mercoledì 25 febbraio 2026

Ferito a morte – Raffaele La Capria

“La nenia s’interrompe. Ora il sig. De Luca versa l’acqua bollente nella macchinetta. Il caffè macinato non va compresso, non troppo piena, così. Il vassoio con la tazzina, la zuccheriera, ecco fatto.” “Che giornata! L’odore della bella giornata, proprio l’odore.”

 “Bisogna leggere i giornali, non solo i libri, anche i giornali schifosi che abbiamo qua, venduti, alleati della menzogna, leggerli per sentire, nonostante tutto, la grande vita del mondo che batte lontano.” 

 “Hai mai scoperto un’ombra nel suo sguardo? Quel segno che ti fa capire che qualunque cosa ti è successa è veramente successa a te, perché tu, vuoi o non vuoi, te la porti appresso anche dopo che te ne sei dimenticato, e anche se non sai ti ha cambiato?” 

 “Trafitta si rovesciò di fianco, splendida tutta d’argento, con le pinne irte sul dorso, la bocca aperta nello spasimo, il corpo a mezzaluna e come paralizzato. Il peso dell’asta la trascinava così, a fondo, sopra un liscio scoglio bianco, e il sangue saliva dalla ferita come un filo di fumo rosato nell’acqua. Poi l’asta cominciò a tintinnare sullo scoglio, lo spago uno strappo, teso, nelle mie mani, la spigola con l’asta infilata nel corpo tentò, si dibatté, frenetica. Ma l’aletta dell’arpione s’era bene aperta, non aveva più scampo.” 

 “Ma lei guardava la spigola sul fondo della barca: Perché l’hai uccisa? Cercai la risposta: Quando la vedi sott’acqua è un’altra cosa, è così piena di vita, di bellezza, e tu vuoi possederla, non c’è scampo.” 

 “Si permettono di giocare per più di due giorni. Non sanno fare altro: i signori nei Circoli, la gentarella al lotto, e tutti al totocalcio. Che sperano? Sempre in una combinazione di carte di numeri di segni. E poi ecco come si riducono, chiusi in una stanza piena di puzzo, di fumo, mentre qua ci sta sto sole, e non permettono a nessuno di entrare perché i signori sono nervosi quando si spellano vivi, con la testa che gli balla per tutti i caffè, la simpamina, le sigarette, i whisky, con le mani che gli tremano sopra le carte, e si capisce! Si giocano i milioni, stanno a fa’ la tombola con i fagioli.” 

 “Ragazzini scalzi di tutte le misure, neri allegri e denutriti, e le loro occhiate, il bianco degli occhi come spicchi d’aglio. Ne vedi uno, ti volti un momento, e allo stesso posto ne trovi due, tre: partenogenesi partenopea.” 

 “Per lei le persone sono divise in due categorie, le persone carine, che sarebbero poi i signori. E i cafoni, che sono tutti gli altri, quelli che incontri per strada, nei filobus o al Circolo. Esistono anche due categorie intermedie, a dir la verità, quella delle brave persone e quella delle persone impossibili.”

 “Tu fa’ lo spiritoso, ma voi con tutta la vostra storia ci perdete al confronto, noi eravamo ragazzi vivi, uscivamo dal fuoco, alla tua età tuo zio era un leone, appena si incontravano due o tre di noi in una strada, come per miracolo spuntava una palla, e finivamo che era scuro, eccetera.” 

 “Bianco vino ghiacciato appanna il bicchiere di Massimo, anche gli occhi già appannati, poi di là sul letto, nella controra, incapace di una lucida conversazione, tra i fumi di contagiose esasperate malinconie.” 

 “In fono Gaetano aveva ragione. – Che cosa ancora ti trattiene? Avrebbe riso se gli avessi risposto: Ritrovare uno solo di quei giorni. ma quali giorni? Sono esistiti?” 

 “L’aspetto ambiguo dell’umanità del napoletano con la sua antitesi di miseria e commedia, di vita e teatro. Le due Napoli, una la montatura e l’altra quella vera. La Napoli bagnata dal mare e quella dove il mare non arriva, il Vesuvio e il contro-Vesuvio. Eccetera eccetera.” 

 “Ma sarà poi passata davvero per Napoli la Storia del Mondo, come voleva farci credere Croce?” 

 “E dunque il Circolo lo potevi definire: una comunione di ozi, frivolo tirocinio di quel grande ozio sociale cui cooperano fino alla morte tutti gli appartenenti alla cosiddetta classe dirigente.” 

 “T’aspetto in barca? Non vengo, gli ho detto. E quei colpi di maglio annunciavano l’estate anche stamattina, nel dormiveglia m’era parso come una volta, la stessa gioia con l’odore della prima maglietta di cotone indossata, pantaloni di tela azzurra sbiadita dell’anno precedente freschi sulla coscia, e più leggero il corpo, liberi i movimenti, il primo scatto nell’acqua gelata del primo bagno, il silenzio sulle spiagge, il grido di un pescatore che s’allarga nel cielo. Ora solo quel mot-bot, mare barche spiagge affollate, e carte sporche preservativi una striscia nera di catrame intorno agli scogli, sott’acqua un deserto, ogni forma di vita e avventura distrutta, nemmeno un saragotto degno di una sommozzata – no, non vengo, non vengo, gli ho detto.” 

 “Le chiacchiere, di solito, cominciano in treno, quelli di tutti i miei ritorni. E’ affollato di facce conosciute, mai viste prima e conosciute sempre.”

 “Giovani funzionari di partito all’arrembaggio dei posti più pagati, i loro ideali coincidono sempre con l’interesse o con un fine secondario, sognatori di modeste felicità, sempre prudentissimi, mai una volta che si compromettono con una frase azzardata, tattici e pratici, corrono sempre in soccorso del vincitore, insomma tutte cose che si sanno, meglio parlare d’altro…” 

 “Una società come quella napoletana, dice Rossomalpelo, produce spontaneamente i tipi come tuo fratello. Servono a fare apparire divertente una vita che in realtà è noiosa, rappresentano per pochi anni un miraggio di felicità.” 

 “la gente è sempre la stessa, anzi, se è possibile, sono peggiorati, che vuoi, oggi a Napoli quando fanno i soldi diventano lazzaroni, non li sanno portare i soldi, diventano volgari e impossibili.” 

 “Ma il cielo? Il cielo, intatto, inalterabile, è sempre una gioia immensa, lontana, struggente, che ti sovrasta e che non puoi condividere.” 

 “Eh, è finita l’epoca del cavalieravvocatocommendatore che come niente ti faceva aprire un bar! Ora è arrivato il mascalzone con la Rolls Royce sotto il palazzo e lo yacht a Santa Lucia, è l’epoca dell’appaltesportarmatore. E c’è il grattacielo alto sulla marea edilizia a testimoniare, se ne dubiti, i gusti e la rapida ascesa dal basso verso l’alto del nuovo arrivato. La storia, la stessa storia meschina, continua. Baroni re e viceré – e ora questi altri, seduti al ristorante, si sentono sotto il culo un sufficiente numero di piani arbitrariamente costruiti: ciò li rassicura, la storia non muta, e stimola l’appetito. Prima emigri e poi denigri – la solita tiritera: Ti pare bello, ingrato, denigrare così il buon nome? Ma il buon nome di chi? E finisce col solito diversivo: sovversivo. E va bene! Sovversivo, dolcemente avverso all’azzurro che avvolge tenero le case, cammino disincantato per le strade della città materna, come vipera nel seno che l’accolse, invelenito da freddo amore, riscaldandomi al suo tepore.” 

 “No, non li ho trovati, il Sudamerica è un’illusione caro mio, là per sopravvivere o t’impieghi o vai a cercare l’oro, fare il napoletano non conviene ed è rischioso.” 

  “E chi sarebbe codesto? mi domandò il mio amico. Un principe delle apparenze. Non fare il napoletano, che significa? Molto fascino e poche lire.” 

 “Tu capisci, in una città dove il settanta per cento non ha un lavoro fisso, per forza devi inventare, non trovi? Ci costringono.” 

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