giovedì 28 maggio 2026

La cura – Herman Hesse

 “Così, appena arrivato, avevo scoperto uno dei grandi segreti e incantesimi di tutti i luoghi di cura e assaporai con vera delizia la mia scoperta: la comunità del dolore, il socios habere malorum.” 

 “Come le conosciamo bene, profondamente e orrendamente bene, quelle camere tranquille, quei teatri delle nostre più atroci sofferenze, delle nostre più dolorose sconfitte, delle nostre vergogne più segrete!” 

 “Non sappiamo forse che il nostro destino ci è congenito e inevitabile, e tuttavia non ci aggrappiamo tutti, appassionatamente, all’illusione della scelta, del libero volere?”

 “Durante una breve passeggiata notturna prima di andare a dormire vidi le stelle riflesse nelle pozzanghere lasciate dalla pioggia, vidi, nel vento notturno, lungo la riva del fiume scrosciante, alcuni vecchi alberi di straordinaria bellezza. Certo sarebbero stati belli anche domani, ma in quel momento avevano quella magica, irripetibile bellezza che viene dalla nostra stessa anima e che, secondo i Greci, brilla in noi soltanto quando Eros ci guarda.” 

 “Il mattino, il famoso momento della freschezza, della rinascita, del novello impulso gioioso, a me è fatale, mi riesce spiacevole e penoso, non ci amiamo reciprocamente.” 

 “Chi di noi infermi sopporterebbe, oltre i bagni e i massaggi, oltre i fastidi e la noia, anche il digiuno e la mortificazione? No, preferiamo soltanto guarire a metà, ma vivere, in cambio, in modo un po’ più piacevole e divertente, noi non siamo giovinetti che pretendiamo l’assoluto da se stessi e dagli altri, ma persone anziane, profondamente implicate nei condizionamenti dell’esistenza, e perciò abituate a lasciare un po’ correre.” 

 “No, noi siamo volentieri disposti a morire: più tardi. Ma per oggi, dopo i bagni estenuanti, dopo la mattinata così dura da ammazzare, preferiamo godercela un po’, rosicchiare un’ala di pollo, levar la pelle a un pesce saporito, sorseggiare un bicchiere di vino rosso. Siamo fatti così, vili e deboli e goderecci, dei vecchi egoisti.” 

 “E’ incredibile quanto si faccia presto a imparare la stoltezza e il male, quanto sia facile diventare un cane poltrone, un porco grosso e godereccio!” 

 “Le sensazioni del giuoco, per me, sono state pressappoco queste: in principio me ne stavo per un po’ di tempo al margine del tavolo verde, gli occhi sui numeri, e ascoltavo la voce dell’uomo alla roulette. Il numero gridato da costui, il numero scelto dalla pallina instancabile e che ancora un secondo prima era stato un cieco e sciocco numero tra i tanti suoi simili, ora si accendeva di una calda luce nella voce di quell’uomo, nello spicchio occupato dalla pallina, negli orecchi e nei cuori degli astanti. Quatre, si sentiva dire, o cinq o trois, e il numero si accendeva, luminoso, non solo nel mio orecchio e nella mia mente, non solo sul tondo e conico piano inclinato della pallina, ma anche sul tavolo verde.”

 “Il momento in cui si vince è meraviglioso. Hai invocato il destino e ti sei rimesso nelle sue mani, credi di essere in contatto col gran mistero, hai come la strana sensazione di esserne l’amico, l’alleato; e tò, è proprio vero, ne hai conferma, la tua tacita idea segreta, il tuo piccolo miraggio nascosto s’illumina, il miracolo avviene, il presagio diviene realtà, il tuo numero viene scelto dall’onnipotente pallina della fortuna, l’uomo della roulette lo proclama ad alta voce e il croupier ti getta, con bella parabola, una manciata di fulgide monete d’argento.” 

 “E non soltanto più tardi, ma già in quel momento stesso, mentre stavo ancora giocando, sentivo tutta la profondità di quel simbolo, vedevo nel giuoco l’immagine della vita, dove le cose vanno allo stesso modo, dove un’imperscrutabile irrazionale intuizione ci dà in mano i più potenti incantesimi, scatena le più grandi energie, dove, all’indebolirsi dei buoni istinti, s’insinuano la critica e la ragione, che per un po’ di tempo si destreggiano e oppongono resistenza, finché in ultimo succede quel che deve succedere, senza che noi c’entriamo affatto, sopra la nostra testa.” 

 “Se i detti del Nuovo Testamento non li consideriamo come comandamenti ma come espressione di una straordinaria, profondissima conoscenza dei misteri dell’animo umano, la cosa più saggia che sia mai stata detta, il breve compendio di tutta l’arte di vivere e di essere felici, è la frase “ama il prossimo tuo come te stesso”, che del resto si trova già nell’Antico Testamento.”

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