sabato 10 ottobre 2026

Elon Musk – Walter Isaacson

“Da bambino, crescendo in Sudafrica, Elon Musk conobbe la sofferenza e imparò a superarla.” 

 “Le ferite fisiche, però, non furono niente in confronto a quelle psicologiche infertegli dal padre, Errol Musk, un ingegnere visionario dalla forte personalità e dai comportamenti discutibili che ancora oggi è fonte di tormento per Elon.” 

 “Mentre altri imprenditori hanno maturato a poco a poco una visione del mondo, lui ha maturato una visione del cosmo.” 

 “E quindi l’interrogativo, nel caso di Musk, è: se avesse avuto un carattere più tranquillo, sarebbe stato ugualmente l’uomo che ci avrebbe proiettato verso Marte e un futuro di auto elettriche?” 

 “Nel corso degli anni, ogniqualvolta si era trovato in situazioni senza apparente sbocco o si era sentito minacciato, aveva rivissuto l’orrore del parco giochi e dei suoi bulli. Ora il parco giochi aveva la possibilità di comprarselo.” 

 “Non è dotato di empatia. O, per dirla in termini meno tecnici, è uno stronzo.” 

 “La lettura è sempre stata il rifugio psicologico di Musk. A volte si immergeva nei libri tutto il pomeriggio e per gran parte della sera, fino a nove ore di fila. Se la famiglia andava a trovare gli amici, lui scompariva nella biblioteca dei padroni di casa. Quando si recavano in città, Elon se ne andava per i fatti suoi e in seguito lo trovavano seduto sul pavimento di una libreria, profondamente immerso nel suo mondo. Era anche molto appassionato di fumetti.” 

 “Il libro di fantascienza che più ha influenzato gli anni della crisi adolescenziale di Musk è Guida galattica per gli autostoppisti, di Douglas Adams.” 

 “La X sarebbe diventata la sua lettera di riferimento quando si trattava di battezzare le cose, fossero aziende o figli.” 

 “Sarebbe diventato uno dei leitmotiv della sua vita, non ritirare mai le fiches dal tavolo e continuare a giocarsela.” 

 “Nel maggio 2002 rilevò la Space Exploration Technologies. All’inizio la chiamò SET, ma dopo pochi mesi passò a un nome più facilmente memorizzabile, dando risalto alla sua lettera preferita: SpaceX.” 

 “Se non sei disposto a investire in un’azienda, pensava, non meriti la qualifica di suo fondatore.” 

“La sua attenzione per i costi, così come la sua naturale ossessione per il controllo, lo spingeva a voler produrre il maggior numero possibile di componenti per conto proprio, invece di acquistarli dai fornitori secondo la normale prassi delle industrie missilistiche.” 

 “Musk adottava un approccio iterativo alla progettazione. Razzi e motori raggiungevano in fretta lo stadio di prototipo, venivano provati, esplodevano, i progetti venivano rivisti e poi provati di nuovo, finché non funzionavano. Fai in fretta, fai esplodere tutto, ricomincia.” 

 “Nacque così uno schema: provare idee nuove e non aver paura di far esplodere qualcosa.” 

 “Siccome l’auto avrebbe dovuto montare un motore cosiddetto a induzione, gli venne in mente di chiamarla come il suo inventore, Nikola Tesla. Il giorno dopo prese un caffè con Tarpenning e gli chiese cosa ne pensasse. Tarpenning tirò fuori il portatile, andò online e registrò subito il nome. Nel luglio 2003 costituirono la società.”

 “Musk ha una regola sulle responsabilità: ogni componente, ogni processo e ogni voce di spesa devono essere associati a un nome. Così può attribuire le colpe in fretta quando qualcosa va storto.” 

“Alla fine del 2008, la Tesla era quasi morta. Adesso, appena diciotto mesi dopo, era diventata la nuova azienda più in voga d’America.”

 “Durante una cena per pochi intimi a Palo Alto, Altman e Musk decisero di fondare insieme un laboratorio di ricerca non profit sull’intelligenza artificiale, che chiamarono OpenAI.” 

“Il cameratismo è pericoloso. Rende più difficile che le persone mettano in dubbio il lavoro le une delle altre.” 

 “Non chiedete mai alle vostre truppe di fare qualcosa che non siete disposti a fare voi stessi.” 

 “Lui e gli altri dirigenti telefonarono alle sei aziende più importanti che si occupavano di pressofusione. Cinque liquidarono l’idea. La Idra Press invece, un’azienda italiana specializzata in macchine per la pressofusione ad alta pressione, accettò la sfida di costruirne una abbastanza grossa da realizzare l’intero sottoscocca, anteriore e posteriore, della Model Y. “ 

 “Con la gente reagisco in modo un po’ duro, perlopiù a ragione, ma cerco di non farlo come se parlassi ad personam. Critico l’azione, non l’individuo. Tutti commettiamo errori. La cosa importante è se una persona riceve il giusto feedback, accetta le critiche e riesce a migliorarsi. Alla fisica non importa dei tuoi sentimenti, o se ci rimani male. Le importa che tu quel razzo lo costruisca come si deve.” 

 “Se ho offeso qualcuno, voglio dirgli che ho reinventato le auto elettriche e manderò la gente su Marte con un razzo. Secondo voi dovevo essere anche una persona normale, un tipo tranquillo?” 

 “All’inizio del 2021, alle riunioni dei dirigenti, incominciò a dire che Tesla avrebbe dovuto pensare seriamente a costruire un robot, e a un certo punto mostrò un video di quelli, impressionanti, che stava progettando la Boston Dynamics. Ci piaccia o no, i robot umanoidi prima o poi ci saranno, e dovremmo fabbricarli noi per indirizzarli nella direzione giusta.” 

 “Optimus, disse, avrebbe imparato a eseguire compiti senza bisogno di istruzioni riga per riga. Come un essere umano, avrebbe appreso tramite la semplice osservazione. Questo, concluse, avrebbe rivoluzionato non solo l’economia, ma anche il modo di vivere dell’umanità.” 

 “Ma nell’ottobre del 2021 Tesla diventò la sesta azienda nella storia degli Stati Uniti a valere più di 1000 miliardi di dollari.” 

 “Ma quest’anno ho scoperto anche un’altra cosa, e cioè che lottare per la sopravvivenza ti fa andare avanti e avanti e avanti. Quando non si è più in modalità lotta-o-muori, non è tanto facile sentirsi motivati ogni giorno.” 

 “Il panico da coronavirus è stupido – twittò Musk. Era il 6 marzo 2020, e il Covid aveva appena fatto chiudere la sua nuova fabbrica di Shangai e cominciato a diffondersi negli Stati Uniti.” 

 “Musk si lasciò andare a una risata amara quando sentì l’espressione “sicurezza psicologica”. Lo inorridiva. La considerava nemica dell’urgenza, del progresso, della velocità orbitale. La sua parola preferita era “intransigente”. 

Il disagio, secondo lui, era una buona cosa. Era un’arma contro il flagello dell’autocompiacimento. Le vacanze, annusare i fuori, l’equilibrio vita-lavoro e i giorni di “riposto mentale” non facevano per lui. Let that sink in, fatevene una ragione.” 

 “A volte i grandi innovatori sono uomini infantili e temerari, come bambini che si rifiutano di fare la popò nel vasino. Sono spesso sconsiderati, tendono a mettere in imbarazzo gli altri e in certi casi risultano perfino deleteri. Sovente sono anche pazzi. Così pazzi da pensare di poter cambiare il mondo.”

lunedì 5 ottobre 2026

Uno, nessuno e centomila – Luigi Pirandello

“Che fai? – mia moglie mi domandò, vedendomi insolitamente indugiare davanti allo specchio. Niente, – le risposi, – mi guardo qua, dentro il naso, in questa narice. Premendo, avverto un certo dolorino. Mia moglie sorrise e disse: Credevo ti guardassi da che parte ti pende. Mi voltai come un cane a cui qualcuno avesse pestato la coda: Mi pende? A me? Il naso? E mia moglie, placidamente: Ma sì, caro. Guardatelo bene: ti pende verso destra.” 

 “Sfido a non irritarsi, ricevendo come generosa concessione ciò che come diritto ci è stato prima negato.” 

 “E non si sa, le mogli? Fatte apposta per scoprire i difetti del marito.” 

 “Ero rimasto così, fermo ai primi passi di tante vie, con lo spirito pieno di mondi, o di sassolini, che fa lo stesso. Ma non mi pareva affatto che quelli che m’erano passati avanti e avevano percorso tutta la via, ne sapessero in sostanza più di me. M’erano passati avanti, non si mette in dubbio, e tutti braveggiando come tanti cavallini; ma poi, in fondo alla via, avevano trovato un carro: il loro carro; vi erano stati attaccati con molta pazienza, e ora se lo tiravano dietro. Non tiravo nessun carro, io; e non avevo perciò né briglie né paraocchi; vedevo certamente più di loro; ma andare, non sapevo dove andare.” 

 “Cominciò da questo il mio male. Quel male che doveva ridurmi in breve in condizioni di spirito e di corpo così misere e disperate che certo ne sarei morto o impazzito, ove in esso medesimo non avessi trovato (come dirò) il rimedio che doveva guarirmene.” 

 “Già subito mi figurai che tutti, avendone fatta mia moglie la scoperta, dovessero accorgersi di quei miei difetti corporali e altro non notare in me.” 

 “Mi si fissò invece il pensiero ch’io non ero per gli altri quel che finora, dentro di me, m’ero figurato di essere.” 

 “Per voi, esser soli, che vuol dire?” 

 “La solitudine non è mai con voi; è sempre senza di voi, e soltanto possibile con un estraneo attorno: luogo o persona che sia, che del tutto vi ignorino, che del tutto voi ignoriate, così che la vostra volontà e il vostro sentimento restino sospesi e smarriti in un’incertezza angosciosa e, cessando ogni affermazione di voi, cessi l’intimità stessa della vostra coscienza. La vera solitudine è in un luogo che vive per sè e che per voi non ha traccia nè voce, e dove dunque l’estraneo siete voi. Così io volevo esser solo. Senza me.” 

 “Se per gli altri non ero quel che finora avevo creduto d’essere per me, chi ero io?” 

 “Per gli altri le mie idee e il mio naso hanno tanta relazione, che se quelle, poniamo, fossero molto serie e questo per la sua forma molto buffo, si metterebbero a ridere.” 

 “Quando mi ponevo davanti a uno specchio, avveniva come un arresto in me; ogni spontaneità era finita, ogni mio gesto appariva a me stesso fittizio o rifatto. Io non potevo vedermi vivere.” 

 “Ripeto, credevo ancora che fosse uno solo questo estraneo: uno solo per tutti, come uno solo credevo d’esser io per me. Ma presto l’atroce mio dramma si complicò: con la scoperta dei centomila Moscarda ch’io ero non solo per gli altri ma anche per me, tutti con questo solo nome di Moscarda, brutto fino alla crudeltà, tutti dentro questo mio povero corpo ch’era uno anch’esso, uno e nessuno ahimè, se me lo mettevo davanti allo specchio e me lo guardavo fisso e immobile negli occhi, abolendo in esso ogni sentimento e ogni volontà. Quando così il mio dramma si complicò, cominciarono le mie incredibili pazzie.” 

 “L’idea che gli altri vedevano in me uno che non ero io quale mi conoscevo; uno che essi soltanto potevano conoscere guardandomi da fuori con occhi che non erano i miei e che mi davano un aspetto destinato a restarmi sempre estraneo, pur essendo in me, pur essendo il mio per loro (un mio dunque che non era per me!); una vita nella quale, pur essendo la mia per loro, io non potevo penetrare, quest’idea non mi diede più requie.” 

 “Siate sinceri: a voi non è mai passato per il capo di volervi veder vivere. Attendete a vivere per voi, e fate bene, senza darvi pensiero di ciò che intanto possiate essere per gli altri; non già perché dell’altrui giudizio non v’importi nulla, ché anzi ve ne importa moltissimo; ma perchè siete nella beata illusione che gli altri, da fuori, vi debbano rappresentare in sé come voi a voi stessi vi rappresentate.”

 “Purtroppo, ci sono io, e ci siete voi. Purtroppo.” 

 “Sapete invece su che poggia tutto? Ve lo dico io. Su una presunzione che Dio vi conservi sempre. La presunzione che la realtà, qual’è per voi, debba essere e sia ugualmente per tutti gli altri.” 

 “C’è in me e per me una realtà mia: quella che io mi dò; una realtà vostra in voi e per voi; quella che voi vi date; le quali non saranno mai le stesse nè per voi nè per me. E allora? Allora, amico mio, bisogna consolarci con questo: che non è più vera la mia che la vostra, e che durano un momento così la vostra come la mia.” 

 “Diciamo dunque che è in noi ciò che chiamiamo pace. Non vi pare? E sapete da che proviene? Dal semplicissimo fatto che siamo usciti or ora dalla città; cioè, sì, da un mondo costruito: case, vie, chiese, piazze; non per questo soltanto, però, costruito, ma anche perchè non ci si vive più così per vivere, come queste piante, senza saper di vivere; bensì per qualche cosa che non c’è e che vi mettiamo noi; per qualche cosa che dia senso e valore alla vita: un senso, un valore che qua, almeno in parte, riuscite a perdere, o di cui riconoscete l’affliggente vanità. E vi vien languore, ecco, e malinconia. Capisco,l capisco, Rilascio di nervi. Accorato bisogno d’abbandonarvi. Vi sentite sciogliere, vi abbandonate.” 

 “Qui, cari miei, avete veduto l’uccellino vero, che vola davvero, e avete smarrito il senso e il valore delle ali finte e del volo meccanico. Lo riacquisterete subito là, dove tutto è finto e meccanico, riduzione e costruzione: un altro mondo nel mondo: mondo manifatturato, combinato, congegnato; mondo d’artificio, di stortura, d’adattamento, di finzione, di vanità; mondo che ha senso e valore soltanto per l’uomo che ne è l’artefice.” 

 “Ci vorrebbe un pò più d’intesa tra l’uomo e la natura. Troppo spesso la natura si diverte a buttare all’aria tutte le nostre ingegnose costruzioni. Cicloni, terremoti… Ma l’uomo non si dà per vinto. Ricostruisce, ricostruisce, bestiolina pervicace. E tutto è per lui materia di ricostruzione. Perché ha in sè quella tal cosa che non si sa che sia, per cui deve per forza costruire, trasformare a suo modo la materia che gli offre la natura ignara, forse e, almeno quando vuole, paziente.” 

 “L’uomo piglia a materia anche se stesso, e si costruisce, sissignori, come una casa. Voi credete di conoscervi se non vi costruite in qualche modo? E ch’io possa conoscervi, se non vi costruisco a modo mio?” 

 “Fu un attimo, ma l’eternità. Vi sentii dentro tutto lo sgomento delle necessità cieche, delle cose che non si possono mutare: la prigione del tempo; il nascere ora, e non prima e non poi; il nome e il corpo che ci è dato; la catena delle cause; il seme gettato da quell’uomo: mio padre senza volerlo; il mio venire al mondo, da quel seme; involontario frutto di quell’uomo; legato a quel ramo; espresso da quelle radici.” 

 “A tutti i figli forse sarà avvenuto. Notare com’alcunché d’osceno che ci mortifica, laddove è il padre per noi che si rispetta. Notare, dico, che gli altri non dànno e non possono dare a questo padre quella stessa realtà che noi gli diamo.” 

 “Quando un atto è compiuto, è quello; non si cangia più. Quando uno, comunque, abbia agito, anche senza che poi si senta e si ritrovi negli atti compiuti, ciò che ha fatto, resta: come una prigione per lui.” 

 “…l’essere agisce necessariamente per forme, che sono le apparenze ch’esso si crea, e a cui noi diamo valore di realtà. Un valore che cangia, naturalmente, secondo l’essere in quella forma e in quell’atto ci appare.” 

 “Perché, quand’uno pensa d’uccidersi, s’immagina morto, non più per sé, ma per gli altri?” 

 “Sempre che ci avvenga di scoprire qualcosa che gli altri supponiamo non abbiano mai veduta, non corriamo a chiamare qualcuno perché subito la veda con noi?” 

 “Ma che altro avevo io dentro, se non questo tormento che mi scopriva nessuno e centomila?” 

“Nella penombra della cameretta rosea in disordine, il silenzio pareva consapevole dell’attesa vana d’una vita che i desideri momentanei di quella bizzarra creatura non avrebbero potuto mai far nascere né consistere in qualche modo.” 

 “Perché bisogna che lei fermi un attimo in sé la vita, per vedersi. Come davanti a una macchina fotografica. Lei s’atteggia. E atteggiarsi è come diventare statua per un momento. La vita si muove di continuo, e non può mai veramente vedere se stessa.” 

 “Lei non può conoscersi che atteggiata: statua: non viva. Quando uno vive, vive e non si vede. Conoscersi è morire. Lei sta tanto a mirarsi in codesto specchio, in tutti gli specchi, perché non vive; non sa, non può o non vuol vivere. Vuole troppo conoscersi, e non vive.” 

 “Ah, perdersi là, distendersi e abbandonarsi, così tra l’erba, al silenzio dei cieli; empirsi l’anima di tutta quella vana azzurrità facendovi naufragare ogni pensiero, ogni memoria!” 

“Non è altro che questo, epigrafe funeraria, un nome. Conviene ai morti. A chi ha concluso. Io sono vivo e non concludo. La vita non conclude. E non sa di nomi, la vita. Quest’albero, respiro tremùlo di foglie nuove. Sono quest’albero. Albero, nuvola; domani libro o vento: il libro che leggo, il vento che bevo. Tutto fuori, vagabondo.”

 “Pensare alla morte, pregare. C’è pure chi ha ancora questo bisogno, perché muojo ogni attimo, io, e rinasco nuovo e senza ricordi: vivo e intero, non più in me, ma in ogni cosa fuori.”