giovedì 23 aprile 2026

Il paradiso delle signore – Emile Zola

“Denise si era avviata a piedi dalla Gare Saint-Lazare, dove era scesa con i due fratelli da un treno proveniente da Cherbourg dopo aver trascorso la notte sulla dura panca di una carrozza di terza classe.” 

 “Era un continuo ronzio di macchina in azione, un’infornata di clienti stipate nei reparti, stordite con le merci e poi spedite alla cassa. Il tutto con la precisione e la regolarità di un congegno meccanico che piegava un intero popolo di donne alla logica dei suoi ingranaggi.” 

 “A quell’ora della sera il Bonheur des Dames l’aveva completamente conquistata con il suo bagliore di fornace.” 

 “Si era gettata di nuovo sul letto e piangeva pensando ai suoi bambini, piangeva a dirotto senza avere la forza di togliersi le scarpe, ubriaca di fatica e di tristezza.” 

 “Ormai non erano più che ingranaggi presi nel movimento della macchina, spogliati della loro personalità, meri addendi che si sommavano nella forza totale e anonima del potente falansterio.”

 “Era la cattedrale del commercio moderno, solida e leggera, eretta per il popolo delle clienti.” 

 “Era la realizzazione moderna di un palazzo da sogno, di una torre di Babele che saliva di piano in piano, si allargava in ampie sale e apriva fughe prospettiche su altri piani e altre sale, all’infinito.” 

 “Il denaro è così stupido se non si spende.”

 “Dietro lo zio, che avanzava con il passo muto e cieco di un bue bastonato, le sembrava di sentire lo scalpiccio di una mandria condotta al macello, il fallimento delle botteghe di un intero quartiere, tutto il piccolo commercio che trascinava la sua rovina nel fango nero di Parigi con un calpestio di ciabatte.” 

 “Non poteva far altro che assistere fino alla fine all’opera inesorabile della vita che trae continuamente dalla morte il seme che la feconda.” 

 “Con la sua impresa aveva creato una nuova religione; le chiese a poco a poco disertate dalla fede vacillante erano soppiantate dal suo bazar nelle anime ormai disoccupate.” 

 “Teneva Denise tra le braccia, la stringeva perdutamente al petto dicendole che adesso poteva partire, che avrebbe passato un mese a Valognes in modo da chiudere la bocca alla gente e che poi sarebbe andato lui stesso a riprenderla per ricondurla al suo braccio, regina onnipotente.”

sabato 18 aprile 2026

La strada giovane – Antonio Albanese

“Nel letto che non smetteva di tremare, Nino pensava al calore del pane. Era certo che se ci avesse pensato abbastanza forte, sarebbe riuscito a sentirlo proprio sui palmi delle mani. Ma era difficile concentrarsi, se i denti battevano in quel modo.” 

 “Davvero non c’era niente di più zitto di un siciliano che avesse deciso di star zitto.” 

 “La fame vera era una presenza, fissa al tuo fianco, impossibile da scacciare o da ignorare. Qualcosa di fisico, di reale come i tronchi degli alberi, come i sassi. E di tormentoso.” 

 “Non c’era nessuno intorno e guardando giù vide che era una strada strana, non piena di buchi e rovinata come tutte quelle che aveva visto finora, ma una strada che sembrava rifatta di fresco. Una strada giovane. Nino avanzò deciso verso il piccolo paese.” 

 “Tutto è perduto, con la guerra. Il Papa e sua nonna avevano ragione. Erano perdute le vie e i ponti e le ferrovie e le case, e poi i tralicci dell’elettricità, i vestiti dei bambini, gli sguardi delle persone.” 

 “Addentandolo, Nino non riuscì più a trattenere il pianto, perché quello, per quanto secco, era pane vero, il primo che mangiava da settimane, da mesi, da prima di finire internato. Non sapeva ancora di casa, quel pane, ma almeno non sapeva di cenere.” 

 “Forse due miracoli, in un giorno, potevano anche succedere.” 

 “In piedi sulla riva del mare, Nino guardava la Sicilia. Era lì, vera, vicinissima: solo una sagoma nella notte, ma reale. Pochi chilometri di acqua salata lo separavano da Messina. Non riusciva a smettere di piangere. Se ne stava lì in piedi con le braccia lungo i fianchi, e singhiozzava.” 

 “Quel passo si chiamava traghetto e lui avrebbe preso il traghetto. Senza biglietto, pazienza. Che lo buttassero a mare. Nino aveva paura, ma era anche stanco paura.” 

 “Vai subito a casa da tua madre, cosa aspetti? Allora Nino balzò in piedi e si mise a correre. A correre come se fosse inseguito dai tedeschi, dai combattimenti, dagli americani, dai banditi e dai contrabbandieri tutti insieme. Come se fosse l’ultima corsa. Arrivò a casa senza fiato, non si fermò a chiedersi se ci fosse qualcuno, a pensare a cosa potesse essere successo. Salì le scale e bussò alla porta.” 

 “Era a casa, e a casa c’era qualcuno che poteva sempre risolvere ogni situazione. Papà! chiamò.” 

 “Sa che non è tornato uguale, e non solo per le decine di chili in meno ma per le ombre nella testa, per gli incubi nella memoria.” 

 “Non c’è più niente di cui aver paura. Piega un ginocchio a terra, seguendo la preghiera iniziale. Poi si rialza, muove i primi passi, timidi all’inizio, poi più decisi. Adesso è tempo di ballare.”