lunedì 5 ottobre 2026

Uno, nessuno e centomila – Luigi Pirandello

“Che fai? – mia moglie mi domandò, vedendomi insolitamente indugiare davanti allo specchio. Niente, – le risposi, – mi guardo qua, dentro il naso, in questa narice. Premendo, avverto un certo dolorino. Mia moglie sorrise e disse: Credevo ti guardassi da che parte ti pende. Mi voltai come un cane a cui qualcuno avesse pestato la coda: Mi pende? A me? Il naso? E mia moglie, placidamente: Ma sì, caro. Guardatelo bene: ti pende verso destra.” 

 “Sfido a non irritarsi, ricevendo come generosa concessione ciò che come diritto ci è stato prima negato.” 

 “E non si sa, le mogli? Fatte apposta per scoprire i difetti del marito.” 

 “Ero rimasto così, fermo ai primi passi di tante vie, con lo spirito pieno di mondi, o di sassolini, che fa lo stesso. Ma non mi pareva affatto che quelli che m’erano passati avanti e avevano percorso tutta la via, ne sapessero in sostanza più di me. M’erano passati avanti, non si mette in dubbio, e tutti braveggiando come tanti cavallini; ma poi, in fondo alla via, avevano trovato un carro: il loro carro; vi erano stati attaccati con molta pazienza, e ora se lo tiravano dietro. Non tiravo nessun carro, io; e non avevo perciò né briglie né paraocchi; vedevo certamente più di loro; ma andare, non sapevo dove andare.” 

 “Cominciò da questo il mio male. Quel male che doveva ridurmi in breve in condizioni di spirito e di corpo così misere e disperate che certo ne sarei morto o impazzito, ove in esso medesimo non avessi trovato (come dirò) il rimedio che doveva guarirmene.” 

 “Già subito mi figurai che tutti, avendone fatta mia moglie la scoperta, dovessero accorgersi di quei miei difetti corporali e altro non notare in me.” 

 “Mi si fissò invece il pensiero ch’io non ero per gli altri quel che finora, dentro di me, m’ero figurato di essere.” 

 “Per voi, esser soli, che vuol dire?” 

 “La solitudine non è mai con voi; è sempre senza di voi, e soltanto possibile con un estraneo attorno: luogo o persona che sia, che del tutto vi ignorino, che del tutto voi ignoriate, così che la vostra volontà e il vostro sentimento restino sospesi e smarriti in un’incertezza angosciosa e, cessando ogni affermazione di voi, cessi l’intimità stessa della vostra coscienza. La vera solitudine è in un luogo che vive per sè e che per voi non ha traccia nè voce, e dove dunque l’estraneo siete voi. Così io volevo esser solo. Senza me.” 

 “Se per gli altri non ero quel che finora avevo creduto d’essere per me, chi ero io?” 

 “Per gli altri le mie idee e il mio naso hanno tanta relazione, che se quelle, poniamo, fossero molto serie e questo per la sua forma molto buffo, si metterebbero a ridere.” 

 “Quando mi ponevo davanti a uno specchio, avveniva come un arresto in me; ogni spontaneità era finita, ogni mio gesto appariva a me stesso fittizio o rifatto. Io non potevo vedermi vivere.” 

 “Ripeto, credevo ancora che fosse uno solo questo estraneo: uno solo per tutti, come uno solo credevo d’esser io per me. Ma presto l’atroce mio dramma si complicò: con la scoperta dei centomila Moscarda ch’io ero non solo per gli altri ma anche per me, tutti con questo solo nome di Moscarda, brutto fino alla crudeltà, tutti dentro questo mio povero corpo ch’era uno anch’esso, uno e nessuno ahimè, se me lo mettevo davanti allo specchio e me lo guardavo fisso e immobile negli occhi, abolendo in esso ogni sentimento e ogni volontà. Quando così il mio dramma si complicò, cominciarono le mie incredibili pazzie.” 

 “L’idea che gli altri vedevano in me uno che non ero io quale mi conoscevo; uno che essi soltanto potevano conoscere guardandomi da fuori con occhi che non erano i miei e che mi davano un aspetto destinato a restarmi sempre estraneo, pur essendo in me, pur essendo il mio per loro (un mio dunque che non era per me!); una vita nella quale, pur essendo la mia per loro, io non potevo penetrare, quest’idea non mi diede più requie.” 

 “Siate sinceri: a voi non è mai passato per il capo di volervi veder vivere. Attendete a vivere per voi, e fate bene, senza darvi pensiero di ciò che intanto possiate essere per gli altri; non già perché dell’altrui giudizio non v’importi nulla, ché anzi ve ne importa moltissimo; ma perchè siete nella beata illusione che gli altri, da fuori, vi debbano rappresentare in sé come voi a voi stessi vi rappresentate.”

 “Purtroppo, ci sono io, e ci siete voi. Purtroppo.” 

 “Sapete invece su che poggia tutto? Ve lo dico io. Su una presunzione che Dio vi conservi sempre. La presunzione che la realtà, qual’è per voi, debba essere e sia ugualmente per tutti gli altri.” 

 “C’è in me e per me una realtà mia: quella che io mi dò; una realtà vostra in voi e per voi; quella che voi vi date; le quali non saranno mai le stesse nè per voi nè per me. E allora? Allora, amico mio, bisogna consolarci con questo: che non è più vera la mia che la vostra, e che durano un momento così la vostra come la mia.” 

 “Diciamo dunque che è in noi ciò che chiamiamo pace. Non vi pare? E sapete da che proviene? Dal semplicissimo fatto che siamo usciti or ora dalla città; cioè, sì, da un mondo costruito: case, vie, chiese, piazze; non per questo soltanto, però, costruito, ma anche perchè non ci si vive più così per vivere, come queste piante, senza saper di vivere; bensì per qualche cosa che non c’è e che vi mettiamo noi; per qualche cosa che dia senso e valore alla vita: un senso, un valore che qua, almeno in parte, riuscite a perdere, o di cui riconoscete l’affliggente vanità. E vi vien languore, ecco, e malinconia. Capisco,l capisco, Rilascio di nervi. Accorato bisogno d’abbandonarvi. Vi sentite sciogliere, vi abbandonate.” 

 “Qui, cari miei, avete veduto l’uccellino vero, che vola davvero, e avete smarrito il senso e il valore delle ali finte e del volo meccanico. Lo riacquisterete subito là, dove tutto è finto e meccanico, riduzione e costruzione: un altro mondo nel mondo: mondo manifatturato, combinato, congegnato; mondo d’artificio, di stortura, d’adattamento, di finzione, di vanità; mondo che ha senso e valore soltanto per l’uomo che ne è l’artefice.” 

 “Ci vorrebbe un pò più d’intesa tra l’uomo e la natura. Troppo spesso la natura si diverte a buttare all’aria tutte le nostre ingegnose costruzioni. Cicloni, terremoti… Ma l’uomo non si dà per vinto. Ricostruisce, ricostruisce, bestiolina pervicace. E tutto è per lui materia di ricostruzione. Perché ha in sè quella tal cosa che non si sa che sia, per cui deve per forza costruire, trasformare a suo modo la materia che gli offre la natura ignara, forse e, almeno quando vuole, paziente.” 

 “L’uomo piglia a materia anche se stesso, e si costruisce, sissignori, come una casa. Voi credete di conoscervi se non vi costruite in qualche modo? E ch’io possa conoscervi, se non vi costruisco a modo mio?” 

 “Fu un attimo, ma l’eternità. Vi sentii dentro tutto lo sgomento delle necessità cieche, delle cose che non si possono mutare: la prigione del tempo; il nascere ora, e non prima e non poi; il nome e il corpo che ci è dato; la catena delle cause; il seme gettato da quell’uomo: mio padre senza volerlo; il mio venire al mondo, da quel seme; involontario frutto di quell’uomo; legato a quel ramo; espresso da quelle radici.” 

 “A tutti i figli forse sarà avvenuto. Notare com’alcunché d’osceno che ci mortifica, laddove è il padre per noi che si rispetta. Notare, dico, che gli altri non dànno e non possono dare a questo padre quella stessa realtà che noi gli diamo.” 

 “Quando un atto è compiuto, è quello; non si cangia più. Quando uno, comunque, abbia agito, anche senza che poi si senta e si ritrovi negli atti compiuti, ciò che ha fatto, resta: come una prigione per lui.” 

 “…l’essere agisce necessariamente per forme, che sono le apparenze ch’esso si crea, e a cui noi diamo valore di realtà. Un valore che cangia, naturalmente, secondo l’essere in quella forma e in quell’atto ci appare.” 

 “Perché, quand’uno pensa d’uccidersi, s’immagina morto, non più per sé, ma per gli altri?” 

 “Sempre che ci avvenga di scoprire qualcosa che gli altri supponiamo non abbiano mai veduta, non corriamo a chiamare qualcuno perché subito la veda con noi?” 

 “Ma che altro avevo io dentro, se non questo tormento che mi scopriva nessuno e centomila?” 

“Nella penombra della cameretta rosea in disordine, il silenzio pareva consapevole dell’attesa vana d’una vita che i desideri momentanei di quella bizzarra creatura non avrebbero potuto mai far nascere né consistere in qualche modo.” 

 “Perché bisogna che lei fermi un attimo in sé la vita, per vedersi. Come davanti a una macchina fotografica. Lei s’atteggia. E atteggiarsi è come diventare statua per un momento. La vita si muove di continuo, e non può mai veramente vedere se stessa.” 

 “Lei non può conoscersi che atteggiata: statua: non viva. Quando uno vive, vive e non si vede. Conoscersi è morire. Lei sta tanto a mirarsi in codesto specchio, in tutti gli specchi, perché non vive; non sa, non può o non vuol vivere. Vuole troppo conoscersi, e non vive.” 

 “Ah, perdersi là, distendersi e abbandonarsi, così tra l’erba, al silenzio dei cieli; empirsi l’anima di tutta quella vana azzurrità facendovi naufragare ogni pensiero, ogni memoria!” 

“Non è altro che questo, epigrafe funeraria, un nome. Conviene ai morti. A chi ha concluso. Io sono vivo e non concludo. La vita non conclude. E non sa di nomi, la vita. Quest’albero, respiro tremùlo di foglie nuove. Sono quest’albero. Albero, nuvola; domani libro o vento: il libro che leggo, il vento che bevo. Tutto fuori, vagabondo.”

 “Pensare alla morte, pregare. C’è pure chi ha ancora questo bisogno, perché muojo ogni attimo, io, e rinasco nuovo e senza ricordi: vivo e intero, non più in me, ma in ogni cosa fuori.”

mercoledì 30 settembre 2026

Luce nell’oscurità – Roberto Baggio

“Da quando non gioco più, non è più domenica, canta Cesare Cremonini. Ma forse, per me, non è proprio così. Le mie domeniche, oggi, sono semplicemente diverse. Le passo a casa, con la mia famiglia.” 

 “Eppure, di quella notte ho impressa nella mente un’immagine viva. Eravamo noi quattro, io, Andreina, Valentina e Mattia, stretti e vicini, sdraiati uno accanto all’altro. Mi sembra di vederla ancora adesso, quella luce nell’oscurità della notte.” 

 “Il buddhismo ci insegna che l’uomo è nato per affrontare il dolore e per conviverci. Tutti nasciamo, tutti invecchiamo, tutti ci ammaliamo, tutti moriamo. Ma si può cambiare prospettiva. A me è successo di trovare la luce grazie al buddhismo.” 

 “Ribadisco: c’è un prima e un dopo quel momento. Prima tutto era fatica, sofferenza; dopo è iniziato un impegno costante a lavorare dentro di me, che dura ancora oggi.” 

 “Tornano certi attimi? No. Esiste il modo di rivivere due volte la stessa cosa, per quanto bella e appagante? Impossibile. E allora godiamoci ogni istante, ogni momento.” 

 “A volte mi capita di pensare tra me e me a cosa avrei potuto fare con le ginocchia a posto, se avessi potuto giocare con due gambe invece di una e mezza, o una soltanto.” 

 “Si sente dire che bisognerebbe tornare ad allenare la destrezza nei ragazzi, la tecnica e l’improvvisazione negli spazi stretti. Mi sembra ancor più vero quando penso che io stesso ho affinato tante delle mie capacità giocando con una pallina, stretto in un corridoio con i miei fratelli…” 

 “Il calcio era tanto, se non tutto. Era l’Italia degli oratori, dove moltissimi campioni nascevano e crescevano liberi.” 

 “Non si giocava soltanto al campo. A quei tempi eravamo liberi, liberi di muoverci per le strade del paese. C’erano meno auto, meno pericoli. E, grazie ai nostri genitori, eravamo liberi anche di sbagliare. Nessuna famiglia sentiva di avere in casa un fuoriclasse; non c’erano tutte le pressioni che oggi vedo addossare così spesso sui ragazzini che giocano le loro prime partite.” 

 “Domenica 5 maggio, a Rimini, contro la squadra di Arrigo Sacchi (mio futuro allenatore in Nazionale e per pochi mesi al Milan), andammo in vantaggio con un mio gol. Sembrava fatta: con quella rete, che valeva la possibile vittoria, il Vicenza era pronto a staccare in classifica i rivali diretti a garantirsi la promozione in serie B, che in effetti sarebbe arrivata. Tutto bello, tutto felice. E invece, ecco l’abisso.” 

 “All’improvviso, il crack. La rottura, la fine di tutto. Un dolore che penetra nel ginocchio e raggiunge rapido il cervello. A Rimini, il 5 maggio 1985, la mia vita cambia davvero per la prima volta.” 

 “Diego fu bravo a preparare la semifinale anche fuori dal campo, trascinando i tifosi napoletani dalla sua parte. A fine partita scambiai la maglia con lui: la conservo ancora con tanto orgoglio e affetto.” 

 “Nel 1991-1992 arrivammo secondi dietro al fortissimo Milan di Capello. Era un avversario quasi impossibile da sconfiggere, la squadra più difficile da battere che abbia mai incontrato. Non perdeva mai, Van Basten segnava a raffica e non incassavano reti, al massimo pareggiavano.” 

 “Pochi mesi più tardi, il 25 gennaio 1994, ricevetti a Parigi il Pallone d’oro. L’apice della mia carriera, almeno dal punto di vista emotivo. Nel gioco del calcio esiste una linea sottile che separa la felicità del sogno: io l’ho varcata quel giorno, negli studi di France 2, non lontano dalla Senna.” 

 “Se ci penso, mi fa sorridere: vinsi il Pallone d’oro pur senza ricevere il voto dei giornalisti italiani, a cui evidentemente non stavo molto simpatico. Forse perché ero schivo, introverso, timido e, soprattutto, non rilasciavo interviste, forse mi scambiavano per un arrogante che li snobbava. In realtà, come accade tuttora, volevo proteggere la privacy sopra ogni cosa.” 

 “Il mio mondo, al di fuori del calcio, è sempre iniziato e finito con la mia famiglia, la natura, la pratica buddhista.” 

 “La famiglia e la fede mi hanno tenuto lontano dalle tante futili distrazioni che avrei potuto incontrare lungo il mio percorso. Hanno mantenuto salde le mie radici, anche in un mondo di luci e di fama nel quale avrei potuto perdermi.” 

 “Nell’istante in cui mi accorgo che il pallone sta volando verso il cielo, alto sopra la traversa di Taffarel, il mio cuore si ferma. Tutto diventa buio, un brivido mi percorre la schiena, gli occhi si riempiono di lacrime, manca il respiro. Il mio sogno e quello di milioni di italiani, è svanito, si è trasformato in un incubo. Non sento alcun rumore attorno a me, solo un dolore nel petto e lo sconforto. Rimango lì immobile, con le braccia sui fianchi, a guardare l’erba.” 

 “Come ho detto molte volte, quel giorno a Pasadena ho deluso il bambino che era in me, quel bambino che era cresciuto sognando il suo destino, che aveva rincorso il pallone ogni giorno mosso dal desiderio di giocare, un giorno, una finale mondiale contro il Brasile. Forse è per questo che non riesco a perdonarmi.” 

 “Il mio sogno da bambino l’ho infranto con quel tiro alto. So però che il rigore è un atto di coraggio, con cui si assume un rischio e una grande responsabilità, in una sfida contro se stessi.” 

 “Volendo l’acconciatura della ragazza immaginai che potesse essere comoda e le chiesi di farmi delle treccine con gli elastici, che poi legai in un codino. Sbarcato in America, decisi di ripetere l’acconciatura. Fu così che diventai per tutto il Divin Codino.” 

 “In agosto acquistai una tenuta in Argentina: il mio rifugio, il mio porto sicuro nel mondo.” 

 “Milioni di stelle, luminose e brillanti, che decoravano il cielo. Uno spettacolo incredibile. Ma soprattutto mi sentii piccolo, infinitamente piccolo. Tutto era pace. Quella luce sembrava tornare a me, mi riempiva il cuore, calmava il mio animo. Di nuovo, luce nell’oscurità.” 

 “Finalmente avevo vinto gli scudetti che mi erano sempre mancati, ma il calcio stava cambiando. Non ho mai capito la rigidità di certi schemi. Per i trequartisti, per noi famosi numeri 10, sembrava non esserci più spazio nel 4-4-2 imperante. Un campione come Zola fu costretto a emigrare in Premier, e così fece la sua fortuna.” 

 “Parlare della mia carriera senza affrontare i rapporti complicati che ho avuto con alcuni allenatori è pressoché impossibile. Spesso l’amore dei tifosi ha urtato la sensibilità di alcuni di loro, che hanno reagito togliendomi dal campo o limitando la mia possibilità di esprimermi e di far divertire la gente.” 

 “Se ho avuto la forza di giocare fino a trentasette anni, lo devo tanto anche a Carletto Mazzone. Un uomo puro, che non le mandava a dire se necessario, proprio come un buon padre. Un tecnico capace di tenere sempre unita la squadra, di motivare e di dare equilibrio con parole chiare e una straordinaria umanità. È stato l’allenatore che più ha creduto in me, mi ha restituito il divertimento, la libertà, la leggerezza e la spensieratezza con cui bisognerebbe vincere lo sport.” 

 “Se nella sua carriera ha ottenuto salvezze miracolose con tante squadre è perché partiva da un principio in cui anch’io ho sempre creduto: il calcio lo fanno gli undici che scendono in campo e l’allenatore non deve dare loro un copione da recitare, ma creare le condizioni perché si esprimano al massimo, senza imbrigliare i giocatori tecnici e fantasiosi.” 

 “È il 16 maggio 2004. Dopo settecentosei gare ufficiali e trecentoventitré gol segnati – una media di quasi uno ogni due match, come recitano pomposamente le statistiche – sto per compiere l’ultimo passo su un campo di gioco. De Biasi mi ha richiamato in panchina a due minuti dal termine di diciannove stagioni di Serie A. Mi si avvicina Paolo Maldini e mi abbraccia. L’omaggio del Meazza suscita sensazioni difficili da spiegare. Sono tutti in pedi. Ottantamila persone mi applaudono e gridano il mio nome.” 

 “Quando mi è stato chiesto un apporto allo sviluppo del movimento calcistico italiano, ho anche provato a dare un contributo al calcio come presidente del settore tecnico di Coverciano. Purtroppo, però, lì non si parlava di pallone, ma solo di articoli, leggi e commi. Capii presto che non era possibile cambiare le cose.” 

 “Dopo quell’ultima partita a San Siro ho respirato profondo. Lo faccio ogni giorno, godendomi la natura, l’amore, le stelle, l’universo infinito intorno a noi. Cercando la luce nell’oscurità. Auguro a tutti voi di inseguire i vostri sogni e di trovare questa stessa luce.”