martedì 15 settembre 2026

Apeirogon – Colum McCann

“Le colline di Gerusalemme sono immerse nella nebbia. Rami percorre a memoria un tratto diritto, calcolando l’arco della prossima curva.” 

 “Non smette mai di sbalordirlo la differenza che può fare un confine: la linea arbitraria, tracciata ora qui, ora là, rintracciata ancora più in là.” 

 “Avere una casa, una famiglia, essere lasciato tranquillo: una vita da israeliano, ecco quello che voleva. Un buon lavoro, un mutuo, una strada sicura, verdeggiante, nessuno a bussare alla porta, nessuna telefonata a svegliarti la notte. Ciò che desiderava era la banalità più spettacolare.” 

 “Apeirogon: un poligono con un numero infinitamente numerabile di lati.” 

 “Aveva imparato che il rimedio per la cattiva sorte era la pazienza.” 

 “Per le domande che gli venivano inevitabilmente rivolte aveva una sola, semplice risposta. Non c’era alcuna simmetria fra il carceriere e il carcerato. Distruggere la prigione. L’Occupazione si basava sul mito della sicurezza. Doveva terminare. Fino ad allora, nient’altro sarebbe stato possibile.” 

 “Lui non odiava gli ebrei, non odiava Israele. Quello che odiava era essere occupato, l’umiliazione che ne derivava, il senso di soffocamento, la quotidiana degradazione, l’avvilimento. Finché non fosse terminata, niente sarebbe stato sicuro. Provate l’esperienza di un checkpoint, anche solo per un giorno.” 

 “Se dividi la morte per la vita troverai un cerchio.” 

 “Non finirà finché non parliamo.” 

 “La chiamavamo Principessa, un cliché, certo, ma lei per me era esattamente quello, una principessa, un sentimento che ogni padre conosce, niente è mai un cliché mentre lo stai vivendo.”

 “Sulle prime, quando senti di un’esplosione, di qualsiasi esplosione, in qualsiasi luogo, continui a sperare che stavolta il dito del fato non punti contro di te. Ogni israeliano lo sa bene. A furia di sentirne parlare ti abitui, ma questo non altera il balzo che provi in petto. Aspetti e ascolti e speri di non essere tu.” 

 “Il dito del fato punta contro di te. Dritto in mezzo ai tuoi occhi. Il personale dell’obitorio vi accompagna all’interno. Vi portano in una sala. Senti lo scivolare del ripiano. I rulli di metallo, le rotelle di gomma, E ciò che vedi è una scena che non potrai più dimenticare per il resto della tua vita. Tua figlia. Su un ripiano d’acciaio. E non sarai mai più lo stesso.”

 “Il tempo non ti aspetta. Tu vorresti che lo facesse, che si congelasse, si paralizzasse, che scorresse all’indietro, ma non lo fa. Ti devi svegliare, ti devi alzare, devi fare i conti con te stesso. Lei non c’è più. La sua sedia a tavola è vuota. La sua cameretta è vuota. Il suo cappotto è ancora sul pomello della porta. Devi prendere una decisione. Cosa ne farai adesso di questo nuovo, insostenibile fardello che hai sulle spalle? Cosa ne farai di questa incredibile rabbia che ti mangia vivo?” 

 “Certe persone hanno interesse nel mantenere il silenzio. Altre hanno interesse nel seminare odio basato sulla paura. La paura produce denaro, produce leggi, prende la terra, costruisce insediamenti, e la paura ama tenere tutti nel silenzio.” 

 “Per quanto sembri strano, in Israele non sappiamo cosa sia davvero l’Occupazione. Sediamo nei caffè e ci divertiamo e non dobbiamo farci i conti. Non abbiamo la minima idea di cosa significhi dover superare un checkpoint ogni giorno. O vedere confiscata la terra della nostra famiglia. O svegliarci con un fucile puntato sulla faccia.” 

 “La verità è che non può esserci occupazione che sia compassionevole. Non esiste proprio. E’ impossibile. Ha a che fare con il controllo.” 

 “Delle persone vengono nel tuo villaggio, persone che non riconosci, che parlano una lingua che tu non capisci, chi sono? Sembrano alieni. Arrivano con le loro jeep e i loro mezzi corazzati e pattugliano le strade e ti dicono mostrami i documenti, mettiti contro il muro, chiudi il becco, girati, giù a terra. Invadono la tua casa fra le colline, la sbarrano, al demoliscono. Nascondono ordinanze di sfratto sotto le pietre. Le nascondono così tu non le trovi. Arrestano tuo padre, i tuoi fratelli, i tuoi zii. Ti fermano mentre vai a scuola. Arrestano il tuo insegnante fuori dal cancello. E ben presto arrestano pure te..” 

 “Avevamo una missione in prigione, e l’avevano anche gli israeliani. La nostra era di sopravvivere come esseri umani. La loro era di privarci della nostra umanità.” 

 “Vedete, l’Occupazione agisce in ogni aspetto della tua vita, ti sfinisce, ti amareggia in un modo che nessuno da fuori riesce davvero a capire. Ti sottrae il domani. Ti impedisce di andare al mercato, all’ospedale, alla spiaggia, al mare.” 

 “Con un calcio spalancano la tua porta, prendono il controllo della tua casa, mettono i piedi sulle tue sedio. Tuo figlio di sette anni viene preso e interrogato. Nemmeno puoi immaginarlo. Sette anni. Fai che sei padre per un minuto e pensa a tuo figlio di sette anni che viene preso davanti ai tuoi occhi. Bendato. Ammanettato coi lacci ai polsi. Condotto al tribunale militare di Ofer. La maggior parte degli israeliani nemmeno lo sa che succedono certe cose. Non che siano ciechi. E’ che non sanno quello che viene fatto in loro nome. Non viene permesso loro di vedere. I loro giornali, le loro televisioni queste cose non gliele dicono. Non possono entrare in Cisgiordania. Non hanno alcuna idea di come viviamo. Ma questo succede ogni giorno. Ogni singolo giorno. Non lo accetteremo mai. Nemmeno fra mille anni, lo accetteremo.” 

 “Potete odiare quello che vi pare, va bene. Potete costruire tutti i muri che vi pare, va bene. Se pensate che un muro vi dia sicurezza, continuate, ma tiratelo su nel vostro giardino, non nel mio.” 

 “Ben oltre il giusto e lo sbagliato c’è un campo, ti aspetterò là.”

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Per aspera ad astra