, i whisky, con le mani che gli tremano sopra le carte, e si capisce! Si giocano i milioni, stanno a fa’ la tombola con i fagioli.” 

 “Ragazzini scalzi di tutte le misure, neri allegri e denutriti, e le loro occhiate, il bianco degli occhi come spicchi d’aglio. Ne vedi uno, ti volti un momento, e allo stesso posto ne trovi due, tre: partenogenesi partenopea.” 

 “Per lei le persone sono divise in due categorie, le persone carine, che sarebbero poi i signori. E i cafoni, che sono tutti gli altri, quelli che incontri per strada, nei filobus o al Circolo. Esistono anche due categorie intermedie, a dir la verità, quella delle brave persone e quella delle persone impossibili.”

 “Tu fa’ lo spiritoso, ma voi con tutta la vostra storia ci perdete al confronto, noi eravamo ragazzi vivi, uscivamo dal fuoco, alla tua età tuo zio era un leone, appena si incontravano due o tre di noi in una strada, come per miracolo spuntava una palla, e finivamo che era scuro, eccetera.” 

 “Bianco vino ghiacciato appanna il bicchiere di Massimo, anche gli occhi già appannati, poi di là sul letto, nella controra, incapace di una lucida conversazione, tra i fumi di contagiose esasperate malinconie.” 

 “In fono Gaetano aveva ragione. – Che cosa ancora ti trattiene? Avrebbe riso se gli avessi risposto: Ritrovare uno solo di quei giorni. ma quali giorni? Sono esistiti?” 

 “L’aspetto ambiguo dell’umanità del napoletano con la sua antitesi di miseria e commedia, di vita e teatro. Le due Napoli, una la montatura e l’altra quella vera. La Napoli bagnata dal mare e quella dove il mare non arriva, il Vesuvio e il contro-Vesuvio. Eccetera eccetera.” 

 “Ma sarà poi passata davvero per Napoli la Storia del Mondo, come voleva farci credere Croce?” 

 “E dunque il Circolo lo potevi definire: una comunione di ozi, frivolo tirocinio di quel grande ozio sociale cui cooperano fino alla morte tutti gli appartenenti alla cosiddetta classe dirigente.” 

 “T’aspetto in barca? Non vengo, gli ho detto. E quei colpi di maglio annunciavano l’estate anche stamattina, nel dormiveglia m’era parso come una volta, la stessa gioia con l’odore della prima maglietta di cotone indossata, pantaloni di tela azzurra sbiadita dell’anno precedente freschi sulla coscia, e più leggero il corpo, liberi i movimenti, il primo scatto nell’acqua gelata del primo bagno, il silenzio sulle spiagge, il grido di un pescatore che s’allarga nel cielo. Ora solo quel mot-bot, mare barche spiagge affollate, e carte sporche preservativi una striscia nera di catrame intorno agli scogli, sott’acqua un deserto, ogni forma di vita e avventura distrutta, nemmeno un saragotto degno di una sommozzata – no, non vengo, non vengo, gli ho detto.” 

 “Le chiacchiere, di solito, cominciano in treno, quelli di tutti i miei ritorni. E’ affollato di facce conosciute, mai viste prima e conosciute sempre.”

 “Giovani funzionari di partito all’arrembaggio dei posti più pagati, i loro ideali coincidono sempre con l’interesse o con un fine secondario, sognatori di modeste felicità, sempre prudentissimi, mai una volta che si compromettono con una frase azzardata, tattici e pratici, corrono sempre in soccorso del vincitore, insomma tutte cose che si sanno, meglio parlare d’altro…” 

 “Una società come quella napoletana, dice Rossomalpelo, produce spontaneamente i tipi come tuo fratello. Servono a fare apparire divertente una vita che in realtà è noiosa, rappresentano per pochi anni un miraggio di felicità.” 

 “la gente è sempre la stessa, anzi, se è possibile, sono peggiorati, che vuoi, oggi a Napoli quando fanno i soldi diventano lazzaroni, non li sanno portare i soldi, diventano volgari e impossibili.” 

 “Ma il cielo? Il cielo, intatto, inalterabile, è sempre una gioia immensa, lontana, struggente, che ti sovrasta e che non puoi condividere.” 

 “Eh, è finita l’epoca del cavalieravvocatocommendatore che come niente ti faceva aprire un bar! Ora è arrivato il mascalzone con la Rolls Royce sotto il palazzo e lo yacht a Santa Lucia, è l’epoca dell’appaltesportarmatore. E c’è il grattacielo alto sulla marea edilizia a testimoniare, se ne dubiti, i gusti e la rapida ascesa dal basso verso l’alto del nuovo arrivato. La storia, la stessa storia meschina, continua. Baroni re e viceré – e ora questi altri, seduti al ristorante, si sentono sotto il culo un sufficiente numero di piani arbitrariamente costruiti: ciò li rassicura, la storia non muta, e stimola l’appetito. Prima emigri e poi denigri – la solita tiritera: Ti pare bello, ingrato, denigrare così il buon nome? Ma il buon nome di chi? E finisce col solito diversivo: sovversivo. E va bene! Sovversivo, dolcemente avverso all’azzurro che avvolge tenero le case, cammino disincantato per le strade della città materna, come vipera nel seno che l’accolse, invelenito da freddo amore, riscaldandomi al suo tepore.” 

 “No, non li ho trovati, il Sudamerica è un’illusione caro mio, là per sopravvivere o t’impieghi o vai a cercare l’oro, fare il napoletano non conviene ed è rischioso.” 

  “E chi sarebbe codesto? mi domandò il mio amico. Un principe delle apparenze. Non fare il napoletano, che significa? Molto fascino e poche lire.” 

 “Tu capisci, in una città dove il settanta per cento non ha un lavoro fisso, per forza devi inventare, non trovi? Ci costringono.”