mercoledì 8 aprile 2026

La sconfitta dell’Occidente – Emmanuel Todd

“Il 24 febbraio 2022, Vladimir Putin è comparso sugli schermi televisivi di tutto il mondo annunciando l’ingresso delle truppe russe in Ucraina.” 

 “Essendo abituati a dettare i valori a cui il mondo deve aderire, gli occidentali credevano sinceramente, e stupidamente, che il pianeta intero fosse pronto a condividere la loro indignazione nei confronti della Russia. La loro aspettativa è rimasta delusa.” 

 “E’ l’ostilità verso un altro gruppo che genera la solidarietà nei confronti del proprio.” 

 “Il paradosso di questo libro è che, partendo dall’azione militare intrapresa dalla Russia, esso ci condurrà alla crisi dell’Occidente.” 

 “La scomparsa della nostra capacità di concepire la diversità del mondo ci ha impedito di avere una visione realistica della Russia.” 

 “Il sistema Putin risulta stabile in quanto è frutto della storia russa e non dell’opera di un singolo individuo.” 

 “A parer mio, ciò che i leader russi temono maggiormente è un intervento militare diretto della Polonia, poiché il numero dei polacchi li costringerebbe a una mobilitazione completa e pertanto a una militarizzazione della società, il che farebbe perdere loro il beneficio della ritrovata pace civile sotto Putin.”

 “Gli occidentali nutrono scarso interesse nei confronti dell’Europa dell’Est, che vedono come una massa indifferenziata.” 

 “Nell’Ovest la protezione delle minoranza è diventata un’ossessione. Il più delle volte pensiamo a coloro che sono oppressi, i neri o gli omosessuali, ma la minoranza meglio protetta ne mondo occidentale è senza dubbio quella dei ricchi, a prescindere che essi rappresentino l’1 per cento della popolazione, lo 0,1 o lo 0,01 per cento. In Russia, invece, non sono protetti né gli omosessuali né gli oligarchi, perciò le nostre democrazie liberali stanno diventando delle oligarchie liberali.” 

 “Se l’emergere di uno stato zero della religione ha spazzato via il sentimento nazionale, l’etica del lavoro, il concetto di una morale sociale vincolante, la capacità di sacrificarsi per la comunità, è ovvio che tutte queste cose, la cui assenza rende fragile l’Occidente in guerra, non riappariranno nei prossimi cinque anni, ovvero nell’arco di tempo che, a mio parere, occorrerà ai russi per concludere con successo la loro offensiva.”

 “Quando il matrimonio tra persone dello stesso sesso viene considerato equivalente a quello tra persone di sesso diverso, possiamo allora dire che la società in oggetto ha raggiunto uno stato zero della religione.” 

 “Il progetto europeo è morto. Un senso di vuoto sociologico e storico si è impadronito delle nostre élite e delle nostre classi medie. In un simile contesto, l’attacco russo all’Ucraina è stato quasi una manna dal cielo.” 

 “Se scaviamo nell’inconscio della NATO, scopriamo che il suo apparato militare, ideologico e psicologico non esiste più per proteggere l’Europa occidentale, ma per controllarla.” 

 “Riassumiamo: i redditi più alti delle persone con un livello di istruzione maggiore riflettono il fatto che gli avvocati, i banchieri e molte altre figure che trovano posto nel terziario sono, se in branco, eccellenti predatori. Ecco dunque l’ultima perversione a cui ha condotto lo sviluppo dell’istruzione: la moltiplicazione dei laureati crea una moltitudine di parassiti.” 

 “Il campo occidentale ha tuttavia continuato a pensare e ad agire come se fosse sempre il padrone del mondo e i suoi media si sono ostinati a trattarlo come se lui solo costituisse la comunità internazionale.” 

 “La Russia non avrebbe mai resistito così bene alle sanzioni se il Resto del mondo, costretto dagli Stati Uniti e dal loro campo a scegliere, non avesse in fondo accettato di aiutare la Russia. E così l’Occidente ha scoperto che la cosa non gli piace affatto. Ed è stata una terribile ferita narcisistica.” 

 “Gli occidentali considerano arretrati tutti i paesi ostili alla ideologia LGBT. Sicuri di incarnare la modernità universale, non hanno capito che si stavano rendendo sospetti al mondo patrilineare, omofobo e di fatto contrapposto alla rivoluzione occidentale dei costumi.”

venerdì 3 aprile 2026

Il padre infedele – Antonio Scurati

“Ieri mattina, all’improvviso, mia moglie è scoppiata a piangere in cucina. Erano le dieci in punto.” 

 “Ancora qualche attimo di pianto sincopato e poi, stremata, ha detto: Forse non mi piacciono gli uomini.” 

 “Allora mi sono alzato e l’ho accarezzata. Le ho accarezzato il volto come fanno le madri, non il capo come fanno i padri.”

 “Il suo assistente, indietro di un passo, seguiva la scena di sottecchi. Era ancora giovane ma già curvo, pavido, viscido, intrigante, ligio al dovere e a un’orgogliosa, perentoria mediocrità. Nel giro di pochi anni sarebbe diventato preside della facoltà.” 

 “Insomma, a ben guardare, preferendo la gastronomia alla filosofia, io mi ero limitato a nuotare nella corrente di fine millennio.” 

 “Dopo un secolo di banalità del male, la promessa di felicità dischiusa dal nuovo millennio non poteva che essere altrettanto banale.” 

 “Rimetti quella parolina equivoca in cima alla lista della spesa. Felicità. In suo nome ridiventi umile, docile, bonario. Vai al supermercato. Lì troverai tutte le cose degne della tua ricerca non per la loro intrinseca capacità di donarti la contentezza, ma perché milioni di altri uomini, non peggiori né migliori di te, le hanno desiderate per la propria gioia e continuano a farlo, non diversamente da come milioni, miliardi di maschi prima di te si sono accoppiati stabilmente con femmine prese in moglie, con loro hanno generato dei figli e al loro fianco sono invecchiati vedendoli crescere e andarsene. Va così di questi tempi: è l’ideologia del supermercato a creare nella mente maschile la psicologia del marito.” 

 “Il demone buono della grande distribuzione adesso è con te, ti guiderà in tutti gli anni a venire nei reparti dei detersivi, dei cibi in scatola e di quelli surgelati mentre terrai per mano i tuoi figli bambini.” 

 “Tu ora non sei più un ragazzo, sei un uomo. E l’uomo, d’ora in avanti, sarà l’animale che potrebbe essere felice. Sarà l’animale in predicato di beatitudine. L’uomo, l’animale in odore di felicità.” 

 “Bisogna per forza passare attraverso il tedio di sé, se si vogliono raggiungere certi risultati.” 

 “Ero irrequieto, polemico, insoddisfatto, appassionato e litigioso. In breve, ero me stesso.” 

 “Ripensandoci ora, mi sembra al tempo stesso banale e impossibile che io sia sopravvissuto. Alla disintegrazione psichica, intendo. Soprattutto, mi pare quasi inverosimile che il ragazzo di allora sia vissuto sufficientemente a lungo da divenire l’uomo di adesso.” 

 “…quel ragazzo che si autocommiserava tenacemente era quanto di più distante si possa immaginare dalla virtù di un padre: la ferma e soccorrevole compassione per qualcuno che non sia noi stessi. Sì, ora so che tutta quella madornale, giovanile tempesta emotiva non sarebbe mai bastata a fare di un piccolo dramma psicologico il gran teatro del mondo su cui, ogni sera, va in scena la vita.” 

 “Non riesco a immaginare niente di più stressante di una vita spesa a combattere lo stress.” 

 “Non avere paura, le dirò, andrà come deve andare. Se ci sarà da soffrire soffriremo; se ci sarà da piangere, ebbene, piangeremo. E poi, in un modo o nell’altro, ne verremo a capo. Questo te lo prometto. Ci puoi contare. Tu dormi, qualunque cosa tu sia, dormi.” 

 “Per un maschio, finché il bambino non esce non esiste. Il padre nasce con lui. Se nasce.” 

 “Nonostante tutti i nostri sforzi, le nostre vane speranze, la tua primissima esperienza umana è stata, però, quella della mancanza. Il tuo primissimo respiro un istante di asfissia. La tua prima parola il pianto. Sei venuta al mondo lottando. Sappilo e non dimenticarlo.” 

 “Ed è per questo motivo che io ti amerò sempre e sempre sarò al tuo fianco. Io sono tuo padre e soccorrerò il tuo pianto. Salve, bambina. Salute a te, creatura venuta a questa sponda di sabbia e sassi dagli oceani prosciugati. Che tu sia la benvenuta a questo mondo.” 

 “Io credo nel dono delle cose deperibili, nella forza benigna irradiata dalle gioie caduche; credo anzi che le cose di cui potremmo essere privati – e di cui perciò saremo immancabilmente privati – sono nella nostra vita le uniche cose di valore. la mia è una fede nella privazione.” 

 “E allora io lo sopirò, quel dolore, lo blandirò come una divinità irata. Magari provvisoriamente, magari farò peggio, magari sarò blasfemo, non cauterio, ma afferrerò con i denti i lembi della ferita e la ricucirò con le labbra insanguinate. Io credo nella cura, non nella guarigione. Io sono un fallito.” 

 “Insomma, nonostante tutto Giulia era ancora una femmina e aveva gli occhi dolci gonfi di pianto e di sonno. Mentre io, ancora un maschio, avevo lo sguardo losco. Eravamo lì, ma avevamo creduto alle favole sbagliate. Per questo motivo era arrivata la stagione delle piogge.”

 “Si, il nostro errore, fin dal principio, era stato decisamente quello di voler essere felici. Al contrario, le generazioni che ci avevano preceduto non avevano mai sottoposto il matrimonio a quel genere d’ipoteca. la felicità a ogni costo ci aveva rovinati.” 

 “Il punto cruciale è invece un altro: perché ogni volta che ho desiderato un’altra donna o un’altra vita ho sentito di tradire non mia moglie ma mia figlia? Perché ogni congettura d’infedeltà ha investito sempre il padre e mail il marito?” 

 “C’è qualcosa di storto in un uomo quando l’intero esercito delle sue debolezze viene passato in rassegna dagli occhi ignari di una bambina.” 

 “I figli crescono, crescono in fretta. Anche questo si sa. Ce lo ripete sospirando ogni sera la fornaia, mentre imbusta i soliti due sfilatini di farina integrale. Ciò che invece si tende a dimenticare è che, mentre loro crescono, noi moriamo.” 

 “E, credetemi sulla parola se non vi è mai capitato, una figlia femmina che somigli fortemente a suo padre è un dono meraviglioso del fato. Ancor di più della donna amata, è l’immagine pura della morte. Un’autentica benedizione.” 

 “E’ questa una delle verità più amare riguardo alle relazioni umane: se le persone le lasci andare, loro se ne vanno.” 

 “Forse non ce l’avremmo fatta, ma ci volevamo bene.” 

 “Lo sfruttamento della prima infanzia a scopi commerciali era indubbiamente l’ultimo grido della moda.” 

 “A me appariva chiaro e spaventoso il fatto che stessero trasformando il corpo imberbe del bambino, nudo per sua vocazione, in un corpo di lusso.” 

 “Il dato ci è tolto, l’ambiente agiato e protetto in cui ci avete cresciuti si è infranto, il primato del nostro deindustrializzazione, disoccupazione. Siamo cresciuti con la promessa di un’espansione infinita, invece viviamo in universi in contrazione. Lo puoi capire questo, papà.” 

 “Non ti amareggiare, Glauco, non serve a niente. Vi hanno gettato un osso già spolpato. Fai del tuo meglio, poi accada quel che deve accadere.” 

 “Un uomo torna sempre a casa da sua moglie. Ricordatelo, Glauco. Ora mio padre si è alzato. Si avvia verso l’uscita, deciso a riprendersi la manina di Anita. La conversazione è finita. Era questo, non altro, che il vecchio aveva da dire.” 

 “Sono padre, non posso perdere la fede, e perciò mi prostro di nuovo, volentieri, ai piedi del futuro. Che cosa, dunque, ricorderà di me mia figlia?” 

 “Le lascerò il piccolo dramma di un uomo cui non riusciva, per quanto si sforzasse, di conciliare la fedeltà del padre con la fedeltà a sé stesso?”

domenica 29 marzo 2026

Niente di nuovo sul fronte occidentale – Erich Maria Remarque

“Questo libro non vuol essere né un atto d’accusa né una confessione. Esso non è che il tentativo di raffigurare una generazione la quale – anche se sfuggì alle granate – venne distrutta dalla guerra.” 

 “Per il soldato, lo stomaco e la digestione sono realtà a cui pensa più di quanto facciano altri esseri umani. Tre quarti del suo vocabolario sono tratti da lì, e la massima gioia come la disperazione più profonda vi trovano la loro espressione più precisa.” 

 “Il sordo brontolio del fronte ci arriva come un temporale lontanissimo. Il volo dei calabroni basta a coprirlo. E intorno a noi il prato fiorito. I fili d’erba si piegano all’aria mite e calda della tarda estate; leggiamo lettere e giornali e fumiamo beatamente; ci togliamo i berretti e li appoggiamo accanto a noi; il vento gioca con i nostri capelli come con la nostra parola e con i nostri pensieri.” 

 “Facile sarebbe stato davvero che oggi non sedessimo in queste cassettine: l’abbiamo scampata per poco. E perciò ogni sensazione è nuova e forte: i rossi papaveri e il buon cibo, le sigarette e la brezza d’estate.” 

 “…a quell’epoca persino i genitori avevano la parola vigliacco a portata di mano. La gente non aveva la più lontana idea di ciò che stava per accadere.” 

 “Sotto la pelle la vita non pulsa più, respinta fino ai margini del corpo; la morte si fa strada dall’interno, e domina già gli occhi. Eccolo là, il nostro compagno Kemmerich, che fino a poco fa cucinava con noi carne di cavallo e gironzolava per le trincee; è ancora lui, eppure non è già più lui, la sua figura si è sfumata, è diventata incerta come una lastra su cui si siano impresse due fotografie. Persino la sua voce suona spenta come cenere.” 

 “Gioventù di ferro. Gioventù! Nessuno di noi ha più di vent’anni. Ma giovani? La nostra gioventù se n’è andata da un pezzo. Noi siamo gente vecchia.” 

 “Da quando siamo qui, la nostra vita di prima è tagliata fuori, senza alcuna colpa da parte nostra. Talvolta cerchiamo di farci un’idea generale, di darci una spiegazione, ma senza riuscirci.” 

 “Ci eravamo arruolati pieni di entusiasmo e di buona volontà: non mancò alcuno sforzo per spegnere in noi l’uno e l’altra.” 

 “Noi eseguivamo esattamente perché il comando è comando e deve essere eseguito.” 

 “Divenimmo duri, diffidenti, spietati, vendicativi, rozzi; e fu un bene: erano proprio quelle le qualità che ci mancavano.” 

 “Ma importante fu che tra noi venne in tal modo sviluppandosi un forte sentimento di solidarietà, il quale poi al fronte si innalzò a quanto di meglio abbia prodotto la guerra: il cameratismo.” 

 “Mi guardo gli scarponi, grandi e goffi, in cui sono stati infilati malamente i pantaloni: in quei tubi si ha l’aspetto forte e robusto, ma quando al bagno ci spogliamo riveliamo a un tratto la gracilità delle gambe e delle spalle. Allora non siamo più soldati, ma quasi ancora bambini; nessuno ci crederebbe capaci di portare lo zaino. E’ un curioso momento, quando siamo nudi; ritorniamo borghesi e per un istante quasi ci crediamo.” 

 “La terra è percorsa da fluidi che attraverso le piante dei piedi si trasfondono in me. La notte è carica di elettricità, il brontolio del fronte sembra una lontana musica di tamburi. Le mie membra si muovono snodate, sento i tendini agili nel moto, respiro, soffio, mi scuoto. La notte vive, io vivo. Ho appetito, una fame tremenda che non viene dallo stomaco.” 

 “E allora, vedete, il potere dà alla testa; tanto più dà alla testa, quanto meno uno contava da borghese.” 

“I nostri volti non sono più pallidi o più accesi del solito, né i tratti sono più tesi o più rilassati; eppure è un’altra cosa. Nel nostro sangue si è formato una specie di contatto elettrico, come allo scatto di una molla. Non sono modi di dire, è un fatto: è il fronte, è la coscienza del fronte che sviluppa questo contatto. Al fischio delle prime granate, al primo strappo dell’aria solcata dalle detonazioni, subito nelle nostre vene, nelle mani, negli occhi è come un’attesa sommessa, un origliare, un essere più svegli, una singolare duttilità dei sensi: all’improvviso tutta la persona si trova in piena efficienza.” 

 “Per me il fronte è un orribile gorgo. Mentre si è ancora lontani, là dove le acque sono ancora tranquille, già si sente che assorbe, che attira, con una forza lenta, invincibile, che distrugge senza fatica ogni tua resistenza.” 

 “A nessuno la terra è amica quanto al soldato. Quando vi si aggrappa, lungamente, violentemente; quando con il volto e con il corpo si lascia avvolgere dalla terra nell’angoscia mortale del fuoco, allora essa è il suo unico amico, suo fratello, sua madre; nel silenzio della terra egli soffoca il suo terrore e le sue grida, essa lo accoglie nel suo rifugio, poi lo lascia andare, perché viva e corra per altri dieci secondi, e poi lo abbraccia di nuovo, e spesso per sempre. Terra, terra, terra. Terra, con le tue pieghe, con le tue buche, con i tuoi avvallamenti in cui ci si può gettare, sprofondare. Terra, nello spasimo dell’orrore, tra gli spettri dell’annientamento, nell’urlo mortale delle esplosioni, tu ci hai dato l’immenso contraltare della vita riconquistata! La corrente della vita, quasi distrutta, è rifluita da te attraverso le nostre mani, così che noi salvati in te ci siamo sepolti, e nella muta ansia del momento superato ti abbiamo morso con le nostre labbra!” 

 “Se ci si fosse lasciati guidare dal ragionamento, a quest’ora saremmo un mucchio di carne sparpagliato: è stato l’altro che, oscuramente vigile in noi, ci ha buttati a terra e salvati senza che noi capiamo come. Se questo altro non fosse, da un pezzo, tra le Fiandre e i Vosgi, non vi sarebbero più creature viventi. Noi partiamo soldati allegri o brontoloni; quando giungiamo nella zona del fuoco siamo diventati una razza belluina.” 

 “Accanto a noi è distesa una recluta spaurita con i capelli biondi come stoppa. Si stringe la faccia tra le mani, l’elmetto gli è scivolato via. Glielo ripesco e voglio cacciarglielo sulla testa. Il ragazzo mi guarda, respinge l’elmetto e si rannicchia come un bambino sotto il mio braccio, contro il mio petto. Le sue spalle tremano, esili come quelle del povero Kemmerich.” 

 “Non mi è mai accaduto di udire cavalli gridare, e quasi non ci posso credere; quella che geme laggiù è tutta la miseria del mondo, è la povera creatura martirizzata, un dolore selvaggio, atroce, che ci fa impallidire.” 

 “Ci sediamo e ci turiamo le orecchie. Ma quell’orribile lamento, quel gemere, quel pianto, penetra dovunque, e si ode sempre. Tutti abbiamo imparato a sopportare qualcosa: ma qui il sudore ci cola dalla fronte. Vorremmo alzarci e fuggire, non importa dove, solo per non udire più quelle grida. Eppure non sono uomini, ma soltanto cavalli.” 

 “Ha la bocca spalancata e urla, ma io non sento nulla: continua a scrollarmi, si avvicina; e in un momento di minor rumore, le sue parole mi raggiungo: Gas! Gas! Gas! Passa la voce!” 

 “Quei primi momenti con la maschera calata decidono della vita e della morte: sarà impenetrabile? Ho presenti le orribili immagini dell’ospedale: i soldati asfissiati che, soffocando giorno per giorno, vomitano pezzo per pezzo i polmoni bruciati.” 

“Aspetto qualche secondo, l’uomo non stramazza al suolo, si guarda intorno e fa qualche passo: vuol dire che il vento ha disperso il gas, che l’aria è libera. Allora rantolando strappo anch’io la maschera e cado lungo disteso; l’aria fluisce in me come una corrente di acqua gelata, gli occhi mi vogliono schizzare fuori dalle orbite, l’onda mi sommerge e per un momento perdo conoscenza.” 

 “Kat si guarda intorno e mormora: Non sarebbe il caso di prendere una pistola e farlo smettere di soffrire? Ci sono poche probabilità che il ragazzo possa sopportare il trasporto e in ogni caso non sopravvivrà che pochi giorni. Ma tutto quello che ha sofferto fin qui è nulla rispetto al tempo che gli rimane da passare prima di morire. Ora è intontito, non sente niente, ma fra un’ora sarà un groviglio gemente di insopportabili sofferenze. i giorni che può ancora vivere non saranno per lui che una delirante tortura. E a chi giova che questi giorni li viva o no?” 

 “Monotoni traballano gli autocarri, monotone si alternano le grida, monotona scende la pioggia. Scorre sulle nostre teste, e lì davanti sulle teste dei morti, e sul corpo della piccola recluta con la ferita troppo grande per il suo esile fianco; e scorre sulla tomba di Kemmerich, scorre sui nostri cuori.” 

 “E’ penoso uccidere un singolo pidocchio, quando se ne hanno addosso centinaia. Le bestiole sono piuttosto dure e alla lunga diventa noioso quel perpetuo schiacciarle con le unghie.” 

 “Di tutta questa roba non ricordiamo granché. Vero è che non ci è servita a nulla. A scuola invece nessuno ci ha insegnato come si accenda una sigaretta sotto la pioggia e il vento, come si faccia prendere fuoco a un fascio di legna bagnata; oppure anche che la baionetta a uno conviene cacciargliela nella pancia, perché lì non resta conficcata come tra le costole.” 

 “…vorrei, quando sento parlare di pace, che se fosse davvero così, vorrei fare qualcosa di straordinario, e il solo pensiero mi dà alla testa. Qualcosa, capisci, per cui valga la pena essere stati qui, tanto tempo nel fango. ma non riesco a immaginare niente. Quello che mi sembra possibile – professione, studi, stipendio, eccetera – mi dà nausea: tutta roba che c’era già prima, ne ho schifo. Non trovo nulla, Albert. E improvvisamente tutto ciò mi sembra così vuoto e desolante. E’ il destino comune della nostra generazione. Albert sintetizza il tutto: La guerra ci ha guastati per sempre. ha ragione: non siamo più giovani, non ci interessa più dare l’assalto al mondo. Siamo dei profughi, fuggiamo da noi stessi. Avevamo diciott’anni, e cominciavamo ad amare il mondo e l’esistenza: ci hanno costretti a spararle contro. La prima granata ci ha colpiti al cuore. Siamo esclusi ormai dall’attività, dal lavoro, dal progresso, non ci crediamo più. Crediamo nella guerra.” 

 “Così ce ne stiamo seduti l’uno di fronte all’altro, io e Kat, due soldati in giubbe logore intenti ad arrostire un’oca in piena notte. Non parliamo molto; eppure abbiamo l’uno per l’altro maggiori attenzioni di quante credo possano averne due innamorati. Siamo due uomini, due minuscole scintille di vita, e fuori è notte e regna la morte. Noi le sediamo accanto, minacciati e nascosti, le nostre mani sono coperte di grasso, nei nostri cuori ci sentiamo vicini e l’ora è come il luogo: luci e ombre delle nostre sensazioni oscillano qua e là con la fiamma del nostro fuocherello.”

 “Un piccolo soldato e una voce benevola, e se gli faceste una carezza, forse non vi capirebbe più: ha gli scarponi ai piedi e il cuore pieno di terra; e marcia così, e ha tutto dimenticato fuorché il marciare. Non sono forse fuori quelli all’orizzonte, e un paesaggio così quieto che gli viene voglia di piangere, al soldato? Non ci sono forse là immagini che lui non ha perduto perché non le ha mai possedute? Immagini che lo turbano, ma che per lui sono passate via? Non sono forse là i suoi vent’anni?” 

 “Per puro caso posso essere colpito e per puro caso rimanere in vita. In un rifugio a prova di bomba posso essere schiacciato e allo scoperto posso resistere incolume a dieci ore di fuoco tambureggiante. I soldati rimangono in vita soltanto per casualità; perciò ciascuno crede e ha fiducia nel caso.” 

 “E’ mattina, e ora al fuoco delle artiglierie si mescola l’esplosione delle bombarde. E’ la cosa più folle, più impressionante che si possa pensare. Dove cadono, le bombarde creano una fossa comune.”

 “E di nuovo bisogna aspettare, e aspettare… Durante la mattinata succede quello che già prevedevo. Una delle reclute ha una crisi. Da un pezzo mi ero accorto che digrignava i denti continuamente e serrava i pugni, e lo tenevo d’occhio. Li conosciamo bene, questi occhi disperati che sembrano schizzare dalle orbite! Solo in apparenza in queste ultime ore si era fatto più quieto: ma ora è crollato su se stesso come un albero marcio.” 

 “E’ un attacco di ansia da trincea, gli pare di soffocare e l’unico impulso è quello di uscire. Se lo lasciassimo fare, correrebbe allo scoperto senza ripararsi, chissà dove. Non sarebbe il primo.” 

 “Un’altra notte. La tensione ci ha intontiti. E’ una tensione mortale, che come un coltello male affilato ci graffia di continuo lungo la schiena. Le gambe non reggono più, le mani tremano, il corpo è come una epidermide sottile tesa sopra un delirio faticosamente represso, sopra un urlo interminabile che sta per prorompere senza ritegno. Non abbiamo più né carne né muscoli, non osiamo più nemmeno guardarci in faccia per paura di qualcosa di imprevedibile. Così stringiamo le labbra… passerà… deve… forse la scampiamo.” 

“Siamo diventati belve pericolose: non combattiamo, ci difendiamo dall’annientamento.” 

 “Il fuoco si sposta di cento metri in avanti e subito balziamo fuori di nuovo. Accanto a me, a un caporale viene tagliata la testa di netto. Fa ancora alcuni passi avanti mentre il sangue gli zampilla dal colle come una fontana.” 

 “Oh, quel ritornare all’attacco! Si è giunti al riparo nelle posizioni di riserva, si vorrebbe penetrarvi carponi, sparire; e invece bisogna girarsi e ritornare indietro, nell’orrore! Se in questo momento non fossimo degli automi, rimarremmo sdraiati, esauriti, privi di volontà. Invece siamo trascinati nuovamente in avanti, privi di volontà eppure selvaggi folli e furiosi; vogliamo uccidere poiché quelli di là sono ora i nostri nemici mortali, e i loro fucili, le loro granate sono diretti contro di noi, e se non li sterminiamo, stermineranno noi.” 

 “Non c’è silenzio al fronte, e il dominio del fronte giunge così lontano che non ne usciamo mai. Anche nei depositi arretrati e nei quartieri di riposo il ronzio e il sordo brontolio del fuoco persistono nelle nostre orecchie. Non siamo mai così lontani da non sentirlo più.” 

 “Non siamo più spensierati, ma atrocemente indifferenti. Saremmo lì, ma sapremmo viverci? Abbandonati come bambini, disillusi come anziani, siamo rozzi, tristi, superficiali. Io penso che siamo perduti.”

 “I miei pensieri non resistono senza un po’ di consolazione, senza un po’ di illusione, si confondono davanti alla nuda immagine della disperazione.” 

 “Le giornate sono calde, e i morti non hanno sepoltura. Non possiamo raccoglierli tutti, non sapremmo dove portarli. Alla fine li sotterrano le granate. Alcuni hanno le pance gonfie come palloni. Gorgogliano, ruttano e si muovono: è il gas di cui sono pieni. Il cielo è azzurro e senza nubi. La sera è afosa, e dalla terra sale la calura. Quando il vento soffia dalla nostra parte, porta l’odore del sangue, greve, dolciastro, nauseabondo; questo miasma di morte delle trincee, che pare un misto di cloroformio e di putrefazione, ci causa malessere e vomito.” 

“I loro volti smorti e ossuti, con la barba come una lanugine, hanno l’atroce assenza di espressione dei bambini morti.”

 “Vediamo vivere uomini a cui manca il cranio; vediamo correre soldati a cui un colpo ha falciato via entrambi i piedi e che incespicano, sui moncherini feriti, fino alla buca più vicina; un caporale percorre due chilometri sulle mani, trascinandosi dietro le ginocchia fracassate; un altro va al posto di medicazione premendo le mani contro gli intestini che traboccano; vediamo uomini senza bocca, senza mandibola, senza volto; troviamo uno che da due ore tiene stretta con i denti l’arteria del braccio per non dissanguarsi; il sole si leva, viene la notte, fischiano le granate, la vita giunge al termine. Ma quel pezzetto di terra sconvolta sul quale stiamo viene mantenuto contro i nemici più forti di noi: abbiamo ceduto solo poche centinaia di metri. Ma per ogni metro c’è un morto.” 

 “Tutto è questione di abitudine, anche la trincea.” 

 “Finché siamo qui in guerra, ogni giornata al fronte, a mano a mano che termina, precipita come una pietra nel profondo di noi stessi, troppo pesante per poterci riflettere subito. Se lo facessimo, ciascun giorno che finisce ci ucciderebbe; ho sempre osservato che l’orrore si può sopportare finché lo si evita semplicemente: ma uccide, quando ci si ripensa.” 

 “E io so che tutto ciò che affonda in noi, come una pietra, finché siamo in guerra, risalirà alle nostre menti a guerra finita, e solo allora comincerà la resa dei conti sulla vita e sulla morte. I giorni, le settimane, gli anni trascorsi in trincea ritorneranno, e i nostri camerati morti si alzeranno e marceranno al nostro fianco. Avremo la mente limpida e uno scopo; e così marceremo, con i nostri morti accanto a noi e con gli anni al fronte dietro le nostre spalle: ma contro di chi, contro chi?” 

 “E’ terribile, vero, laggiù, Paul? Mamma, che cosa dovrei risponderti? Non capirai, non potrai mai capire. Non devi capire. Mi chiedi se è terribile, mamma. Io scuoto la testa e rispondo: No, mamma, non tanto. Siamo in tanti, non è così male…” 

 “Che ne sarebbe di noi, se avessimo chiara la visione di ciò che avviene laggiù!” 

 “I libri sono uno accanto all’altro. Li riconosco, ricordo l’ordine in cui li ho disposti. Con lo sguardo li supplico: parlatemi – prendetemi con voi – prendimi con te, vita di un tempo – vita spensierata, bella – riprendimi… E aspetto, aspetto.”

 “Mi alzo e, stanco, guardo fuori dalla finestra. Poi prendo in mano uno dei libri e lo sfoglio con l’intenzione di leggere. ma subito lo ripongo e ne prendo un altro. Vi sono dei brani sottolineati. Cerco, sfoglio, prendo sempre nuovi libri; ormai nei ho un mucchio vicino a me. Ne prendo altri, affannosamente, e carte, quaderni, lettere.” 

 “Che cos’è la licenza? Una sosta che rende poi tutto più doloroso. Già ora vi si mescola il pensiero dell’addio. Mia madre mi guarda in silenzio – conta i giorni, lo so – ogni mattina è più triste. Un altro giorno in meno. Ha nascosto il mio zaino perché non vuole che le ricordi la mia partenza…” 

 “Quando si sono visti tanti morti, non si riesce più a comprendere un così grande dolore per un morto solo.” 

 “Ah, mamma mamma! Per te sarò sempre un bambino… Perché non posso appoggiare la testa sul tuo grembo, e piangere? Perché devo essere sempre il più forte e il più controllato, mentre vorrei anch’io una volta piangere e farmi consolare? Sono davvero poco più che un bambino, i miei calzoni corti stanno ancora appesi nell’armadio, è passato così poco tempo: perché tutto ciò se ne è andato per sempre?” 

 “Perdonami, compagno! Noi vediamo queste cose sempre troppo tardi. Perché non ci hanno mai detto che voi siete poveri cani proprio come noi, che le vostre mamme sono in angoscia per voi, come le nostre per noi, e che abbiamo lo stesso terrore e la stessa morte e la stessa sofferenza… Perdonami, compagno, come potevi tu essere mio nemico?” 

 “Dev’essere tutto falso e inconsistente, se migliaia di anni di civiltà non sono nemmeno riusciti a impedire che scorressero questi fiumi di sangue, che esistessero migliaia di queste prigioni di tortura. Soltanto l’ospedale mostra che cosa è la guerra. Io sono giovane, ho vent’anni, ma della vita non conosco altro che la disperazione, la morte, il terrore e la insensata superficialità unita a un abisso di sofferenze. Io vedo dei popoli spinti l’uno contro l’altro, e che senza una parola, inconsciamente, stupidamente, in una incolpevole obbedienza si uccidono a vicenda. Io vedo i più acuti intelletti del mondo inventare armi e parole perché tutto questo si perfezioni e duri più a lungo. E con me lo vedono tutti gli altri uomini della mia età, da questa parte e da quell’altra del fronte, in tutto il mondo. Lo vede e lo vive la mia generazione. Che faranno i nostri padri, quando un giorno sorgeremo e andremo davanti a loro a chiedere conto? Che cosa si aspettano da noi, quando verrà il tempo in cui non vi sarà guerra? Per anni e anni la nostra occupazione è stata quella di uccidere; è stata la nostra prima professione nella vita. Il nostro sapere della vita si limita alla morte. Che accadrà dopo? Che ne sarà di noi?” 

 “Estate 1918: mai la vita, pure in questa sua così miseranda parvenza, ci è sembrata più desiderabile di ora. papaveri rossi sui prati intorno ai nostri baraccamenti, lucidi insetti sui fili d’erba, calde serate nelle camere semibuie e fresche, alberi neri e misteriosi nel crepuscolo, stelle e fluire di acque, sogni e lunghi sonni. Oh vita, vita, vita!” 

 “Se fossimo tornati a casa nel 1916, dal dolore e falla forza delle nostre esperienze si sarebbe sprigionata la tempesta. Ritornando ora, siamo stanchi, depressi, consumati, privi di radici, privi di speranze. Non potremo mai più riprendere il nostro equilibrio. E neppure ci potranno capire.”

 “Mi alzo: sono contento. Vengano i mesi e gli anni, non mi porteranno via più nulla. Sono tanto solo, tanto privo di speranza che posso guardare dinanzi a me senza timore. La vita, che mi ha fatto attraversare questi anni, è ancora nelle mie mani e nei miei occhi. Se io abbia saputo dominarla, non so. Ma finché dura, si cercherà la sua strada, vi consenta o non vi consenta quell’essere che nel mio interno dice “io”.

domenica 22 marzo 2026

Storia di una ladra di libri – Markus Zusak

“Prima i colori. Poi gli esseri umani. E’ cosi che di solito vedo le cose. O almeno ci provo.” 

 “L’interrogativo che devi porti è: che colore assumerà ogni cosa nell’istante in cui verrò da te? Che cosa dirà il cielo?”

 “Una catena montuosa di macerie era scritta, disegnata, eretta intorno a lei, che si aggrappava a un libro.” 

 “Non è che una della miriade di storie che porto con me, ognuna a suo modo straordinaria. Ciascuna di loro rappresenta un tentativo – un faticoso tentativo – di dimostrarmi che la vostra esistenza di uomini vale la pena di essere vissuta.” 

 “I miserabili cercano sempre di tenersi in movimento, come se ciò li possa aiutare. Ma l’ineluttabilità dei loro problemi finisce sempre con il trovarli, come una malattia. Li aspetta alla fine del viaggio…come un parente che si china a salutare dal treno.” 

 “Sono queste le cose che non saprò mai, nè mai comprenderò: di che cosa sono capaci gli esseri umani.” 

 “In qualche modo, però, e senza dubbio avrai incontrato altri individui come lui, aveva la capacità di restare sullo sfondo persino se era il primo di una fila. Era lì. Ma non lo si notava.” 

 “Gesù, Giuseppe…! Lo disse forte, mentre le parole si spandevano in una stanza colma d’aria fredda e di libri. Libri dovunque! Ogni parete era coperta di scaffalature sovraccariche, e tuttavia intatte: quasi impossibile scorgere la tappezzeria. C’era ogni sorta di stili e di forme di scritte sui dorsi di libri neri, rossi, grigi, di tutti i colori. Era una delle cose più belle che Liesel Meminger avesse mai visto.” 

 “Il male che fanno le parole. Si, la brutalità delle parole.” 

 “A volte mi fa morire, il modo in cui la gente muore.” 

 “Era il 5 gennaio 1943, in Russia, un’altra giornata gelida. Fuori, fra la città e la neve, c’erano dovunque russi e tedeschi morti. I rimanenti sparavano alle pagine vuote che avevano di fronte. Tre idiomi s’intrecciavano: il russo, quello delle pallottole e il tedesco.” 

 “La conseguenza è che negli uomini trovo sempre il meglio e il peggio: vedo la loro bruttezza e la loro bellezza, e mi domando come la medesima cosa possa essere entrambe. Eppure, hanno la sola cosa che invidio: se non altro, gli uomini hanno il buon senso di morire.”

 “Stringeva ancora a sè il libro. Si aggrappava disperatamente alle parole che le avevano salvato la vita.” 

 “Ho odiato le parole e le ho amate, e spero che siano tutte giuste.” 

 “Non disse addio a Rudy. Non ne fu capace. Rimase qualche altro minuto accanto a lui, poi finalmente riuscì a strapparsi da terra. Mi meraviglia sempre la forza degli esseri umani, che riescono a rialzarsi, seppure barcollando, persino quando fiumi di lacrime inondano i loro volti.” 

 “Volevo domandarle come potesse una medesima cosa essere terribile e splendida allo stesso tempo, e le sue parole dure e sublimi insieme.”

martedì 17 marzo 2026

Questo mondo non è più bianco – James Baldwin

“Sono nato a Harlem trentun anni fa. Ho cominciato a imbastire romanzi più o meno da quando ho imparato a leggere. La storia della mia infanzia è la solita squallida fantasia, e possiamo liquidarla con la sobria osservazione che sicuramente non vorrei riviverla. A quei tempi mia madre aveva preso l’esasperante e misteriosa abitudine di avere bambini. Quando nascevano, io li prendevo con una mano e con l’altra reggevo un libro.” 

 “Ogni scrittore, immagino, nutre la convinzione che il mondo in cui ha visto la luce è solo una congiura contro la possibilità di coltivare il proprio talento: una convinzione che ha sicuramente molte valide ragioni di essere.” 

 “…io credo che sia proprio il passato l’unica cosa che rende coerente il presente, e inoltre che il passato continuerà a essere orribile finché continueremo a rifiutarci di giudicarlo onestamente.” 

 “Si scrive solo di una cosa: della propria esperienza.” 

 “Amo l’America più di ogni altro paese al mondo, e proprio per questa ragione rivendico il diritto di criticarla perennemente.” 

 “Ma la nostra umanità è il nostro fardello, la nostra vita: non dobbiamo essere costretti a batterci per essa; dobbiamo fare solo ciò che è infinitamente più difficile: vale a dire accettarla.” 

 “E’ solo nella sua musica – che gli americani devono limitarsi ad ammirare perché un protettivo sentimentalismo ne riduce la loro comprensione – che il negro in America ha potuto narrare la sua storia. E’ una storia che altrimenti deve ancora essere narrata e che nessun americano è disposto ad ascoltare.” 

 “La storia del negro in America è la storia dell’America: o, più precisamente, è la storia degli americani. Non è una storia molto bella: la storia di un popolo non è mai molto bella.” 

 “Non possiamo sfuggire alle nostre origini, per quanti sforzi facciamo, quelle che contengono la chiave – potessimo trovarle – di tutto ciò che diventeremo poi.” 

 “L’uomo non ricorda la mano che lo ha colpito, il buio che lo spaventava da bambino; ciò nonostante, la mano e il buio restano con lui, per sempre indivisibili da se stesso, parte della passione che lo spinge ovunque egli pensi di spiccare il volo.” 

 “L’immagine del negro che si è fatto l’americano vive anche nel cuore del negro; e quando il negro si è arreso a questa immagine la vita non ha altra possibile realtà.”

 “Da quando i negri si trovano in questo paese la loro unica, grande, devastante conquista è stata l’Emancipazione, un’emancipazione che nessuno considera più come dettata da impulsi umanitari. Tutto ciò che ne è seguito richiama alla mente l’immagine piuttosto infelice di una manciata di ossa gettate a una muta di cani tanto affamati da essere pericolosi.” 

 “Mancavo da casa da poco più di un anno quando morì. In quell’anno avevo avuto il tempo di capire il significato di tutti gli aspri ammonimenti di mio padre, avevo scoperto il segreto della smorfia che aveva sulle labbra e del suo rigido portamento: avevo scoperto il peso degli uomini bianchi a questo mondo.” 

 “Nel New Jersey imparai che essere un negro significava, precisamente, non essere mai considerati ma solo essere alla mercé dei riflessi che il colore della nostra pelle scatenava negli altri.” 

 “Non so nemmeno quali fossero i miei pensieri; non avevo sicuramente un piano deliberato. Volevo far qualcosa, schiacciare quei visi bianchi che schiacciavano me.” 

 “Non vedevo niente con grande chiarezza, ma capivo bene questo: che la mia vita, la mia vita reale, era in pericolo, e non per ciò che avrebbero potuto farmi gli altri, ma per l’odio che avevo nel cuore.” 

 “Quando un padre incollerito schiaffeggiava il proprio figlio, il contraccolpo nel suo cuore rimbombava attraverso il cielo e diventava una parte del dolore dell’universo.” 

 “Avevo dimenticato, nella rabbia della mia adolescenza, com’era stato orgoglioso mio padre di me quando era piccolo.” 

 “… ma i fatti non interessavano a nessuno. Fu data la preferenza all’invenzione perché essa esprimeva e corroborava perfettamente i loro odi e le loro paure. E’ bene ricordare che la gente fa sempre così.” 

 “Mi domando cosa diavolo trovò da dire il primo schiavo al primo figlio con la pelle scura che generò.” “Questo mondo non è più bianco, e non lo sarà mai più.”

giovedì 12 marzo 2026

La romana – Alberto Moravia

“A sedici anni ero una vera bellezza. Avevo il viso di un ovale perfetto, stretto alle tempie e un po’ largo in basso, occhi lunghi, grandi e dolci, il naso dritto in una sola linea con la fronte, la bocca grande, con le labbra belle, rosse e carnose e, se ridevo, mostravo denti regolari e molto bianchi.” 

 “Così ciascuno mette il proprio paradiso nell’inferno degli altri.” 

“Ho dato in seguito, e ricevuto, tanti baci, e Dio sa se ne ho dati e ricevuti senza alcuna partecipazione nonché affettiva neppure fisica, come si dà e si riceve una moneta usata passata per mille mani; ma sempre ricorderò quel primo bacio per la sua intensità quasi dolorosa in cui pareva sfogarsi non soltanto il mio amore per Gino ma anche un’attesa di tutta la mia vita.” 

 “D’altronde erano mesi che il mio corpo aspettava quel momento, e io lo sentivo, mio malgrado, fremere di impazienza e di voglia repressa come una bestia affamata e legata alla quale, finalmente, dopo un lungo digiuno, vengano tolti i lacci e offerto il cibo.” 

 “Il mondo ci tiene per le ambizioni e presto o tardi ce ne fa sborsare un caro e doloroso prezzo; e soltanto i derelitti e coloro che hanno rinunziato a tutto possono sperare di non essere costretti a pagarlo.” 

 “Il sentimento che provai in quel momento mi stupì e poi, tutte le volte che ho ricevuto denaro dagli uomini, non l’ho mai più riprovato con tanta chiarezza e intensità: un sentimento di complicità e di intesa sensuale quale prima, nella camera del ristorante, nessuna delle sue carezze aveva saputo ispirarmi. Un sentimento, dico, di soggezione inevitabile che, in una solta volta, mi rivelò tutto un aspetto del mio carattere che ignoravo. Certamente io sapevo che dovevo rifiutare quel denaro; ma nello stesso tempo sentivo che volevo accettarlo. E non tanto per avidità quanto, invece, per il piacere nuovo che quest’offerta destava nel mio animo.” 

 “Poi ho appreso che la vera infelicità viene quando non si hanno più speranze; e non giova allora star bene e non aver bisogno di nulla.” 

 “Sapevo, d’altra parte, come sanno tutti i poveri, che la polizia quando si muove non è mai a fin di bene.” 

 “Pensai che mi piaceva l’amore, che mi piaceva il denaro, che mi piacevano le cose che si possono ottenere col denaro, e mi dissi che d’ora in poi, ogni volta che ne avessi avuto l’occasione, non avrei più rifiutato né l’amore, né il denaro, né ciò che il denaro poteva dare.” 

 “Le donne che si scoloriscono i capelli e si dipingono la faccia non si rendono conto, forse, che gli uomini, giudicandole fin dall’inizio per quelle che sono, provano una specie di delusione anticipata. Ma io, così naturale e così sobria, li ho sempre lasciati in dubbio sul vero esser mio, dando loro, in tal modo, l’illusione dell’avventura, ciò che essi, in fondo, cercano molto più della mera soddisfazione dei sensi.” 

 “Il mio salotto, il mio ristorante, il mio caffè, è sempre stata la strada; e questo deriva dal fatto che sono nata povera e si sa che i poveri si svagano a buon mercato godendosi con gli occhi le vetrine dei negozi in cui non possono fare acquisti e le facciate dei palazzi in cui non sono in grado di abitare.” 

 “Sono una puttana – dissi alla fine ad alta voce, per vedere che effetto mi faceva. Mi parve che non mi facesse nessun effetto e, chiusi gli occhi, quasi subito mi addormentai.” 

 “Probabilmente chi è avvezzo a faticare, non dovrebbe mai smettere; l’ozio e il benessere lo corrompono anche quando, come non era il caso, hanno origini buone e lecite.” 

 “E passiamo la vita ad annullare gli effetti delle nostre virtù con quelli dei nostri vizi.”
 
“Io ero quella che ero e dovevo essere quella che ero e nient’altro.” 

 “Qualcuno penserà che sia molto comodo accettare una sorte ignobile ma fruttuosa invece di rifiutarla. Ma io mi sono sovente domandata perché la tristezza e la rabbia abitino così spesso l’animo di coloro che vogliono vivere secondo certi precetti o uniformarsi a certi ideali e perché invece coloro che accettano la propria vita che è anzitutto nullità, oscurità e debolezza, sono così spesso gai e spensierati. Del resto, in questi casi, ciascuno obbedisce non a precetti ma al proprio temperamento che in tal modo prende figura di vero e proprio destino. Il mio, come ho già detto, era di essere, a tutti i costi, lieta, dolce e tranquilla; e io l’accettavo.” 

 “Avevo capito che la mia forza non era di desiderare di essere quello che non ero, ma di accettare quello che ero. La mia forza erano la povertà, il mio mestiere, la mamma, la mia brutta casa, i miei vestiti modesti, le mie umili origini, le mie disgrazie e, più intimamente, quel sentimento che mi faceva accettare tutte queste cose e che era profondamente riposto nel mio animo come una pietra preziosa dentro la terra.” 

 “Tutti gli uomini, dopo l’amore, sono inclinati a parlare di se stessi e a fare delle confidenze.” 

 “Come un’acqua troppo abbondante in un vaso angusto, il segreto traboccava dal mio animo, e io ero tentata di versarlo in quello di un altro.” 

 “Io non sono affatto invidiosa. Ma in quel momento, per la prima volta forse nella mia vita, provai il morso dell’invidia; e mi stupii che ci fosse gente che potesse covare tutta la vita nel proprio animo un tale sentimento, perché esso mi parve in sommo grado spiacevole e doloroso.” 

 “E questa è certamente la peggiore maledizione dell’amore: che non è mai corrisposto, e quando si ama non si è amati, e quando si è amati non si ama.” 

 “Il ricco non ama certo il povero ma neppure lo teme e sa tenerlo a distanza con superbia e sufficienza; ma il povero che per educazione o origine abbia l’animo del ricco, è addirittura atterrito dal povero vero e proprio, come chi si sente predisposto ad una certa malattia da chi ne è già affetto.” 

 “Mai come in quel momento avevo capito che tutto era amore e tutto dipendeva dall’amore. E quest’amore c’era o non c’era. E se c’era si amava non soltanto il proprio amante ma anche tutte le persone e tutte le cose, come avveniva a me; ma se non c’era, non si amava niente e nessuno, come era il suo caso.”

 “Premeva il viso con forza contro il mio grembo, come se avesse voluto entrarci ed esserne inghiottito e ogni tanto gemeva. In quei momenti non mi pareva più un amante bensì un bambino che cercasse il buio e il caldo del grembo materno. E pensavo che molti uomini vorrebbero non esser mai nati; e che, in quel suo gesto, forse inconsapevolmente, si esprimeva il desiderio oscuro di essere di nuovo riassunto dentro le viscere tenebrose dalle quali con dolore era stato cacciato alla luce.” 

 “La questura pareva davvero una specie di alveare indaffaratissimo, ma le api che lo abitavano non si posavano certo sui fiori e il loro miele, di cui gustavo per la prima volta il sapore, era fetido, nero e molto amaro.”

 “Avrei voluto piangere sempre, continuare a piangere senza fine, perché temevo il momento in cui il pianto finisce e si rimane svuotati e inebetiti di fronte alle stesse cose, del tutto immutate, che ne hanno provocato lo scoppio.” 

 “Darsi la morte insieme mi pareva la conclusione degna di un forte amore. Era come recidere un fiore prima che appassisca; come chiudersi nel silenzio dopo aver ascoltato una musica sublime. Io avevo spesso pensato a questa forma di suicidio che arresta il tempo prima che corrompa e avvilisca l’amore ed è voluto ed eseguito piuttosto per eccesso di gioia che per insofferenza del dolore.” 

 “Un figlio è un figlio, pensai; e non c’è povertà o terribilità di circostanza o oscurità di avvenire che possa impedire ad una donna, per quanto sprovvista e derelitta, di rallegrarsi al pensiero di metterlo al mondo.” 

“Piangevo in silenzio e sentivo che questa era l’ultima volta che avrei pianto in vita mia. Piangevo Mino, me stessa e tutto il mio passato e tutto il mio avvenire.” 

 “Pensai a Mino e poi pensai a mio figlio. Pensai che sarebbe nato da un assassino e da una prostituta; ma a tutti gli uomini può capitare di uccidere e a tutte le donne di darsi per denaro; e ciò che più importava era che nascesse bene e crescesse sano e vigoroso.”

sabato 7 marzo 2026

Le idi di marzo – Beau Willimon

“Ti ho manipolato. Come una pedina del cazzo.” 

 “Ecco… Sono già una nota a piè di pagina nella Storia.” 

 “Negli ultimi trentasette anni hanno corso per la presidenza settantuno candidati democratici. Quanti hanno vinto? Due. Il che significa che sessantanove politici si sono candidati pensando di avere una chance e invece hanno perso. Non c’è nessuno al mondo che sappia come si vince una campagna presidenziale.” 

 “Mi sono fatto strada verso Washington, una corsa elettorale dopo l’altra, e ho prestato la mia voce in cambio di questo Blackberry del cazzo, che è come una droga. E perché? Perché non volevo guidare un trattore per il resto della vita. Volevo essere qualcuno. Volevo cambiare il mondo. E’ questo che amo del mio lavoro. Ogni giorno ti dà la possibilità di fare la differenza.” 

 “Sono trent’anni che faccio questo mestiere e ho visto troppi democratici mangiare la polvere perché non volevano rotolarsi nel fango con gli elefanti.” 

 “Quelli come me ottengono le chiavi per la Casa Bianca. Se vuoi il tuo mazzo di chiavi devi imparare a lavorare per gente come me.” 

 “C’è una sola cosa che apprezzo in questo mondo, Steve, ed è la lealtà. Senza lealtà non sei niente e non hai nessuno. E in politica è l’unica valuta su cui puoi contare. E’ per questo che ti lascio andare. Non perché non sei abbastanza bravo. Diamine, sei il migliore. Ma per me la fiducia conta di più del talento. E di te non mi fido più.” 

 “Sei tu la causa dei tuoi mali. Sono state scelte tue. Se la tua ragazza ti ha lasciato è perché volevi questo lavoro più di quanto volessi lei. E hai cercato di manipolare anche lei con tutte quelle stronzate sulla relazione aperta. E adesso ti aspetti una ricompensa perché hai buttato nel cesso la tua vita privata per venire a lavorare per me?” 

 “Il desidero di vendetta rende imprevedibile la gente, Steve. Non posso lavorare con una persona imprevedibile.” 

 “Pensaci. Riesci ad arrivare alla Casa Bianca, ti fai i tuoi quattro anni, sempre che tu resista così a lungo, e poi? Scendi ogni mattina alla fermata di Farragut North e ti avvii stancamente al tuo ufficio in qualche società di consulenza con tutti gli altri politici finiti. Arrivi a quarant’anni senza accorgertene, poi a cinquanta, con così tante competizioni al tuo attivo che non ti ricordi nemmeno quali hai vinto e quali hai perso. Fa’ un favore a te stesso: escine ora. Se resti in questo ambiente troppo a lungo finirai per diventare una mezza cartuccia con il cuore di pietra.”

 “Il migliore addetto stampa del paese lavora nello staff del tuo concorrente. Cosa cerchi di fare? O riesci a ingaggiarlo oppure, se tu non puoi averlo, fai in modo che non lo abbia nemmeno la squadra nemica. Era un posizione comunque vincente per me. lavori per noi: fantastico. Paul ti perde. Oppure Paul ti licenzia e io non ti assumo: bene, Paul non ti ha comunque. Nel momento stesso in cui ti sei seduti su quella sedia, ieri, ho saputo di aver vinto.” 

 “Quella storia non conta un cazzo, perché non vedrà mai la luce del giorno.”

lunedì 2 marzo 2026

Un anno sull’altipiano – Emilio Lussu

“Alla fine maggio 1916, la mia brigata – reggimenti 399° e 400° – stava ancora sul Carso. Sin dall’inizio della guerra, essa aveva combattuto solo su quel fronte. Per noi, era diventato ormai insopportabile. Ogni palmo di terra di ricordava un combattimento o la tomba di un compagno caduto.” 

 “I contadini allontanati dalla loro terra, erano come naufraghi. Nessuno piangeva, ma i loro occhi guardavano assenti. Era il convoglio del dolore. I carri, lenti, sembravano un accompagnamento funebre. La nostra colonna cessò i canti e si fece silenziosa.” 

 “É da oltre un anno che io faccio la guerra, un po’ su tutti i fronti, e finora non ho visto in faccia un solo austriaco. Eppure ci uccidiamo a vicenda, tutti i giorni. Uccidersi senza conoscersi, senza neppure vedersi! É orribile! É per questo che ci ubriachiamo tutti, da una parte e dall’altra.” 

 “L’anima del combattente di questa guerra è l’alcool. Il primo motore è l’alcool. Perciò i soldati, nella loro infinita sapienza, lo chiamano benzina.” 

 “La situazione era difficile, e ce ne accorgemmo all’alba, quando gli austriaci aprirono il fuoco. Nell’ordine che c’era stato comunicato, era scritto: Bisogna rimanere aggrappati al terreno, con le unghie e con i denti. La frase, d’odore letterario, rendeva peraltro con sufficiente approssimazione la posizione di ciascuno di noi.” 

 “Tutto il terreno tremava sotto i nostri piedi. Un terremoto sconvolgeva la montagna. Anche adesso, a tanta distanza di tempo, mentre il nostro amor proprio, per un processo psicologico involontario, mette in rilievo, del passato, solo i sentimenti che ci sembrano i più nobili e accantona gli altri, io ricordo l’idea dominante di quei primi momenti. Più che un’idea, un’agitazione, una spinta istintiva: salvarsi.” 

 “Il bombardamento continuava, ma il battaglione teneva. Quanto abbia durato quel tiro io non saprei dirlo. Non l’avrei potuto dire neppure allora. Durante un’azione si perde la cognizione del tempo. Si crede di essere alle dieci del mattino e si è alle cinque del pomeriggio. Improvvisamente, una nostra mitragliatrice aprì il fuoco. Io mi levai per vedere. Gli austriaci attaccavano.” 

 “Noi vedevamo reparti interi cadere falciati. I compagni si spostavano, per non passare sui caduti. I battaglioni si ricomponevano. Il canto riprendeva. La marea avanzava.” 

 “Io sono destituito dal comando? Ma l’esercito italiano è comandato da austriaci! É una vergogna! Egli era furibondo. Ma, passato il furore, dovette decidersi ad ubbidire.”

 “Gli austriaci agitavano i fucili e i berretti, verso di noi. Hurrà! Io non mi rendevo conto di quella festa. Essa era qualcosa di più che la gioia per una posizione conquistata, senza contrasto. Perché tanto entusiasmo? Io mi voltai indietro e capii. Di fronte, tutta illuminata dal sole, come un immenso manto ricoperto di perle scintillanti, si stendeva la pianura veneta. Sotto, Bassano e il Brenta; e poi, più in fondo, a destra, Verona, Vicenza, Treviso, Padova. In fono, a sinistra, Venezia. Venezia!” 

 “Anche il generale si curvò. I soldati lo guardavano, con odio. É un eroe – commentò il generale. Un vero eroe. Quando egli si drizzò, i suoi occhi, nuovamente, si incontrarono con i miei. Fu un attimo. In quell’istante, mi ricordai d’aver visto quegli stessi occhi, freddi e roteanti, al manicomio della mia città, durante una visita che ci aveva fatto fare il nostro professore di medicina legale.” 

“I sei morti erano stesi a terra, uno a fianco all’altro. Noi li contemplavamo, pensierosi. Presto o tardi, sarebbe venuto, anche per noi, il nostro turno.” 

 “Quanto durasse quella nostra posizione, io non lo ricordo. In combattimento, si perde, la nozione del tempo, sempre.” “Il terreno circostante era ingombro di feriti. Ordini, grida, urla si levavano da ogni parte. V’era dovunque un aspetto di confusione e di terrore.” 

 “La guerra di posizione ricominciava. I sogni di manovra e vittoria fulminea svanivano. Bisognava ricominciare daccapo, come prima, sul Carso.” 

“Io ho dimenticato molte cose della guerra, ma non dimenticherò mai quel momento. Guardavo il mio amico sorridere, fra una boccata di fumo e l’altra. Dalla trincea nemica, partì un colpo isolato. Egli piegò la testa, la sigaretta fra le labbra e, da una macchia rossa, formatasi sulla fronte, sgorgò un filo di sangue. Lentamente, egli piegò su sé stesso, e cadde sui miei piedi. Io lo raccolsi morto.” 

 “Avevo con me tutti i soldati veterani del Carso e non avevo bisogno di dare molte spiegazioni. All’ora fissata, bevuto il cognac, uscimmo dalle trincee…” 

 “Per chi non sia abituato, fa una certa impressione abbandonare il riparo della trincea, uscire e trovarsi allo scoperto, di fronte ai tiri di fucile delle vedette nemiche.” 

 “Le mitragliatrici falciarono le prime ondate e il battaglione non arrivò neppure alle trincee. Per tutta la giornata, nella stretta vallata, non si sentivano che i lamenti dei feriti.” 

 “Ci preferiscono affamati, assetati e disperati. Così, non ci fanno desiderare la vita. Quanto più miserabili siamo, meglio è per loro. Così, per noi è lo stesso che siamo morti o che siamo vivi.” 

 “Di tutti i momenti della guerra, quello precedente l’assalto era il più terribile. L’assalto! Dove si andava? Si abbandonavano i ripari e si usciva. Dove? Le mitragliatrici, tutte, sdraiate sul ventre imbottito di cartucce, ci aspettavano. Chi non ha conosciuto quegli istanti, non ha conosciuto la guerra.” 

 “Due soldati si mossero ed io lividi, uno a fianco dell’altro, aggiustarsi il fucile sotto il mento. Uno si curvò, fece partire il colpo e si accovacciò su se stesso. L’altro l’imitò e stramazzò accanto al primo. Era codardia, coraggio pazzia? Il primo era un veterano del Carso.” 

 “Che noi avessimo gridato o no, le mitragliatrici nemiche ci attendevano. Appena oltrepassammo una striscia di terreno roccioso ed incominciammo la discesa verso la vallata, scoperti, esse aprirono il fuoco. Le nostre grida furono coperte dalle loro raffiche. A me sembrò che contro di noi tirassero dieci mitragliatrici, talmente il terreno fu attraversato da scoppi e da sibili. I soldati colpiti cadevano pesantemente come se fossero stati precipitati dagli alberi.”

 “Io guardai verso le trincee nemiche. I difensori non erano nascosti, dietro le trincee. Erano tutti in piedi e sporgevano oltre la trincea. Essi si sentivano sicuri. Parecchi erano addirittura dritti sui parapetti. Tutti sparavano su di noi, puntando calmi, come in piazza d’armi.” 

 “Il capitano stette sull’attenti finché il generale non scomparve. Rimasto solo con noi, si sedette e pianse tutta la notte, senza riuscire a pronunziare una parola.” 

 “Io ho paura di diventare pazzo, – mi disse. – Io divento pazzo. Un giorno o l’altro, io mi uccido. Bisogna uccidersi. Io non seppi dirgli niente. Anch’io sentivo delle ondate di follia avvicinarsi e sparire. A tratti, sentivo il cervello sciaguattare nella scatola cranica, come l’acqua agitata in una bottiglia.” 

 “La vita di trincea, anche se dura, è un’inezia di fronte a un assalto. Il dramma della guerra è l’assalto. La morte è un avvenimento normale e si muore senza spavento. Ma la coscienza della morte, la certezza della morte inevitabile, rende tragiche le ore che la precedono.” 

 “Dalla fine di maggio, non c’era arrivato in linea un solo pezzo di vestiario. Chi più chi meno, eravamo un po’ tutti vestiti come vagabondi.” 

 “Noi vogliamo vivere, vivere, vivere. Bere e vivere. Cognac. Dormire e vivere e cognac. Stare all’ombra e vivere. E ancora del cognac. E non pensare a niente. Perché, se dovessimo pensare a qualcosa, dovremmo ucciderci l’un l’altro e finirla una volta per sempre.” 

 “Eravamo giunto all’altezza del comando del 1° battaglione, quando ci arrivò la notizia che il generale Leone era morto, colpito al petto da una pallottola esplosiva. Perché non chiamare le cose con il loro vero nome? Fu una gioia, un tripudio.” 

 “Una vita sconosciuta si mostrava improvvisamente ai nostri occhi. Quelle trincee, che pure noi avevamo attaccato tante volte inutilmente, così viva ne era stata la resistenza, avevano poi finito con l’apparirci inanimate, come cose lugubri, inabitate da viventi, rifugio di fantasmi misteriosi e terribili. Ora si mostravano a noi, nella loro vera vita. Il nemico, il nemico, gli austriaci, gli austriaci!… Ecco il nemico ed ecco gli austriaci. Uomini e soldati come noi, fatti come noi, in uniforme come noi, che ora si muovevano, parlavano e prendevano il caffè, proprio come stavano facendo, dietro di noi, in quell’ora stessa, i nostri stessi compagni! Strana cosa.” 

 “Bastava che premessi il grilletto: egli sarebbe stramazzato al suolo. Questa certezza che la sua vita dipendesse dalla mia volontà, mi rese esitante. Avevo di fronte un uomo. Un uomo! Un uomo!” 

 “In guerra, chi è un metro avanti considera gli altri al sicuro.” 

 “Trovai il babbo molto invecchiato. Lo avevo sempre creduto un uomo forte. Mi accorsi subito che non era più lo stesso. Egli era depresso e non nascondeva il suo scoraggiamento. Noi eravamo i soli figli e tutti e due in fanteria. Non si faceva più illusioni. Non sperava che noi potessimo rientrare sani e salvi dalla guerra.” 

 “Cercai il comandante del battaglione, e lo trovai, come gli altri, nel fango. Anch’egli beveva.”

 “Noi siamo professionisti della guerra e non ci possiamo lamentare se siamo obbligati a farla. Ma, quando siamo pronti per un combattimento, e, all’ultimo momento, arriva l’ordine di sospenderlo, glielo dico io, mi creda, si può essere coraggiosi finché si vuole, ma fa piacere. Sono questi, lealmente, i più bei momenti della guerra.” 

 “Non è la guerra di fanterie contro fanterie, di artiglierie contro artiglierie. E’ la guerra di cantine contro cantine, barili contro barili, bottiglie contro bottiglie.”

mercoledì 25 febbraio 2026

Ferito a morte – Raffaele La Capria

“La nenia s’interrompe. Ora il sig. De Luca versa l’acqua bollente nella macchinetta. Il caffè macinato non va compresso, non troppo piena, così. Il vassoio con la tazzina, la zuccheriera, ecco fatto.” “Che giornata! L’odore della bella giornata, proprio l’odore.”

 “Bisogna leggere i giornali, non solo i libri, anche i giornali schifosi che abbiamo qua, venduti, alleati della menzogna, leggerli per sentire, nonostante tutto, la grande vita del mondo che batte lontano.” 

 “Hai mai scoperto un’ombra nel suo sguardo? Quel segno che ti fa capire che qualunque cosa ti è successa è veramente successa a te, perché tu, vuoi o non vuoi, te la porti appresso anche dopo che te ne sei dimenticato, e anche se non sai ti ha cambiato?” 

 “Trafitta si rovesciò di fianco, splendida tutta d’argento, con le pinne irte sul dorso, la bocca aperta nello spasimo, il corpo a mezzaluna e come paralizzato. Il peso dell’asta la trascinava così, a fondo, sopra un liscio scoglio bianco, e il sangue saliva dalla ferita come un filo di fumo rosato nell’acqua. Poi l’asta cominciò a tintinnare sullo scoglio, lo spago uno strappo, teso, nelle mie mani, la spigola con l’asta infilata nel corpo tentò, si dibatté, frenetica. Ma l’aletta dell’arpione s’era bene aperta, non aveva più scampo.” 

 “Ma lei guardava la spigola sul fondo della barca: Perché l’hai uccisa? Cercai la risposta: Quando la vedi sott’acqua è un’altra cosa, è così piena di vita, di bellezza, e tu vuoi possederla, non c’è scampo.” 

 “Si permettono di giocare per più di due giorni. Non sanno fare altro: i signori nei Circoli, la gentarella al lotto, e tutti al totocalcio. Che sperano? Sempre in una combinazione di carte di numeri di segni. E poi ecco come si riducono, chiusi in una stanza piena di puzzo, di fumo, mentre qua ci sta sto sole, e non permettono a nessuno di entrare perché i signori sono nervosi quando si spellano vivi, con la testa che gli balla per tutti i caffè, la simpamina, le sigarette, i whisky, con le mani che gli tremano sopra le carte, e si capisce! Si giocano i milioni, stanno a fa’ la tombola con i fagioli.” 

 “Ragazzini scalzi di tutte le misure, neri allegri e denutriti, e le loro occhiate, il bianco degli occhi come spicchi d’aglio. Ne vedi uno, ti volti un momento, e allo stesso posto ne trovi due, tre: partenogenesi partenopea.” 

 “Per lei le persone sono divise in due categorie, le persone carine, che sarebbero poi i signori. E i cafoni, che sono tutti gli altri, quelli che incontri per strada, nei filobus o al Circolo. Esistono anche due categorie intermedie, a dir la verità, quella delle brave persone e quella delle persone impossibili.”

 “Tu fa’ lo spiritoso, ma voi con tutta la vostra storia ci perdete al confronto, noi eravamo ragazzi vivi, uscivamo dal fuoco, alla tua età tuo zio era un leone, appena si incontravano due o tre di noi in una strada, come per miracolo spuntava una palla, e finivamo che era scuro, eccetera.” 

 “Bianco vino ghiacciato appanna il bicchiere di Massimo, anche gli occhi già appannati, poi di là sul letto, nella controra, incapace di una lucida conversazione, tra i fumi di contagiose esasperate malinconie.” 

 “In fono Gaetano aveva ragione. – Che cosa ancora ti trattiene? Avrebbe riso se gli avessi risposto: Ritrovare uno solo di quei giorni. ma quali giorni? Sono esistiti?” 

 “L’aspetto ambiguo dell’umanità del napoletano con la sua antitesi di miseria e commedia, di vita e teatro. Le due Napoli, una la montatura e l’altra quella vera. La Napoli bagnata dal mare e quella dove il mare non arriva, il Vesuvio e il contro-Vesuvio. Eccetera eccetera.” 

 “Ma sarà poi passata davvero per Napoli la Storia del Mondo, come voleva farci credere Croce?” 

 “E dunque il Circolo lo potevi definire: una comunione di ozi, frivolo tirocinio di quel grande ozio sociale cui cooperano fino alla morte tutti gli appartenenti alla cosiddetta classe dirigente.” 

 “T’aspetto in barca? Non vengo, gli ho detto. E quei colpi di maglio annunciavano l’estate anche stamattina, nel dormiveglia m’era parso come una volta, la stessa gioia con l’odore della prima maglietta di cotone indossata, pantaloni di tela azzurra sbiadita dell’anno precedente freschi sulla coscia, e più leggero il corpo, liberi i movimenti, il primo scatto nell’acqua gelata del primo bagno, il silenzio sulle spiagge, il grido di un pescatore che s’allarga nel cielo. Ora solo quel mot-bot, mare barche spiagge affollate, e carte sporche preservativi una striscia nera di catrame intorno agli scogli, sott’acqua un deserto, ogni forma di vita e avventura distrutta, nemmeno un saragotto degno di una sommozzata – no, non vengo, non vengo, gli ho detto.” 

 “Le chiacchiere, di solito, cominciano in treno, quelli di tutti i miei ritorni. E’ affollato di facce conosciute, mai viste prima e conosciute sempre.”

 “Giovani funzionari di partito all’arrembaggio dei posti più pagati, i loro ideali coincidono sempre con l’interesse o con un fine secondario, sognatori di modeste felicità, sempre prudentissimi, mai una volta che si compromettono con una frase azzardata, tattici e pratici, corrono sempre in soccorso del vincitore, insomma tutte cose che si sanno, meglio parlare d’altro…” 

 “Una società come quella napoletana, dice Rossomalpelo, produce spontaneamente i tipi come tuo fratello. Servono a fare apparire divertente una vita che in realtà è noiosa, rappresentano per pochi anni un miraggio di felicità.” 

 “la gente è sempre la stessa, anzi, se è possibile, sono peggiorati, che vuoi, oggi a Napoli quando fanno i soldi diventano lazzaroni, non li sanno portare i soldi, diventano volgari e impossibili.” 

 “Ma il cielo? Il cielo, intatto, inalterabile, è sempre una gioia immensa, lontana, struggente, che ti sovrasta e che non puoi condividere.” 

 “Eh, è finita l’epoca del cavalieravvocatocommendatore che come niente ti faceva aprire un bar! Ora è arrivato il mascalzone con la Rolls Royce sotto il palazzo e lo yacht a Santa Lucia, è l’epoca dell’appaltesportarmatore. E c’è il grattacielo alto sulla marea edilizia a testimoniare, se ne dubiti, i gusti e la rapida ascesa dal basso verso l’alto del nuovo arrivato. La storia, la stessa storia meschina, continua. Baroni re e viceré – e ora questi altri, seduti al ristorante, si sentono sotto il culo un sufficiente numero di piani arbitrariamente costruiti: ciò li rassicura, la storia non muta, e stimola l’appetito. Prima emigri e poi denigri – la solita tiritera: Ti pare bello, ingrato, denigrare così il buon nome? Ma il buon nome di chi? E finisce col solito diversivo: sovversivo. E va bene! Sovversivo, dolcemente avverso all’azzurro che avvolge tenero le case, cammino disincantato per le strade della città materna, come vipera nel seno che l’accolse, invelenito da freddo amore, riscaldandomi al suo tepore.” 

 “No, non li ho trovati, il Sudamerica è un’illusione caro mio, là per sopravvivere o t’impieghi o vai a cercare l’oro, fare il napoletano non conviene ed è rischioso.” 

  “E chi sarebbe codesto? mi domandò il mio amico. Un principe delle apparenze. Non fare il napoletano, che significa? Molto fascino e poche lire.” 

 “Tu capisci, in una città dove il settanta per cento non ha un lavoro fisso, per forza devi inventare, non trovi? Ci costringono.” 

venerdì 20 febbraio 2026

I Vicerè – De Roberto

“La città (Catania) portava ancora addosso i segni della terribile repressione dell’aprile quarantanove: non erano del tutto scomparse le tracce del fuoco e del saccheggio, e mezza popolazione piangeva i morti, i condannati all’ergastolo, gli esiliati” 

“Per lei, come per tutti i capi delle grandi famiglie, i figliuoli desiderabili ed amabili non potevano essere se non maschi: le femmine non sapevano far altro che mangiare a ufo e portar via parte della roba di casa, se andavano a marito” 

 “Ne sa più un pazzo in casa propria che un savio nell’altrui” 

“La tradizione di famiglia, mantenuta fino al 1812 dall’istituzione del fedecommesso, stabiliva che nessuno fuorchè il primogenito prendesse moglie” 

 “Destinato sulle prime a entrare anche lui ai Benedettini s’era salvato adducendo la propria inclinazione al mestiere delle armi. Fu la prima menzogna che disse, per evitare il convento: non poteva sentirsi chiamato ad un mestiere quasi sconosciuto in Sicilia, dove, come non c’era coscrizione e tra i popolani correva il motto , così neppure la nobiltà si dava alla milizia” 

 “…e infatti il principe aveva più d’una volta espresso l’intenzione di mandar via di casa il figliuolo, di metterlo o al collegio Cutelli fondato per educare la nobiltà all’uso di Spagna, oppure al Noviziato dei Benedettini, dove i giovani che non volevano pronunziare i voti ricevevano un’educazione non meno nobile” 

 “come capo della casa egli aveva del resto la facoltà di nominare i sacerdoti celebranti in tutte le cappellanie e benefizi fondati dai suoi antenati” 

 “L’Uzeda esercitava lo stesso preciso potere del Re, potendo, come diceva il rescritto <>” 

 “nel 1550, i Benedettini pensarono di venirsene definitivamente in città, mettendo la prima pietra d’un magnifico edifizio alla presenza del Vicerè Medinaceli. Certuni volevan dire che San Benedetto fosse crucciato perchè i suoi figli avevano lasciato i boschi e s’erano accasati dai signori in città: menzogna patente, poichè, finito che fu il convento, il glorioso fondatore dell’ordine lo preservò dal fuoco del vulcano: la lava dei Monti Rossi, discesa fino a Catania, preciso in direzione del convento, giunta dinanzi ad esso girò dalla parte di ponente e andò a gettarsi in mare senza fargli alcun danno” 

 “Per entrare novizi e diventar monaci bisognava essere nobili. Vi si trovavano infatti i rappresentanti delle prime famiglie, non solo della Val di Noto, ma di tutta la Sicilia, perchè in tutta la Sicilia c’era solo un altro convento di Cassinesi, a Palermo, e così inferiore in grandezza, ricchezza ed importanza, che mandavano lì da Catania i monaci stravaganti per punizione” 

“La Regola diceva pure ; ma tutti i giorni i monaci compravano mezza vitella, oltre il pollame, le salsicce, i salami e il resto; e in quelli di margo il capo cuoco incettava, appena sbarcato, e prima ancora che arrivasse alla pescheria, il miglior pesce” 

 “Nel 1713 quando Vittorio Amedeo, assunto al trono di Sicilia, era venuto nell’isola, in pompa, attraversandola da un capo all’altro, il passaggio del nuovo sovrano era stato seguito da una mala annata come da un pezzo non si rammentava l’eguale; e nelle popolazioni spaventate e ammiserite era rimasto in proverbio quel detto “Passa Savoia! Passa Savoia!” come il sintomo d’una sciagura, d’un castigo di Dio” 

 “Intanto dodici poveri, rappresentanti i dodici Apostoli, erano entrati nel Coro; l’Abate, inginocchiato, lavava loro i piedi – seconda lavatura; essendo la prima già fatta in sagrestia affinchè Sua Paternità per lavar quei piedi non s’insudiciasse le mani” 

 “Per la festa di Sant’Agata, in agosto, andarono a spasso tutti i giorni, assistettero alla processione del carro, all’oratorio cantato in piazza degli Studi, e con più piacere alle corse dei barberi. Le facevano lungo la via del Corso, tra due siepi vive di curiosi, sui quali spesso i cavalli si gettavano, sparando calci ed ammaccando costole. I cavalli vincitori ripercorrevano poi la via al passo guidati dai palafrenieri che lanciavano tratto tratto un grido ai balconi “affacciatevi, principi e baroni, che sta passando il re degli animali”” 

 “I più credevano al malefizio, al veleno sparso per ordine delle autorità; e si scagliavano contro gl’italiani, untori quanto i borboni. Al Sessanta, i patrioti avevano dato a intendere che non ci sarebbe stato più colera, perchè Vittorio non era nemico dei popoli come Ferdinando; e adesso, invece, si tornava da capo! Allora, perchè s’era fatta la rivoluzione? Per veder circolare pezzi di carta sporca, invece delle belle monete d’oro e d’argento che almeno ricreavano la vista e l’udito, sotto l’altro governo? O per pagare la ricchezza mobile e la tassa di successione, inaudite invenzioni diaboliche dei nuovi ladri del parlamento? Senza contare la leva, la più bella gioventù strappata alle famiglie, perita nella guerra, quando la Sicilia era stata sempre esente, per antico privilegio, dal tributo militare? erano questi tutti i vantaggi dall’Italia una?”

 “Prima, se le cose andavano male, se il commercio languiva, se i quattrini scarseggiavano, la colpa era tutta di Ferdinando II: bisognava mandare via i Borboni, far l’Italia una, perchè di botto tutti nuotassero nell’oro. Adesso, dopo dieci anni di libertà, la gente non sapeva più come tirare innanzi. Avevano promesso il regno della giustizia e della moralità; e le parzialità, le birbonate, le ladrerie continuavano come prima: i potenti e i prepotenti d’un tempo erano tuttavia al loro posto! Chi batteva la solfa, sotto l’antico governo? Gli uzeda, i ricchi e i nobili loro pari, con tutte le relative clientele: quelli stessi che la battevano adesso!” 

“La festa di Sant’Agata la celebravano come sempre due volte all’anno, in febbraio e in agosto; ma la nuova Giunta libera-pensatrice, giudicato che una sola gazzarra bastasse, aveva soppresso dal bilancio l’assegno per la festa estiva. Questo fu il segnale di una specie di guerra civile” 

 “La quistione, dicevano alcuni, era che questi posti eminenti, queste situazioni privilegiate non dovevano più esistere: ma allora Consalvo sorrideva di pietà. Quasichè, ammessa pure la possibilità d’abolire con un tratto di penna tutte le diseguaglianze sociali, esse non si sarebbero formate il domani, essendo gli uomini naturalmente diversi, e il furbo dovendo sempre, in ogni tempo, sotto qualunque regime, mettere in mezzo il semplice, e l’audace prevenire il timido, e il forte soggiogare il debole!” 

 “Così, un giorno non lontano, rivendicati i nostri naturali confini, riunita in un sol fascio la gente che parla la lingua di Dante, stabilite le nostre colonie in Africa e forse anche in Oceania, noi ricostruiremo l’Impero Romano” 

 “Ma noi non scegliamo il tempo nel quale veniamo al mondo; lo troviamo com’è, e com’è dobbiamo accettarlo.. Vostra Eccellenza giudica obbrobriosa l’età nostra, nè io le dirò che tutto vada per il meglio; ma è certo che il passato par molte volte bello solo perchè è passato” 

 “In verità aveva ragione Salomone quando diceva che non c’è niente di nuovo sotto il sole. La storia è una monotona ripetizione; gli uomini sono stati, sono e saranno sempre gli stessi”

domenica 15 febbraio 2026

La linea d’ombra – Joseph Conrad

“Solo i giovani hanno di questi momenti. Non intendo i giovanissimi. No. I giovanissimi, per essere esatti, non hanno momenti. È privilegio della prima giovinezza vivere in anticipo sui propri giorni in un ininterrotto flusso di speranza che non conosce pause né introspezione.” 

 “Sì. Andiamo avanti. E anche il tempo va avanti – fino a quando distinguiamo di fronte a noi una linea d’ombra che ci avvisa che bisogna lasciarsi alle spalle anche la regione della prima giovinezza.” 

 “Era uno di quei momenti, capite? Era sceso su di me il pallido malessere della tarda giovinezza e mi aveva trascinato via.” 

 “Tutta la vicenda rafforzava quell’oscuro sentimento della vita come spreco di giorni, che, senza quasi che me ne rendessi conto, mi aveva portato ad abbandonar la mia comoda cuccetta, ad allontanarmi da uomini che apprezzavo, per cercare scampo alla minaccia del vuoto… e per poi trovare, alla prima svolta, la futilità.” 

 “La natura umana, temo, non è così bella, se guardata in profondità. Ha in sé orrende macchie.” 

 “C’è qualcosa di commovente in una nave che arriva in porto dal mare e ripiega le sue ali bianche per riposare.” 

 “Il favore dei grandi getta un’aureola intorno al fortunato oggetto della loro predilezione.” 

 “Una nave! La mia nave! Era mia, era più assolutamente mia, per come l’avrei avuta in mio possesso e sotto le mie cure, di qualsiasi altra cosa al mondo; oggetto di responsabilità e di devozione.” 

 “Scoprii quanto io fossi un marinaio nel cuore, nella testa e, per così dire, nella carne – un uomo che era soltanto del mare e delle navi; il mare l’unico mondo che contava, e le navi la prova della virilità, del temperamento, del coraggio e della fedeltà – e dell’amore.” 

 “La strada sarebbe stata lunga. Tutte le strade che conducono a quello che il cuore desidera sono lunghe.” 

 “Si è uomini di mare o non lo si è. E io non dubitavo di esserlo.” 

 “Una mattina presto superammo la barra di foce, e mentre il sole si stava levando maestosamente sui terreni piatti della costa, risalimmo le innumerevoli anse del fiume, passammo sotto l’ombra della grande pagoda dorata e raggiungemmo i sobborghi della città. Eccola lì, ampiamente sparpagliata su entrambe le rive del fiume, la capitale d’Oriente che non era ancora stata conquistata dai bianchi; una distesa di case scure di bambù, di stuoie, di foglie, di un’architettura di materiali vegetali, che sorgevano dal suolo scuro sulle rive del fiume fangoso.” 

“Anche tu! – sembrava dire – anche tu proverai il gusto di quella pace e di quell’irrequietezza in un’inquisitoria intimità con te stesso – oscuro come lo fummo noi, e come noi sovrano di fronte a tutti i venti e a tutti i mari, in un’immensità che non trattiene tracce, che non conserva memorie, e che non tiene il conto delle vite degli uomini.” 

 “Mi appoggiai alla battagliola e mi misi in ascolto delle ombre della notte. Neppure un suono. La mia nave avrebbe potuto essere un pianeta che volva vertiginosamente lungo la sua orbita predeterminata in uno spazio d’infinito silenzio.” 

 “L’intensa solitudine del mare agiva come un veleno sul mio cervello.” 

 “Mi sembra che tutta la mia vita prima di quel giorno fatidico sia infinitamente remota, il ricordo sbiadito di una giovinezza spensierata, qualcosa che sta al di là di una zona d’ombra.” 

 “La brezza spazzava via la fuliggine del cielo, irrompendo sull’indolente silenzio del mare.” 
 “Si era destato in lui il marinaio di lungo corso. Non aveva bisogno di istruzioni. Sapeva cosa doveva fare. Ogni sforzo, ogni movimento, era un atto di concreto eroismo. Non era cosa per me tenere gli occhi su un uomo così ispirato.” 


martedì 10 febbraio 2026

È andata bene, ragazzino – Anthony Hopkins

“Una grigia domenica mattina del 1941, tra le dune di sabbia della spiaggia di Aberavon, un amico di mio padre, Cliff Mathers, mi diede una pastiglia per la tosse. In quel periodo, gli anni della guerra, di caramello o dolci ne vedevamo pochi, se non nessuno. Vigeva il razionamento.” 

 “Ora, a ottantasette, a volte i miei occhi cadono su quella foto e mi viene voglia di dire a quel bimbo smarrito: È andata bene, ragazzino.” 

 “Quella strana sensazione di smarrimento, di non essere in grado di farcela, me la sono portata dentro per tutti gli anni della mia lunga vita.” 

 “Il mio posto preferito era la biblioteca pubblica.” 

 “Quando però l’attrice che aveva interpretato Calpurnia uscì in fretta dalla porta degli artisti e mio padre le porse il mio taccuino, chiedendole se per favore poteva firmare un autografo per il ragazzo, lei lo scacciò come un insetto. Sembra una sciocchezza, ma quel gesto mi rimase impresso.” 

 “Una volta che te ne vai da casa, non puoi più tornare indietro, disse. Ormai vai per la tua strada. Sei nel grande mondo affamato: o nuoti o vai a fondo. Tienilo sempre in mente, figliolo, qualunque cosa tu voglia in questa vita, e cerca di dare il massimo. E se alla fine non funziona, pace: vuol dire che non doveva andare. L’unica cosa in cui non puoi sbagliare è la morte.” 

 “Feci un respiro profondo, mi rilassai, e qualcosa scattò nella mia mente. Due parti di me si fusero. L’ansia che mi aveva attanagliato fino a pochi minuti prima si rivelò un’esperienza universale. Tutti provavano un senso di ansia e di vuoto. Anche Iago. Ecco perché agiva in quel modo. Il comportamento umano trascendeva il bene e il male. Nulla era bianco o nero.” 

 “Su quel palco, per la prima nella mia vita, seppi improvvisamente come interpretare un cattivo diabolico. Questo, pensai, è ciò che terrorizza davvero. Non il delirio, la la presentazione di un piano con una logica incalzante, così da portare ogni spettatore, uno per uno, a essere un tuo confidente, condividendo con lui, frase per frase, la tua logica perfettamente razionale per creare terrore.” 

 “Mentre ripeti le loro parole più volte, queste affondano in te e diventano parte del tuo inconscio. Imparare le battute richiede lavoro, ma anche magia.” 

 “E il bere era una delle cose che mi rendevano più facile stare per conto mio. L’alcol stava iniziando a prendere il controllo della mia vita, e non avevo nulla da obiettare. Mi aiutava a calarmi nel ruolo di solitario che stavo interpretando.” 

 “Familiarizzare con un copione era come raccogliere pietre da una strada, studiarle e poi riposizionare ciascuna nel punto corretto. Solo allora potevo guardare la strada e conoscere ogni centimetro che mi aspettava. Solo allora potevo percorrere quella strada con qualsiasi tempo, anche a occhi chiusi.” 

 “Notte dopo notte, lessi e rilessi il copione fino a sapere ogni sillaba. Una volta che l’hai imparato, non ti ferma più nessuno. Le parole sono la benzina che metti nel serbatoio, che si tratti di Shakespeare, Sean O’Casey o Tennessee Williams. Mettila nel tuo motore, e potrai andare ovunque. È questo il potere della parola. Ed è allora che puoi divertirti.” 

 “Era ora di svegliarsi e vivere. Dopo pranzo, tornai alle prove. Finalmente avevo trovato una risposta ai miei problemi: non arrendersi mai. Non mollare mai. Il fallimento era inevitabile, ma lo era anche il successo. La morte era inevitabile, ma lo era anche la vita.” 

 “I miei ricordi di quel periodo sono confusi. Negli anni in cui bevevo, avevo causato molto dolore. Non avevo mai pensato di essere un alcolizzato. Raramente un forte bevitore se ne rende conto senza un intervento di qualche tipo, e anche allora ci vuole un po’ di tempo perché quella consapevolezza venga metabolizzata. la negazione è il killer più pericoloso.” 

 “Non sono affari miei ciò che la gente dice o pensa di me. Io sono ciò che sono e faccio ciò che faccio per pura gioia e libertà. Perché lo amo. È tutto un gioco, un gioco meraviglioso, la danza della vita sulla vita stessa. Non c’è nulla da dimostrare. Non c’è nulla da vincere, nulla da perdere. Nessun affanno, nessun problema insormontabile.” 

 “Osservare un grande regista al lavoro rimane, per me, uno dei più incredibili spettacoli di magia che si possano immaginare.”

 “Camminate per la strada, qualsiasi strada, di qualsiasi città, e rendetevi conto di quanto è dura la vita. Guardate le persone che arrancano tutti i giorni cercando di sopravvivere.” 

 “Adesso il mio ruolo è questo: sedermi accanto al fuoco e ricordare.” 

 “I giovani vivono nel momento. Si innamorano, si divertono. La vita per loro è una festa. Ma per tutti noi c’è una figura oscura in attesa all’orizzonte. Sono arrivato a un’età in cui la vedo in modo più chiaro. In un sogno ricorrente, questa figura lontana si rivela essere mio padre, che aspetta di guidarmi sulla lunga strada grigia attraverso le brughiere della mia infanzia.” 

 “A mio nonno dissi che volevo fare il vagabondo. Ha funzionato così, immagino, ed è stata una vita piuttosto bella. Nessun lamento, mi dico. Continua a dare calci alla vecchia lattina. Sii audace, e le forze necessarie verranno in tuo aiuto. La vita è in corso.”