domenica 29 marzo 2026

Niente di nuovo sul fronte occidentale – Erich Maria Remarque

“Questo libro non vuol essere né un atto d’accusa né una confessione. Esso non è che il tentativo di raffigurare una generazione la quale – anche se sfuggì alle granate – venne distrutta dalla guerra.” 

 “Per il soldato, lo stomaco e la digestione sono realtà a cui pensa più di quanto facciano altri esseri umani. Tre quarti del suo vocabolario sono tratti da lì, e la massima gioia come la disperazione più profonda vi trovano la loro espressione più precisa.” 

 “Il sordo brontolio del fronte ci arriva come un temporale lontanissimo. Il volo dei calabroni basta a coprirlo. E intorno a noi il prato fiorito. I fili d’erba si piegano all’aria mite e calda della tarda estate; leggiamo lettere e giornali e fumiamo beatamente; ci togliamo i berretti e li appoggiamo accanto a noi; il vento gioca con i nostri capelli come con la nostra parola e con i nostri pensieri.” 

 “Facile sarebbe stato davvero che oggi non sedessimo in queste cassettine: l’abbiamo scampata per poco. E perciò ogni sensazione è nuova e forte: i rossi papaveri e il buon cibo, le sigarette e la brezza d’estate.” 

 “…a quell’epoca persino i genitori avevano la parola vigliacco a portata di mano. La gente non aveva la più lontana idea di ciò che stava per accadere.” 

 “Sotto la pelle la vita non pulsa più, respinta fino ai margini del corpo; la morte si fa strada dall’interno, e domina già gli occhi. Eccolo là, il nostro compagno Kemmerich, che fino a poco fa cucinava con noi carne di cavallo e gironzolava per le trincee; è ancora lui, eppure non è già più lui, la sua figura si è sfumata, è diventata incerta come una lastra su cui si siano impresse due fotografie. Persino la sua voce suona spenta come cenere.” 

 “Gioventù di ferro. Gioventù! Nessuno di noi ha più di vent’anni. Ma giovani? La nostra gioventù se n’è andata da un pezzo. Noi siamo gente vecchia.” 

 “Da quando siamo qui, la nostra vita di prima è tagliata fuori, senza alcuna colpa da parte nostra. Talvolta cerchiamo di farci un’idea generale, di darci una spiegazione, ma senza riuscirci.” 

 “Ci eravamo arruolati pieni di entusiasmo e di buona volontà: non mancò alcuno sforzo per spegnere in noi l’uno e l’altra.” 

 “Noi eseguivamo esattamente perché il comando è comando e deve essere eseguito.” 

 “Divenimmo duri, diffidenti, spietati, vendicativi, rozzi; e fu un bene: erano proprio quelle le qualità che ci mancavano.” 

 “Ma importante fu che tra noi venne in tal modo sviluppandosi un forte sentimento di solidarietà, il quale poi al fronte si innalzò a quanto di meglio abbia prodotto la guerra: il cameratismo.” 

 “Mi guardo gli scarponi, grandi e goffi, in cui sono stati infilati malamente i pantaloni: in quei tubi si ha l’aspetto forte e robusto, ma quando al bagno ci spogliamo riveliamo a un tratto la gracilità delle gambe e delle spalle. Allora non siamo più soldati, ma quasi ancora bambini; nessuno ci crederebbe capaci di portare lo zaino. E’ un curioso momento, quando siamo nudi; ritorniamo borghesi e per un istante quasi ci crediamo.” 

 “La terra è percorsa da fluidi che attraverso le piante dei piedi si trasfondono in me. La notte è carica di elettricità, il brontolio del fronte sembra una lontana musica di tamburi. Le mie membra si muovono snodate, sento i tendini agili nel moto, respiro, soffio, mi scuoto. La notte vive, io vivo. Ho appetito, una fame tremenda che non viene dallo stomaco.” 

 “E allora, vedete, il potere dà alla testa; tanto più dà alla testa, quanto meno uno contava da borghese.” 

“I nostri volti non sono più pallidi o più accesi del solito, né i tratti sono più tesi o più rilassati; eppure è un’altra cosa. Nel nostro sangue si è formato una specie di contatto elettrico, come allo scatto di una molla. Non sono modi di dire, è un fatto: è il fronte, è la coscienza del fronte che sviluppa questo contatto. Al fischio delle prime granate, al primo strappo dell’aria solcata dalle detonazioni, subito nelle nostre vene, nelle mani, negli occhi è come un’attesa sommessa, un origliare, un essere più svegli, una singolare duttilità dei sensi: all’improvviso tutta la persona si trova in piena efficienza.” 

 “Per me il fronte è un orribile gorgo. Mentre si è ancora lontani, là dove le acque sono ancora tranquille, già si sente che assorbe, che attira, con una forza lenta, invincibile, che distrugge senza fatica ogni tua resistenza.” 

 “A nessuno la terra è amica quanto al soldato. Quando vi si aggrappa, lungamente, violentemente; quando con il volto e con il corpo si lascia avvolgere dalla terra nell’angoscia mortale del fuoco, allora essa è il suo unico amico, suo fratello, sua madre; nel silenzio della terra egli soffoca il suo terrore e le sue grida, essa lo accoglie nel suo rifugio, poi lo lascia andare, perché viva e corra per altri dieci secondi, e poi lo abbraccia di nuovo, e spesso per sempre. Terra, terra, terra. Terra, con le tue pieghe, con le tue buche, con i tuoi avvallamenti in cui ci si può gettare, sprofondare. Terra, nello spasimo dell’orrore, tra gli spettri dell’annientamento, nell’urlo mortale delle esplosioni, tu ci hai dato l’immenso contraltare della vita riconquistata! La corrente della vita, quasi distrutta, è rifluita da te attraverso le nostre mani, così che noi salvati in te ci siamo sepolti, e nella muta ansia del momento superato ti abbiamo morso con le nostre labbra!” 

 “Se ci si fosse lasciati guidare dal ragionamento, a quest’ora saremmo un mucchio di carne sparpagliato: è stato l’altro che, oscuramente vigile in noi, ci ha buttati a terra e salvati senza che noi capiamo come. Se questo altro non fosse, da un pezzo, tra le Fiandre e i Vosgi, non vi sarebbero più creature viventi. Noi partiamo soldati allegri o brontoloni; quando giungiamo nella zona del fuoco siamo diventati una razza belluina.” 

 “Accanto a noi è distesa una recluta spaurita con i capelli biondi come stoppa. Si stringe la faccia tra le mani, l’elmetto gli è scivolato via. Glielo ripesco e voglio cacciarglielo sulla testa. Il ragazzo mi guarda, respinge l’elmetto e si rannicchia come un bambino sotto il mio braccio, contro il mio petto. Le sue spalle tremano, esili come quelle del povero Kemmerich.” 

 “Non mi è mai accaduto di udire cavalli gridare, e quasi non ci posso credere; quella che geme laggiù è tutta la miseria del mondo, è la povera creatura martirizzata, un dolore selvaggio, atroce, che ci fa impallidire.” 

 “Ci sediamo e ci turiamo le orecchie. Ma quell’orribile lamento, quel gemere, quel pianto, penetra dovunque, e si ode sempre. Tutti abbiamo imparato a sopportare qualcosa: ma qui il sudore ci cola dalla fronte. Vorremmo alzarci e fuggire, non importa dove, solo per non udire più quelle grida. Eppure non sono uomini, ma soltanto cavalli.” 

 “Ha la bocca spalancata e urla, ma io non sento nulla: continua a scrollarmi, si avvicina; e in un momento di minor rumore, le sue parole mi raggiungo: Gas! Gas! Gas! Passa la voce!” 

 “Quei primi momenti con la maschera calata decidono della vita e della morte: sarà impenetrabile? Ho presenti le orribili immagini dell’ospedale: i soldati asfissiati che, soffocando giorno per giorno, vomitano pezzo per pezzo i polmoni bruciati.” 

“Aspetto qualche secondo, l’uomo non stramazza al suolo, si guarda intorno e fa qualche passo: vuol dire che il vento ha disperso il gas, che l’aria è libera. Allora rantolando strappo anch’io la maschera e cado lungo disteso; l’aria fluisce in me come una corrente di acqua gelata, gli occhi mi vogliono schizzare fuori dalle orbite, l’onda mi sommerge e per un momento perdo conoscenza.” 

 “Kat si guarda intorno e mormora: Non sarebbe il caso di prendere una pistola e farlo smettere di soffrire? Ci sono poche probabilità che il ragazzo possa sopportare il trasporto e in ogni caso non sopravvivrà che pochi giorni. Ma tutto quello che ha sofferto fin qui è nulla rispetto al tempo che gli rimane da passare prima di morire. Ora è intontito, non sente niente, ma fra un’ora sarà un groviglio gemente di insopportabili sofferenze. i giorni che può ancora vivere non saranno per lui che una delirante tortura. E a chi giova che questi giorni li viva o no?” 

 “Monotoni traballano gli autocarri, monotone si alternano le grida, monotona scende la pioggia. Scorre sulle nostre teste, e lì davanti sulle teste dei morti, e sul corpo della piccola recluta con la ferita troppo grande per il suo esile fianco; e scorre sulla tomba di Kemmerich, scorre sui nostri cuori.” 

 “E’ penoso uccidere un singolo pidocchio, quando se ne hanno addosso centinaia. Le bestiole sono piuttosto dure e alla lunga diventa noioso quel perpetuo schiacciarle con le unghie.” 

 “Di tutta questa roba non ricordiamo granché. Vero è che non ci è servita a nulla. A scuola invece nessuno ci ha insegnato come si accenda una sigaretta sotto la pioggia e il vento, come si faccia prendere fuoco a un fascio di legna bagnata; oppure anche che la baionetta a uno conviene cacciargliela nella pancia, perché lì non resta conficcata come tra le costole.” 

 “…vorrei, quando sento parlare di pace, che se fosse davvero così, vorrei fare qualcosa di straordinario, e il solo pensiero mi dà alla testa. Qualcosa, capisci, per cui valga la pena essere stati qui, tanto tempo nel fango. ma non riesco a immaginare niente. Quello che mi sembra possibile – professione, studi, stipendio, eccetera – mi dà nausea: tutta roba che c’era già prima, ne ho schifo. Non trovo nulla, Albert. E improvvisamente tutto ciò mi sembra così vuoto e desolante. E’ il destino comune della nostra generazione. Albert sintetizza il tutto: La guerra ci ha guastati per sempre. ha ragione: non siamo più giovani, non ci interessa più dare l’assalto al mondo. Siamo dei profughi, fuggiamo da noi stessi. Avevamo diciott’anni, e cominciavamo ad amare il mondo e l’esistenza: ci hanno costretti a spararle contro. La prima granata ci ha colpiti al cuore. Siamo esclusi ormai dall’attività, dal lavoro, dal progresso, non ci crediamo più. Crediamo nella guerra.” 

 “Così ce ne stiamo seduti l’uno di fronte all’altro, io e Kat, due soldati in giubbe logore intenti ad arrostire un’oca in piena notte. Non parliamo molto; eppure abbiamo l’uno per l’altro maggiori attenzioni di quante credo possano averne due innamorati. Siamo due uomini, due minuscole scintille di vita, e fuori è notte e regna la morte. Noi le sediamo accanto, minacciati e nascosti, le nostre mani sono coperte di grasso, nei nostri cuori ci sentiamo vicini e l’ora è come il luogo: luci e ombre delle nostre sensazioni oscillano qua e là con la fiamma del nostro fuocherello.”

 “Un piccolo soldato e una voce benevola, e se gli faceste una carezza, forse non vi capirebbe più: ha gli scarponi ai piedi e il cuore pieno di terra; e marcia così, e ha tutto dimenticato fuorché il marciare. Non sono forse fuori quelli all’orizzonte, e un paesaggio così quieto che gli viene voglia di piangere, al soldato? Non ci sono forse là immagini che lui non ha perduto perché non le ha mai possedute? Immagini che lo turbano, ma che per lui sono passate via? Non sono forse là i suoi vent’anni?” 

 “Per puro caso posso essere colpito e per puro caso rimanere in vita. In un rifugio a prova di bomba posso essere schiacciato e allo scoperto posso resistere incolume a dieci ore di fuoco tambureggiante. I soldati rimangono in vita soltanto per casualità; perciò ciascuno crede e ha fiducia nel caso.” 

 “E’ mattina, e ora al fuoco delle artiglierie si mescola l’esplosione delle bombarde. E’ la cosa più folle, più impressionante che si possa pensare. Dove cadono, le bombarde creano una fossa comune.”

 “E di nuovo bisogna aspettare, e aspettare… Durante la mattinata succede quello che già prevedevo. Una delle reclute ha una crisi. Da un pezzo mi ero accorto che digrignava i denti continuamente e serrava i pugni, e lo tenevo d’occhio. Li conosciamo bene, questi occhi disperati che sembrano schizzare dalle orbite! Solo in apparenza in queste ultime ore si era fatto più quieto: ma ora è crollato su se stesso come un albero marcio.” 

 “E’ un attacco di ansia da trincea, gli pare di soffocare e l’unico impulso è quello di uscire. Se lo lasciassimo fare, correrebbe allo scoperto senza ripararsi, chissà dove. Non sarebbe il primo.” 

 “Un’altra notte. La tensione ci ha intontiti. E’ una tensione mortale, che come un coltello male affilato ci graffia di continuo lungo la schiena. Le gambe non reggono più, le mani tremano, il corpo è come una epidermide sottile tesa sopra un delirio faticosamente represso, sopra un urlo interminabile che sta per prorompere senza ritegno. Non abbiamo più né carne né muscoli, non osiamo più nemmeno guardarci in faccia per paura di qualcosa di imprevedibile. Così stringiamo le labbra… passerà… deve… forse la scampiamo.” 

“Siamo diventati belve pericolose: non combattiamo, ci difendiamo dall’annientamento.” 

 “Il fuoco si sposta di cento metri in avanti e subito balziamo fuori di nuovo. Accanto a me, a un caporale viene tagliata la testa di netto. Fa ancora alcuni passi avanti mentre il sangue gli zampilla dal colle come una fontana.” 

 “Oh, quel ritornare all’attacco! Si è giunti al riparo nelle posizioni di riserva, si vorrebbe penetrarvi carponi, sparire; e invece bisogna girarsi e ritornare indietro, nell’orrore! Se in questo momento non fossimo degli automi, rimarremmo sdraiati, esauriti, privi di volontà. Invece siamo trascinati nuovamente in avanti, privi di volontà eppure selvaggi folli e furiosi; vogliamo uccidere poiché quelli di là sono ora i nostri nemici mortali, e i loro fucili, le loro granate sono diretti contro di noi, e se non li sterminiamo, stermineranno noi.” 

 “Non c’è silenzio al fronte, e il dominio del fronte giunge così lontano che non ne usciamo mai. Anche nei depositi arretrati e nei quartieri di riposo il ronzio e il sordo brontolio del fuoco persistono nelle nostre orecchie. Non siamo mai così lontani da non sentirlo più.” 

 “Non siamo più spensierati, ma atrocemente indifferenti. Saremmo lì, ma sapremmo viverci? Abbandonati come bambini, disillusi come anziani, siamo rozzi, tristi, superficiali. Io penso che siamo perduti.”

 “I miei pensieri non resistono senza un po’ di consolazione, senza un po’ di illusione, si confondono davanti alla nuda immagine della disperazione.” 

 “Le giornate sono calde, e i morti non hanno sepoltura. Non possiamo raccoglierli tutti, non sapremmo dove portarli. Alla fine li sotterrano le granate. Alcuni hanno le pance gonfie come palloni. Gorgogliano, ruttano e si muovono: è il gas di cui sono pieni. Il cielo è azzurro e senza nubi. La sera è afosa, e dalla terra sale la calura. Quando il vento soffia dalla nostra parte, porta l’odore del sangue, greve, dolciastro, nauseabondo; questo miasma di morte delle trincee, che pare un misto di cloroformio e di putrefazione, ci causa malessere e vomito.” 

“I loro volti smorti e ossuti, con la barba come una lanugine, hanno l’atroce assenza di espressione dei bambini morti.”

 “Vediamo vivere uomini a cui manca il cranio; vediamo correre soldati a cui un colpo ha falciato via entrambi i piedi e che incespicano, sui moncherini feriti, fino alla buca più vicina; un caporale percorre due chilometri sulle mani, trascinandosi dietro le ginocchia fracassate; un altro va al posto di medicazione premendo le mani contro gli intestini che traboccano; vediamo uomini senza bocca, senza mandibola, senza volto; troviamo uno che da due ore tiene stretta con i denti l’arteria del braccio per non dissanguarsi; il sole si leva, viene la notte, fischiano le granate, la vita giunge al termine. Ma quel pezzetto di terra sconvolta sul quale stiamo viene mantenuto contro i nemici più forti di noi: abbiamo ceduto solo poche centinaia di metri. Ma per ogni metro c’è un morto.” 

 “Tutto è questione di abitudine, anche la trincea.” 

 “Finché siamo qui in guerra, ogni giornata al fronte, a mano a mano che termina, precipita come una pietra nel profondo di noi stessi, troppo pesante per poterci riflettere subito. Se lo facessimo, ciascun giorno che finisce ci ucciderebbe; ho sempre osservato che l’orrore si può sopportare finché lo si evita semplicemente: ma uccide, quando ci si ripensa.” 

 “E io so che tutto ciò che affonda in noi, come una pietra, finché siamo in guerra, risalirà alle nostre menti a guerra finita, e solo allora comincerà la resa dei conti sulla vita e sulla morte. I giorni, le settimane, gli anni trascorsi in trincea ritorneranno, e i nostri camerati morti si alzeranno e marceranno al nostro fianco. Avremo la mente limpida e uno scopo; e così marceremo, con i nostri morti accanto a noi e con gli anni al fronte dietro le nostre spalle: ma contro di chi, contro chi?” 

 “E’ terribile, vero, laggiù, Paul? Mamma, che cosa dovrei risponderti? Non capirai, non potrai mai capire. Non devi capire. Mi chiedi se è terribile, mamma. Io scuoto la testa e rispondo: No, mamma, non tanto. Siamo in tanti, non è così male…” 

 “Che ne sarebbe di noi, se avessimo chiara la visione di ciò che avviene laggiù!” 

 “I libri sono uno accanto all’altro. Li riconosco, ricordo l’ordine in cui li ho disposti. Con lo sguardo li supplico: parlatemi – prendetemi con voi – prendimi con te, vita di un tempo – vita spensierata, bella – riprendimi… E aspetto, aspetto.”

 “Mi alzo e, stanco, guardo fuori dalla finestra. Poi prendo in mano uno dei libri e lo sfoglio con l’intenzione di leggere. ma subito lo ripongo e ne prendo un altro. Vi sono dei brani sottolineati. Cerco, sfoglio, prendo sempre nuovi libri; ormai nei ho un mucchio vicino a me. Ne prendo altri, affannosamente, e carte, quaderni, lettere.” 

 “Che cos’è la licenza? Una sosta che rende poi tutto più doloroso. Già ora vi si mescola il pensiero dell’addio. Mia madre mi guarda in silenzio – conta i giorni, lo so – ogni mattina è più triste. Un altro giorno in meno. Ha nascosto il mio zaino perché non vuole che le ricordi la mia partenza…” 

 “Quando si sono visti tanti morti, non si riesce più a comprendere un così grande dolore per un morto solo.” 

 “Ah, mamma mamma! Per te sarò sempre un bambino… Perché non posso appoggiare la testa sul tuo grembo, e piangere? Perché devo essere sempre il più forte e il più controllato, mentre vorrei anch’io una volta piangere e farmi consolare? Sono davvero poco più che un bambino, i miei calzoni corti stanno ancora appesi nell’armadio, è passato così poco tempo: perché tutto ciò se ne è andato per sempre?” 

 “Perdonami, compagno! Noi vediamo queste cose sempre troppo tardi. Perché non ci hanno mai detto che voi siete poveri cani proprio come noi, che le vostre mamme sono in angoscia per voi, come le nostre per noi, e che abbiamo lo stesso terrore e la stessa morte e la stessa sofferenza… Perdonami, compagno, come potevi tu essere mio nemico?” 

 “Dev’essere tutto falso e inconsistente, se migliaia di anni di civiltà non sono nemmeno riusciti a impedire che scorressero questi fiumi di sangue, che esistessero migliaia di queste prigioni di tortura. Soltanto l’ospedale mostra che cosa è la guerra. Io sono giovane, ho vent’anni, ma della vita non conosco altro che la disperazione, la morte, il terrore e la insensata superficialità unita a un abisso di sofferenze. Io vedo dei popoli spinti l’uno contro l’altro, e che senza una parola, inconsciamente, stupidamente, in una incolpevole obbedienza si uccidono a vicenda. Io vedo i più acuti intelletti del mondo inventare armi e parole perché tutto questo si perfezioni e duri più a lungo. E con me lo vedono tutti gli altri uomini della mia età, da questa parte e da quell’altra del fronte, in tutto il mondo. Lo vede e lo vive la mia generazione. Che faranno i nostri padri, quando un giorno sorgeremo e andremo davanti a loro a chiedere conto? Che cosa si aspettano da noi, quando verrà il tempo in cui non vi sarà guerra? Per anni e anni la nostra occupazione è stata quella di uccidere; è stata la nostra prima professione nella vita. Il nostro sapere della vita si limita alla morte. Che accadrà dopo? Che ne sarà di noi?” 

 “Estate 1918: mai la vita, pure in questa sua così miseranda parvenza, ci è sembrata più desiderabile di ora. papaveri rossi sui prati intorno ai nostri baraccamenti, lucidi insetti sui fili d’erba, calde serate nelle camere semibuie e fresche, alberi neri e misteriosi nel crepuscolo, stelle e fluire di acque, sogni e lunghi sonni. Oh vita, vita, vita!” 

 “Se fossimo tornati a casa nel 1916, dal dolore e falla forza delle nostre esperienze si sarebbe sprigionata la tempesta. Ritornando ora, siamo stanchi, depressi, consumati, privi di radici, privi di speranze. Non potremo mai più riprendere il nostro equilibrio. E neppure ci potranno capire.”

 “Mi alzo: sono contento. Vengano i mesi e gli anni, non mi porteranno via più nulla. Sono tanto solo, tanto privo di speranza che posso guardare dinanzi a me senza timore. La vita, che mi ha fatto attraversare questi anni, è ancora nelle mie mani e nei miei occhi. Se io abbia saputo dominarla, non so. Ma finché dura, si cercherà la sua strada, vi consenta o non vi consenta quell’essere che nel mio interno dice “io”.

domenica 22 marzo 2026

Storia di una ladra di libri – Markus Zusak

“Prima i colori. Poi gli esseri umani. E’ cosi che di solito vedo le cose. O almeno ci provo.” 

 “L’interrogativo che devi porti è: che colore assumerà ogni cosa nell’istante in cui verrò da te? Che cosa dirà il cielo?”

 “Una catena montuosa di macerie era scritta, disegnata, eretta intorno a lei, che si aggrappava a un libro.” 

 “Non è che una della miriade di storie che porto con me, ognuna a suo modo straordinaria. Ciascuna di loro rappresenta un tentativo – un faticoso tentativo – di dimostrarmi che la vostra esistenza di uomini vale la pena di essere vissuta.” 

 “I miserabili cercano sempre di tenersi in movimento, come se ciò li possa aiutare. Ma l’ineluttabilità dei loro problemi finisce sempre con il trovarli, come una malattia. Li aspetta alla fine del viaggio…come un parente che si china a salutare dal treno.” 

 “Sono queste le cose che non saprò mai, nè mai comprenderò: di che cosa sono capaci gli esseri umani.” 

 “In qualche modo, però, e senza dubbio avrai incontrato altri individui come lui, aveva la capacità di restare sullo sfondo persino se era il primo di una fila. Era lì. Ma non lo si notava.” 

 “Gesù, Giuseppe…! Lo disse forte, mentre le parole si spandevano in una stanza colma d’aria fredda e di libri. Libri dovunque! Ogni parete era coperta di scaffalature sovraccariche, e tuttavia intatte: quasi impossibile scorgere la tappezzeria. C’era ogni sorta di stili e di forme di scritte sui dorsi di libri neri, rossi, grigi, di tutti i colori. Era una delle cose più belle che Liesel Meminger avesse mai visto.” 

 “Il male che fanno le parole. Si, la brutalità delle parole.” 

 “A volte mi fa morire, il modo in cui la gente muore.” 

 “Era il 5 gennaio 1943, in Russia, un’altra giornata gelida. Fuori, fra la città e la neve, c’erano dovunque russi e tedeschi morti. I rimanenti sparavano alle pagine vuote che avevano di fronte. Tre idiomi s’intrecciavano: il russo, quello delle pallottole e il tedesco.” 

 “La conseguenza è che negli uomini trovo sempre il meglio e il peggio: vedo la loro bruttezza e la loro bellezza, e mi domando come la medesima cosa possa essere entrambe. Eppure, hanno la sola cosa che invidio: se non altro, gli uomini hanno il buon senso di morire.”

 “Stringeva ancora a sè il libro. Si aggrappava disperatamente alle parole che le avevano salvato la vita.” 

 “Ho odiato le parole e le ho amate, e spero che siano tutte giuste.” 

 “Non disse addio a Rudy. Non ne fu capace. Rimase qualche altro minuto accanto a lui, poi finalmente riuscì a strapparsi da terra. Mi meraviglia sempre la forza degli esseri umani, che riescono a rialzarsi, seppure barcollando, persino quando fiumi di lacrime inondano i loro volti.” 

 “Volevo domandarle come potesse una medesima cosa essere terribile e splendida allo stesso tempo, e le sue parole dure e sublimi insieme.”

martedì 17 marzo 2026

Questo mondo non è più bianco – James Baldwin

“Sono nato a Harlem trentun anni fa. Ho cominciato a imbastire romanzi più o meno da quando ho imparato a leggere. La storia della mia infanzia è la solita squallida fantasia, e possiamo liquidarla con la sobria osservazione che sicuramente non vorrei riviverla. A quei tempi mia madre aveva preso l’esasperante e misteriosa abitudine di avere bambini. Quando nascevano, io li prendevo con una mano e con l’altra reggevo un libro.” 

 “Ogni scrittore, immagino, nutre la convinzione che il mondo in cui ha visto la luce è solo una congiura contro la possibilità di coltivare il proprio talento: una convinzione che ha sicuramente molte valide ragioni di essere.” 

 “…io credo che sia proprio il passato l’unica cosa che rende coerente il presente, e inoltre che il passato continuerà a essere orribile finché continueremo a rifiutarci di giudicarlo onestamente.” 

 “Si scrive solo di una cosa: della propria esperienza.” 

 “Amo l’America più di ogni altro paese al mondo, e proprio per questa ragione rivendico il diritto di criticarla perennemente.” 

 “Ma la nostra umanità è il nostro fardello, la nostra vita: non dobbiamo essere costretti a batterci per essa; dobbiamo fare solo ciò che è infinitamente più difficile: vale a dire accettarla.” 

 “E’ solo nella sua musica – che gli americani devono limitarsi ad ammirare perché un protettivo sentimentalismo ne riduce la loro comprensione – che il negro in America ha potuto narrare la sua storia. E’ una storia che altrimenti deve ancora essere narrata e che nessun americano è disposto ad ascoltare.” 

 “La storia del negro in America è la storia dell’America: o, più precisamente, è la storia degli americani. Non è una storia molto bella: la storia di un popolo non è mai molto bella.” 

 “Non possiamo sfuggire alle nostre origini, per quanti sforzi facciamo, quelle che contengono la chiave – potessimo trovarle – di tutto ciò che diventeremo poi.” 

 “L’uomo non ricorda la mano che lo ha colpito, il buio che lo spaventava da bambino; ciò nonostante, la mano e il buio restano con lui, per sempre indivisibili da se stesso, parte della passione che lo spinge ovunque egli pensi di spiccare il volo.” 

 “L’immagine del negro che si è fatto l’americano vive anche nel cuore del negro; e quando il negro si è arreso a questa immagine la vita non ha altra possibile realtà.”

 “Da quando i negri si trovano in questo paese la loro unica, grande, devastante conquista è stata l’Emancipazione, un’emancipazione che nessuno considera più come dettata da impulsi umanitari. Tutto ciò che ne è seguito richiama alla mente l’immagine piuttosto infelice di una manciata di ossa gettate a una muta di cani tanto affamati da essere pericolosi.” 

 “Mancavo da casa da poco più di un anno quando morì. In quell’anno avevo avuto il tempo di capire il significato di tutti gli aspri ammonimenti di mio padre, avevo scoperto il segreto della smorfia che aveva sulle labbra e del suo rigido portamento: avevo scoperto il peso degli uomini bianchi a questo mondo.” 

 “Nel New Jersey imparai che essere un negro significava, precisamente, non essere mai considerati ma solo essere alla mercé dei riflessi che il colore della nostra pelle scatenava negli altri.” 

 “Non so nemmeno quali fossero i miei pensieri; non avevo sicuramente un piano deliberato. Volevo far qualcosa, schiacciare quei visi bianchi che schiacciavano me.” 

 “Non vedevo niente con grande chiarezza, ma capivo bene questo: che la mia vita, la mia vita reale, era in pericolo, e non per ciò che avrebbero potuto farmi gli altri, ma per l’odio che avevo nel cuore.” 

 “Quando un padre incollerito schiaffeggiava il proprio figlio, il contraccolpo nel suo cuore rimbombava attraverso il cielo e diventava una parte del dolore dell’universo.” 

 “Avevo dimenticato, nella rabbia della mia adolescenza, com’era stato orgoglioso mio padre di me quando era piccolo.” 

 “… ma i fatti non interessavano a nessuno. Fu data la preferenza all’invenzione perché essa esprimeva e corroborava perfettamente i loro odi e le loro paure. E’ bene ricordare che la gente fa sempre così.” 

 “Mi domando cosa diavolo trovò da dire il primo schiavo al primo figlio con la pelle scura che generò.” “Questo mondo non è più bianco, e non lo sarà mai più.”

giovedì 12 marzo 2026

La romana – Alberto Moravia

“A sedici anni ero una vera bellezza. Avevo il viso di un ovale perfetto, stretto alle tempie e un po’ largo in basso, occhi lunghi, grandi e dolci, il naso dritto in una sola linea con la fronte, la bocca grande, con le labbra belle, rosse e carnose e, se ridevo, mostravo denti regolari e molto bianchi.” 

 “Così ciascuno mette il proprio paradiso nell’inferno degli altri.” 

“Ho dato in seguito, e ricevuto, tanti baci, e Dio sa se ne ho dati e ricevuti senza alcuna partecipazione nonché affettiva neppure fisica, come si dà e si riceve una moneta usata passata per mille mani; ma sempre ricorderò quel primo bacio per la sua intensità quasi dolorosa in cui pareva sfogarsi non soltanto il mio amore per Gino ma anche un’attesa di tutta la mia vita.” 

 “D’altronde erano mesi che il mio corpo aspettava quel momento, e io lo sentivo, mio malgrado, fremere di impazienza e di voglia repressa come una bestia affamata e legata alla quale, finalmente, dopo un lungo digiuno, vengano tolti i lacci e offerto il cibo.” 

 “Il mondo ci tiene per le ambizioni e presto o tardi ce ne fa sborsare un caro e doloroso prezzo; e soltanto i derelitti e coloro che hanno rinunziato a tutto possono sperare di non essere costretti a pagarlo.” 

 “Il sentimento che provai in quel momento mi stupì e poi, tutte le volte che ho ricevuto denaro dagli uomini, non l’ho mai più riprovato con tanta chiarezza e intensità: un sentimento di complicità e di intesa sensuale quale prima, nella camera del ristorante, nessuna delle sue carezze aveva saputo ispirarmi. Un sentimento, dico, di soggezione inevitabile che, in una solta volta, mi rivelò tutto un aspetto del mio carattere che ignoravo. Certamente io sapevo che dovevo rifiutare quel denaro; ma nello stesso tempo sentivo che volevo accettarlo. E non tanto per avidità quanto, invece, per il piacere nuovo che quest’offerta destava nel mio animo.” 

 “Poi ho appreso che la vera infelicità viene quando non si hanno più speranze; e non giova allora star bene e non aver bisogno di nulla.” 

 “Sapevo, d’altra parte, come sanno tutti i poveri, che la polizia quando si muove non è mai a fin di bene.” 

 “Pensai che mi piaceva l’amore, che mi piaceva il denaro, che mi piacevano le cose che si possono ottenere col denaro, e mi dissi che d’ora in poi, ogni volta che ne avessi avuto l’occasione, non avrei più rifiutato né l’amore, né il denaro, né ciò che il denaro poteva dare.” 

 “Le donne che si scoloriscono i capelli e si dipingono la faccia non si rendono conto, forse, che gli uomini, giudicandole fin dall’inizio per quelle che sono, provano una specie di delusione anticipata. Ma io, così naturale e così sobria, li ho sempre lasciati in dubbio sul vero esser mio, dando loro, in tal modo, l’illusione dell’avventura, ciò che essi, in fondo, cercano molto più della mera soddisfazione dei sensi.” 

 “Il mio salotto, il mio ristorante, il mio caffè, è sempre stata la strada; e questo deriva dal fatto che sono nata povera e si sa che i poveri si svagano a buon mercato godendosi con gli occhi le vetrine dei negozi in cui non possono fare acquisti e le facciate dei palazzi in cui non sono in grado di abitare.” 

 “Sono una puttana – dissi alla fine ad alta voce, per vedere che effetto mi faceva. Mi parve che non mi facesse nessun effetto e, chiusi gli occhi, quasi subito mi addormentai.” 

 “Probabilmente chi è avvezzo a faticare, non dovrebbe mai smettere; l’ozio e il benessere lo corrompono anche quando, come non era il caso, hanno origini buone e lecite.” 

 “E passiamo la vita ad annullare gli effetti delle nostre virtù con quelli dei nostri vizi.”
 
“Io ero quella che ero e dovevo essere quella che ero e nient’altro.” 

 “Qualcuno penserà che sia molto comodo accettare una sorte ignobile ma fruttuosa invece di rifiutarla. Ma io mi sono sovente domandata perché la tristezza e la rabbia abitino così spesso l’animo di coloro che vogliono vivere secondo certi precetti o uniformarsi a certi ideali e perché invece coloro che accettano la propria vita che è anzitutto nullità, oscurità e debolezza, sono così spesso gai e spensierati. Del resto, in questi casi, ciascuno obbedisce non a precetti ma al proprio temperamento che in tal modo prende figura di vero e proprio destino. Il mio, come ho già detto, era di essere, a tutti i costi, lieta, dolce e tranquilla; e io l’accettavo.” 

 “Avevo capito che la mia forza non era di desiderare di essere quello che non ero, ma di accettare quello che ero. La mia forza erano la povertà, il mio mestiere, la mamma, la mia brutta casa, i miei vestiti modesti, le mie umili origini, le mie disgrazie e, più intimamente, quel sentimento che mi faceva accettare tutte queste cose e che era profondamente riposto nel mio animo come una pietra preziosa dentro la terra.” 

 “Tutti gli uomini, dopo l’amore, sono inclinati a parlare di se stessi e a fare delle confidenze.” 

 “Come un’acqua troppo abbondante in un vaso angusto, il segreto traboccava dal mio animo, e io ero tentata di versarlo in quello di un altro.” 

 “Io non sono affatto invidiosa. Ma in quel momento, per la prima volta forse nella mia vita, provai il morso dell’invidia; e mi stupii che ci fosse gente che potesse covare tutta la vita nel proprio animo un tale sentimento, perché esso mi parve in sommo grado spiacevole e doloroso.” 

 “E questa è certamente la peggiore maledizione dell’amore: che non è mai corrisposto, e quando si ama non si è amati, e quando si è amati non si ama.” 

 “Il ricco non ama certo il povero ma neppure lo teme e sa tenerlo a distanza con superbia e sufficienza; ma il povero che per educazione o origine abbia l’animo del ricco, è addirittura atterrito dal povero vero e proprio, come chi si sente predisposto ad una certa malattia da chi ne è già affetto.” 

 “Mai come in quel momento avevo capito che tutto era amore e tutto dipendeva dall’amore. E quest’amore c’era o non c’era. E se c’era si amava non soltanto il proprio amante ma anche tutte le persone e tutte le cose, come avveniva a me; ma se non c’era, non si amava niente e nessuno, come era il suo caso.”

 “Premeva il viso con forza contro il mio grembo, come se avesse voluto entrarci ed esserne inghiottito e ogni tanto gemeva. In quei momenti non mi pareva più un amante bensì un bambino che cercasse il buio e il caldo del grembo materno. E pensavo che molti uomini vorrebbero non esser mai nati; e che, in quel suo gesto, forse inconsapevolmente, si esprimeva il desiderio oscuro di essere di nuovo riassunto dentro le viscere tenebrose dalle quali con dolore era stato cacciato alla luce.” 

 “La questura pareva davvero una specie di alveare indaffaratissimo, ma le api che lo abitavano non si posavano certo sui fiori e il loro miele, di cui gustavo per la prima volta il sapore, era fetido, nero e molto amaro.”

 “Avrei voluto piangere sempre, continuare a piangere senza fine, perché temevo il momento in cui il pianto finisce e si rimane svuotati e inebetiti di fronte alle stesse cose, del tutto immutate, che ne hanno provocato lo scoppio.” 

 “Darsi la morte insieme mi pareva la conclusione degna di un forte amore. Era come recidere un fiore prima che appassisca; come chiudersi nel silenzio dopo aver ascoltato una musica sublime. Io avevo spesso pensato a questa forma di suicidio che arresta il tempo prima che corrompa e avvilisca l’amore ed è voluto ed eseguito piuttosto per eccesso di gioia che per insofferenza del dolore.” 

 “Un figlio è un figlio, pensai; e non c’è povertà o terribilità di circostanza o oscurità di avvenire che possa impedire ad una donna, per quanto sprovvista e derelitta, di rallegrarsi al pensiero di metterlo al mondo.” 

“Piangevo in silenzio e sentivo che questa era l’ultima volta che avrei pianto in vita mia. Piangevo Mino, me stessa e tutto il mio passato e tutto il mio avvenire.” 

 “Pensai a Mino e poi pensai a mio figlio. Pensai che sarebbe nato da un assassino e da una prostituta; ma a tutti gli uomini può capitare di uccidere e a tutte le donne di darsi per denaro; e ciò che più importava era che nascesse bene e crescesse sano e vigoroso.”

sabato 7 marzo 2026

Le idi di marzo – Beau Willimon

“Ti ho manipolato. Come una pedina del cazzo.” 

 “Ecco… Sono già una nota a piè di pagina nella Storia.” 

 “Negli ultimi trentasette anni hanno corso per la presidenza settantuno candidati democratici. Quanti hanno vinto? Due. Il che significa che sessantanove politici si sono candidati pensando di avere una chance e invece hanno perso. Non c’è nessuno al mondo che sappia come si vince una campagna presidenziale.” 

 “Mi sono fatto strada verso Washington, una corsa elettorale dopo l’altra, e ho prestato la mia voce in cambio di questo Blackberry del cazzo, che è come una droga. E perché? Perché non volevo guidare un trattore per il resto della vita. Volevo essere qualcuno. Volevo cambiare il mondo. E’ questo che amo del mio lavoro. Ogni giorno ti dà la possibilità di fare la differenza.” 

 “Sono trent’anni che faccio questo mestiere e ho visto troppi democratici mangiare la polvere perché non volevano rotolarsi nel fango con gli elefanti.” 

 “Quelli come me ottengono le chiavi per la Casa Bianca. Se vuoi il tuo mazzo di chiavi devi imparare a lavorare per gente come me.” 

 “C’è una sola cosa che apprezzo in questo mondo, Steve, ed è la lealtà. Senza lealtà non sei niente e non hai nessuno. E in politica è l’unica valuta su cui puoi contare. E’ per questo che ti lascio andare. Non perché non sei abbastanza bravo. Diamine, sei il migliore. Ma per me la fiducia conta di più del talento. E di te non mi fido più.” 

 “Sei tu la causa dei tuoi mali. Sono state scelte tue. Se la tua ragazza ti ha lasciato è perché volevi questo lavoro più di quanto volessi lei. E hai cercato di manipolare anche lei con tutte quelle stronzate sulla relazione aperta. E adesso ti aspetti una ricompensa perché hai buttato nel cesso la tua vita privata per venire a lavorare per me?” 

 “Il desidero di vendetta rende imprevedibile la gente, Steve. Non posso lavorare con una persona imprevedibile.” 

 “Pensaci. Riesci ad arrivare alla Casa Bianca, ti fai i tuoi quattro anni, sempre che tu resista così a lungo, e poi? Scendi ogni mattina alla fermata di Farragut North e ti avvii stancamente al tuo ufficio in qualche società di consulenza con tutti gli altri politici finiti. Arrivi a quarant’anni senza accorgertene, poi a cinquanta, con così tante competizioni al tuo attivo che non ti ricordi nemmeno quali hai vinto e quali hai perso. Fa’ un favore a te stesso: escine ora. Se resti in questo ambiente troppo a lungo finirai per diventare una mezza cartuccia con il cuore di pietra.”

 “Il migliore addetto stampa del paese lavora nello staff del tuo concorrente. Cosa cerchi di fare? O riesci a ingaggiarlo oppure, se tu non puoi averlo, fai in modo che non lo abbia nemmeno la squadra nemica. Era un posizione comunque vincente per me. lavori per noi: fantastico. Paul ti perde. Oppure Paul ti licenzia e io non ti assumo: bene, Paul non ti ha comunque. Nel momento stesso in cui ti sei seduti su quella sedia, ieri, ho saputo di aver vinto.” 

 “Quella storia non conta un cazzo, perché non vedrà mai la luce del giorno.”

lunedì 2 marzo 2026

Un anno sull’altipiano – Emilio Lussu

“Alla fine maggio 1916, la mia brigata – reggimenti 399° e 400° – stava ancora sul Carso. Sin dall’inizio della guerra, essa aveva combattuto solo su quel fronte. Per noi, era diventato ormai insopportabile. Ogni palmo di terra di ricordava un combattimento o la tomba di un compagno caduto.” 

 “I contadini allontanati dalla loro terra, erano come naufraghi. Nessuno piangeva, ma i loro occhi guardavano assenti. Era il convoglio del dolore. I carri, lenti, sembravano un accompagnamento funebre. La nostra colonna cessò i canti e si fece silenziosa.” 

 “É da oltre un anno che io faccio la guerra, un po’ su tutti i fronti, e finora non ho visto in faccia un solo austriaco. Eppure ci uccidiamo a vicenda, tutti i giorni. Uccidersi senza conoscersi, senza neppure vedersi! É orribile! É per questo che ci ubriachiamo tutti, da una parte e dall’altra.” 

 “L’anima del combattente di questa guerra è l’alcool. Il primo motore è l’alcool. Perciò i soldati, nella loro infinita sapienza, lo chiamano benzina.” 

 “La situazione era difficile, e ce ne accorgemmo all’alba, quando gli austriaci aprirono il fuoco. Nell’ordine che c’era stato comunicato, era scritto: Bisogna rimanere aggrappati al terreno, con le unghie e con i denti. La frase, d’odore letterario, rendeva peraltro con sufficiente approssimazione la posizione di ciascuno di noi.” 

 “Tutto il terreno tremava sotto i nostri piedi. Un terremoto sconvolgeva la montagna. Anche adesso, a tanta distanza di tempo, mentre il nostro amor proprio, per un processo psicologico involontario, mette in rilievo, del passato, solo i sentimenti che ci sembrano i più nobili e accantona gli altri, io ricordo l’idea dominante di quei primi momenti. Più che un’idea, un’agitazione, una spinta istintiva: salvarsi.” 

 “Il bombardamento continuava, ma il battaglione teneva. Quanto abbia durato quel tiro io non saprei dirlo. Non l’avrei potuto dire neppure allora. Durante un’azione si perde la cognizione del tempo. Si crede di essere alle dieci del mattino e si è alle cinque del pomeriggio. Improvvisamente, una nostra mitragliatrice aprì il fuoco. Io mi levai per vedere. Gli austriaci attaccavano.” 

 “Noi vedevamo reparti interi cadere falciati. I compagni si spostavano, per non passare sui caduti. I battaglioni si ricomponevano. Il canto riprendeva. La marea avanzava.” 

 “Io sono destituito dal comando? Ma l’esercito italiano è comandato da austriaci! É una vergogna! Egli era furibondo. Ma, passato il furore, dovette decidersi ad ubbidire.”

 “Gli austriaci agitavano i fucili e i berretti, verso di noi. Hurrà! Io non mi rendevo conto di quella festa. Essa era qualcosa di più che la gioia per una posizione conquistata, senza contrasto. Perché tanto entusiasmo? Io mi voltai indietro e capii. Di fronte, tutta illuminata dal sole, come un immenso manto ricoperto di perle scintillanti, si stendeva la pianura veneta. Sotto, Bassano e il Brenta; e poi, più in fondo, a destra, Verona, Vicenza, Treviso, Padova. In fono, a sinistra, Venezia. Venezia!” 

 “Anche il generale si curvò. I soldati lo guardavano, con odio. É un eroe – commentò il generale. Un vero eroe. Quando egli si drizzò, i suoi occhi, nuovamente, si incontrarono con i miei. Fu un attimo. In quell’istante, mi ricordai d’aver visto quegli stessi occhi, freddi e roteanti, al manicomio della mia città, durante una visita che ci aveva fatto fare il nostro professore di medicina legale.” 

“I sei morti erano stesi a terra, uno a fianco all’altro. Noi li contemplavamo, pensierosi. Presto o tardi, sarebbe venuto, anche per noi, il nostro turno.” 

 “Quanto durasse quella nostra posizione, io non lo ricordo. In combattimento, si perde, la nozione del tempo, sempre.” “Il terreno circostante era ingombro di feriti. Ordini, grida, urla si levavano da ogni parte. V’era dovunque un aspetto di confusione e di terrore.” 

 “La guerra di posizione ricominciava. I sogni di manovra e vittoria fulminea svanivano. Bisognava ricominciare daccapo, come prima, sul Carso.” 

“Io ho dimenticato molte cose della guerra, ma non dimenticherò mai quel momento. Guardavo il mio amico sorridere, fra una boccata di fumo e l’altra. Dalla trincea nemica, partì un colpo isolato. Egli piegò la testa, la sigaretta fra le labbra e, da una macchia rossa, formatasi sulla fronte, sgorgò un filo di sangue. Lentamente, egli piegò su sé stesso, e cadde sui miei piedi. Io lo raccolsi morto.” 

 “Avevo con me tutti i soldati veterani del Carso e non avevo bisogno di dare molte spiegazioni. All’ora fissata, bevuto il cognac, uscimmo dalle trincee…” 

 “Per chi non sia abituato, fa una certa impressione abbandonare il riparo della trincea, uscire e trovarsi allo scoperto, di fronte ai tiri di fucile delle vedette nemiche.” 

 “Le mitragliatrici falciarono le prime ondate e il battaglione non arrivò neppure alle trincee. Per tutta la giornata, nella stretta vallata, non si sentivano che i lamenti dei feriti.” 

 “Ci preferiscono affamati, assetati e disperati. Così, non ci fanno desiderare la vita. Quanto più miserabili siamo, meglio è per loro. Così, per noi è lo stesso che siamo morti o che siamo vivi.” 

 “Di tutti i momenti della guerra, quello precedente l’assalto era il più terribile. L’assalto! Dove si andava? Si abbandonavano i ripari e si usciva. Dove? Le mitragliatrici, tutte, sdraiate sul ventre imbottito di cartucce, ci aspettavano. Chi non ha conosciuto quegli istanti, non ha conosciuto la guerra.” 

 “Due soldati si mossero ed io lividi, uno a fianco dell’altro, aggiustarsi il fucile sotto il mento. Uno si curvò, fece partire il colpo e si accovacciò su se stesso. L’altro l’imitò e stramazzò accanto al primo. Era codardia, coraggio pazzia? Il primo era un veterano del Carso.” 

 “Che noi avessimo gridato o no, le mitragliatrici nemiche ci attendevano. Appena oltrepassammo una striscia di terreno roccioso ed incominciammo la discesa verso la vallata, scoperti, esse aprirono il fuoco. Le nostre grida furono coperte dalle loro raffiche. A me sembrò che contro di noi tirassero dieci mitragliatrici, talmente il terreno fu attraversato da scoppi e da sibili. I soldati colpiti cadevano pesantemente come se fossero stati precipitati dagli alberi.”

 “Io guardai verso le trincee nemiche. I difensori non erano nascosti, dietro le trincee. Erano tutti in piedi e sporgevano oltre la trincea. Essi si sentivano sicuri. Parecchi erano addirittura dritti sui parapetti. Tutti sparavano su di noi, puntando calmi, come in piazza d’armi.” 

 “Il capitano stette sull’attenti finché il generale non scomparve. Rimasto solo con noi, si sedette e pianse tutta la notte, senza riuscire a pronunziare una parola.” 

 “Io ho paura di diventare pazzo, – mi disse. – Io divento pazzo. Un giorno o l’altro, io mi uccido. Bisogna uccidersi. Io non seppi dirgli niente. Anch’io sentivo delle ondate di follia avvicinarsi e sparire. A tratti, sentivo il cervello sciaguattare nella scatola cranica, come l’acqua agitata in una bottiglia.” 

 “La vita di trincea, anche se dura, è un’inezia di fronte a un assalto. Il dramma della guerra è l’assalto. La morte è un avvenimento normale e si muore senza spavento. Ma la coscienza della morte, la certezza della morte inevitabile, rende tragiche le ore che la precedono.” 

 “Dalla fine di maggio, non c’era arrivato in linea un solo pezzo di vestiario. Chi più chi meno, eravamo un po’ tutti vestiti come vagabondi.” 

 “Noi vogliamo vivere, vivere, vivere. Bere e vivere. Cognac. Dormire e vivere e cognac. Stare all’ombra e vivere. E ancora del cognac. E non pensare a niente. Perché, se dovessimo pensare a qualcosa, dovremmo ucciderci l’un l’altro e finirla una volta per sempre.” 

 “Eravamo giunto all’altezza del comando del 1° battaglione, quando ci arrivò la notizia che il generale Leone era morto, colpito al petto da una pallottola esplosiva. Perché non chiamare le cose con il loro vero nome? Fu una gioia, un tripudio.” 

 “Una vita sconosciuta si mostrava improvvisamente ai nostri occhi. Quelle trincee, che pure noi avevamo attaccato tante volte inutilmente, così viva ne era stata la resistenza, avevano poi finito con l’apparirci inanimate, come cose lugubri, inabitate da viventi, rifugio di fantasmi misteriosi e terribili. Ora si mostravano a noi, nella loro vera vita. Il nemico, il nemico, gli austriaci, gli austriaci!… Ecco il nemico ed ecco gli austriaci. Uomini e soldati come noi, fatti come noi, in uniforme come noi, che ora si muovevano, parlavano e prendevano il caffè, proprio come stavano facendo, dietro di noi, in quell’ora stessa, i nostri stessi compagni! Strana cosa.” 

 “Bastava che premessi il grilletto: egli sarebbe stramazzato al suolo. Questa certezza che la sua vita dipendesse dalla mia volontà, mi rese esitante. Avevo di fronte un uomo. Un uomo! Un uomo!” 

 “In guerra, chi è un metro avanti considera gli altri al sicuro.” 

 “Trovai il babbo molto invecchiato. Lo avevo sempre creduto un uomo forte. Mi accorsi subito che non era più lo stesso. Egli era depresso e non nascondeva il suo scoraggiamento. Noi eravamo i soli figli e tutti e due in fanteria. Non si faceva più illusioni. Non sperava che noi potessimo rientrare sani e salvi dalla guerra.” 

 “Cercai il comandante del battaglione, e lo trovai, come gli altri, nel fango. Anch’egli beveva.”

 “Noi siamo professionisti della guerra e non ci possiamo lamentare se siamo obbligati a farla. Ma, quando siamo pronti per un combattimento, e, all’ultimo momento, arriva l’ordine di sospenderlo, glielo dico io, mi creda, si può essere coraggiosi finché si vuole, ma fa piacere. Sono questi, lealmente, i più bei momenti della guerra.” 

 “Non è la guerra di fanterie contro fanterie, di artiglierie contro artiglierie. E’ la guerra di cantine contro cantine, barili contro barili, bottiglie contro bottiglie.”