mercoledì 25 febbraio 2026

Ferito a morte – Raffaele La Capria

“La nenia s’interrompe. Ora il sig. De Luca versa l’acqua bollente nella macchinetta. Il caffè macinato non va compresso, non troppo piena, così. Il vassoio con la tazzina, la zuccheriera, ecco fatto.” “Che giornata! L’odore della bella giornata, proprio l’odore.”

 “Bisogna leggere i giornali, non solo i libri, anche i giornali schifosi che abbiamo qua, venduti, alleati della menzogna, leggerli per sentire, nonostante tutto, la grande vita del mondo che batte lontano.” 

 “Hai mai scoperto un’ombra nel suo sguardo? Quel segno che ti fa capire che qualunque cosa ti è successa è veramente successa a te, perché tu, vuoi o non vuoi, te la porti appresso anche dopo che te ne sei dimenticato, e anche se non sai ti ha cambiato?” 

 “Trafitta si rovesciò di fianco, splendida tutta d’argento, con le pinne irte sul dorso, la bocca aperta nello spasimo, il corpo a mezzaluna e come paralizzato. Il peso dell’asta la trascinava così, a fondo, sopra un liscio scoglio bianco, e il sangue saliva dalla ferita come un filo di fumo rosato nell’acqua. Poi l’asta cominciò a tintinnare sullo scoglio, lo spago uno strappo, teso, nelle mie mani, la spigola con l’asta infilata nel corpo tentò, si dibatté, frenetica. Ma l’aletta dell’arpione s’era bene aperta, non aveva più scampo.” 

 “Ma lei guardava la spigola sul fondo della barca: Perché l’hai uccisa? Cercai la risposta: Quando la vedi sott’acqua è un’altra cosa, è così piena di vita, di bellezza, e tu vuoi possederla, non c’è scampo.” 

 “Si permettono di giocare per più di due giorni. Non sanno fare altro: i signori nei Circoli, la gentarella al lotto, e tutti al totocalcio. Che sperano? Sempre in una combinazione di carte di numeri di segni. E poi ecco come si riducono, chiusi in una stanza piena di puzzo, di fumo, mentre qua ci sta sto sole, e non permettono a nessuno di entrare perché i signori sono nervosi quando si spellano vivi, con la testa che gli balla per tutti i caffè, la simpamina, le sigarette, i whisky, con le mani che gli tremano sopra le carte, e si capisce! Si giocano i milioni, stanno a fa’ la tombola con i fagioli.” 

 “Ragazzini scalzi di tutte le misure, neri allegri e denutriti, e le loro occhiate, il bianco degli occhi come spicchi d’aglio. Ne vedi uno, ti volti un momento, e allo stesso posto ne trovi due, tre: partenogenesi partenopea.” 

 “Per lei le persone sono divise in due categorie, le persone carine, che sarebbero poi i signori. E i cafoni, che sono tutti gli altri, quelli che incontri per strada, nei filobus o al Circolo. Esistono anche due categorie intermedie, a dir la verità, quella delle brave persone e quella delle persone impossibili.”

 “Tu fa’ lo spiritoso, ma voi con tutta la vostra storia ci perdete al confronto, noi eravamo ragazzi vivi, uscivamo dal fuoco, alla tua età tuo zio era un leone, appena si incontravano due o tre di noi in una strada, come per miracolo spuntava una palla, e finivamo che era scuro, eccetera.” 

 “Bianco vino ghiacciato appanna il bicchiere di Massimo, anche gli occhi già appannati, poi di là sul letto, nella controra, incapace di una lucida conversazione, tra i fumi di contagiose esasperate malinconie.” 

 “In fono Gaetano aveva ragione. – Che cosa ancora ti trattiene? Avrebbe riso se gli avessi risposto: Ritrovare uno solo di quei giorni. ma quali giorni? Sono esistiti?” 

 “L’aspetto ambiguo dell’umanità del napoletano con la sua antitesi di miseria e commedia, di vita e teatro. Le due Napoli, una la montatura e l’altra quella vera. La Napoli bagnata dal mare e quella dove il mare non arriva, il Vesuvio e il contro-Vesuvio. Eccetera eccetera.” 

 “Ma sarà poi passata davvero per Napoli la Storia del Mondo, come voleva farci credere Croce?” 

 “E dunque il Circolo lo potevi definire: una comunione di ozi, frivolo tirocinio di quel grande ozio sociale cui cooperano fino alla morte tutti gli appartenenti alla cosiddetta classe dirigente.” 

 “T’aspetto in barca? Non vengo, gli ho detto. E quei colpi di maglio annunciavano l’estate anche stamattina, nel dormiveglia m’era parso come una volta, la stessa gioia con l’odore della prima maglietta di cotone indossata, pantaloni di tela azzurra sbiadita dell’anno precedente freschi sulla coscia, e più leggero il corpo, liberi i movimenti, il primo scatto nell’acqua gelata del primo bagno, il silenzio sulle spiagge, il grido di un pescatore che s’allarga nel cielo. Ora solo quel mot-bot, mare barche spiagge affollate, e carte sporche preservativi una striscia nera di catrame intorno agli scogli, sott’acqua un deserto, ogni forma di vita e avventura distrutta, nemmeno un saragotto degno di una sommozzata – no, non vengo, non vengo, gli ho detto.” 

 “Le chiacchiere, di solito, cominciano in treno, quelli di tutti i miei ritorni. E’ affollato di facce conosciute, mai viste prima e conosciute sempre.”

 “Giovani funzionari di partito all’arrembaggio dei posti più pagati, i loro ideali coincidono sempre con l’interesse o con un fine secondario, sognatori di modeste felicità, sempre prudentissimi, mai una volta che si compromettono con una frase azzardata, tattici e pratici, corrono sempre in soccorso del vincitore, insomma tutte cose che si sanno, meglio parlare d’altro…” 

 “Una società come quella napoletana, dice Rossomalpelo, produce spontaneamente i tipi come tuo fratello. Servono a fare apparire divertente una vita che in realtà è noiosa, rappresentano per pochi anni un miraggio di felicità.” 

 “la gente è sempre la stessa, anzi, se è possibile, sono peggiorati, che vuoi, oggi a Napoli quando fanno i soldi diventano lazzaroni, non li sanno portare i soldi, diventano volgari e impossibili.” 

 “Ma il cielo? Il cielo, intatto, inalterabile, è sempre una gioia immensa, lontana, struggente, che ti sovrasta e che non puoi condividere.” 

 “Eh, è finita l’epoca del cavalieravvocatocommendatore che come niente ti faceva aprire un bar! Ora è arrivato il mascalzone con la Rolls Royce sotto il palazzo e lo yacht a Santa Lucia, è l’epoca dell’appaltesportarmatore. E c’è il grattacielo alto sulla marea edilizia a testimoniare, se ne dubiti, i gusti e la rapida ascesa dal basso verso l’alto del nuovo arrivato. La storia, la stessa storia meschina, continua. Baroni re e viceré – e ora questi altri, seduti al ristorante, si sentono sotto il culo un sufficiente numero di piani arbitrariamente costruiti: ciò li rassicura, la storia non muta, e stimola l’appetito. Prima emigri e poi denigri – la solita tiritera: Ti pare bello, ingrato, denigrare così il buon nome? Ma il buon nome di chi? E finisce col solito diversivo: sovversivo. E va bene! Sovversivo, dolcemente avverso all’azzurro che avvolge tenero le case, cammino disincantato per le strade della città materna, come vipera nel seno che l’accolse, invelenito da freddo amore, riscaldandomi al suo tepore.” 

 “No, non li ho trovati, il Sudamerica è un’illusione caro mio, là per sopravvivere o t’impieghi o vai a cercare l’oro, fare il napoletano non conviene ed è rischioso.” 

  “E chi sarebbe codesto? mi domandò il mio amico. Un principe delle apparenze. Non fare il napoletano, che significa? Molto fascino e poche lire.” 

 “Tu capisci, in una città dove il settanta per cento non ha un lavoro fisso, per forza devi inventare, non trovi? Ci costringono.” 

venerdì 20 febbraio 2026

I Vicerè – De Roberto

“La città (Catania) portava ancora addosso i segni della terribile repressione dell’aprile quarantanove: non erano del tutto scomparse le tracce del fuoco e del saccheggio, e mezza popolazione piangeva i morti, i condannati all’ergastolo, gli esiliati” 

“Per lei, come per tutti i capi delle grandi famiglie, i figliuoli desiderabili ed amabili non potevano essere se non maschi: le femmine non sapevano far altro che mangiare a ufo e portar via parte della roba di casa, se andavano a marito” 

 “Ne sa più un pazzo in casa propria che un savio nell’altrui” 

“La tradizione di famiglia, mantenuta fino al 1812 dall’istituzione del fedecommesso, stabiliva che nessuno fuorchè il primogenito prendesse moglie” 

 “Destinato sulle prime a entrare anche lui ai Benedettini s’era salvato adducendo la propria inclinazione al mestiere delle armi. Fu la prima menzogna che disse, per evitare il convento: non poteva sentirsi chiamato ad un mestiere quasi sconosciuto in Sicilia, dove, come non c’era coscrizione e tra i popolani correva il motto , così neppure la nobiltà si dava alla milizia” 

 “…e infatti il principe aveva più d’una volta espresso l’intenzione di mandar via di casa il figliuolo, di metterlo o al collegio Cutelli fondato per educare la nobiltà all’uso di Spagna, oppure al Noviziato dei Benedettini, dove i giovani che non volevano pronunziare i voti ricevevano un’educazione non meno nobile” 

 “come capo della casa egli aveva del resto la facoltà di nominare i sacerdoti celebranti in tutte le cappellanie e benefizi fondati dai suoi antenati” 

 “L’Uzeda esercitava lo stesso preciso potere del Re, potendo, come diceva il rescritto <>” 

 “nel 1550, i Benedettini pensarono di venirsene definitivamente in città, mettendo la prima pietra d’un magnifico edifizio alla presenza del Vicerè Medinaceli. Certuni volevan dire che San Benedetto fosse crucciato perchè i suoi figli avevano lasciato i boschi e s’erano accasati dai signori in città: menzogna patente, poichè, finito che fu il convento, il glorioso fondatore dell’ordine lo preservò dal fuoco del vulcano: la lava dei Monti Rossi, discesa fino a Catania, preciso in direzione del convento, giunta dinanzi ad esso girò dalla parte di ponente e andò a gettarsi in mare senza fargli alcun danno” 

 “Per entrare novizi e diventar monaci bisognava essere nobili. Vi si trovavano infatti i rappresentanti delle prime famiglie, non solo della Val di Noto, ma di tutta la Sicilia, perchè in tutta la Sicilia c’era solo un altro convento di Cassinesi, a Palermo, e così inferiore in grandezza, ricchezza ed importanza, che mandavano lì da Catania i monaci stravaganti per punizione” 

“La Regola diceva pure ; ma tutti i giorni i monaci compravano mezza vitella, oltre il pollame, le salsicce, i salami e il resto; e in quelli di margo il capo cuoco incettava, appena sbarcato, e prima ancora che arrivasse alla pescheria, il miglior pesce” 

 “Nel 1713 quando Vittorio Amedeo, assunto al trono di Sicilia, era venuto nell’isola, in pompa, attraversandola da un capo all’altro, il passaggio del nuovo sovrano era stato seguito da una mala annata come da un pezzo non si rammentava l’eguale; e nelle popolazioni spaventate e ammiserite era rimasto in proverbio quel detto “Passa Savoia! Passa Savoia!” come il sintomo d’una sciagura, d’un castigo di Dio” 

 “Intanto dodici poveri, rappresentanti i dodici Apostoli, erano entrati nel Coro; l’Abate, inginocchiato, lavava loro i piedi – seconda lavatura; essendo la prima già fatta in sagrestia affinchè Sua Paternità per lavar quei piedi non s’insudiciasse le mani” 

 “Per la festa di Sant’Agata, in agosto, andarono a spasso tutti i giorni, assistettero alla processione del carro, all’oratorio cantato in piazza degli Studi, e con più piacere alle corse dei barberi. Le facevano lungo la via del Corso, tra due siepi vive di curiosi, sui quali spesso i cavalli si gettavano, sparando calci ed ammaccando costole. I cavalli vincitori ripercorrevano poi la via al passo guidati dai palafrenieri che lanciavano tratto tratto un grido ai balconi “affacciatevi, principi e baroni, che sta passando il re degli animali”” 

 “I più credevano al malefizio, al veleno sparso per ordine delle autorità; e si scagliavano contro gl’italiani, untori quanto i borboni. Al Sessanta, i patrioti avevano dato a intendere che non ci sarebbe stato più colera, perchè Vittorio non era nemico dei popoli come Ferdinando; e adesso, invece, si tornava da capo! Allora, perchè s’era fatta la rivoluzione? Per veder circolare pezzi di carta sporca, invece delle belle monete d’oro e d’argento che almeno ricreavano la vista e l’udito, sotto l’altro governo? O per pagare la ricchezza mobile e la tassa di successione, inaudite invenzioni diaboliche dei nuovi ladri del parlamento? Senza contare la leva, la più bella gioventù strappata alle famiglie, perita nella guerra, quando la Sicilia era stata sempre esente, per antico privilegio, dal tributo militare? erano questi tutti i vantaggi dall’Italia una?”

 “Prima, se le cose andavano male, se il commercio languiva, se i quattrini scarseggiavano, la colpa era tutta di Ferdinando II: bisognava mandare via i Borboni, far l’Italia una, perchè di botto tutti nuotassero nell’oro. Adesso, dopo dieci anni di libertà, la gente non sapeva più come tirare innanzi. Avevano promesso il regno della giustizia e della moralità; e le parzialità, le birbonate, le ladrerie continuavano come prima: i potenti e i prepotenti d’un tempo erano tuttavia al loro posto! Chi batteva la solfa, sotto l’antico governo? Gli uzeda, i ricchi e i nobili loro pari, con tutte le relative clientele: quelli stessi che la battevano adesso!” 

“La festa di Sant’Agata la celebravano come sempre due volte all’anno, in febbraio e in agosto; ma la nuova Giunta libera-pensatrice, giudicato che una sola gazzarra bastasse, aveva soppresso dal bilancio l’assegno per la festa estiva. Questo fu il segnale di una specie di guerra civile” 

 “La quistione, dicevano alcuni, era che questi posti eminenti, queste situazioni privilegiate non dovevano più esistere: ma allora Consalvo sorrideva di pietà. Quasichè, ammessa pure la possibilità d’abolire con un tratto di penna tutte le diseguaglianze sociali, esse non si sarebbero formate il domani, essendo gli uomini naturalmente diversi, e il furbo dovendo sempre, in ogni tempo, sotto qualunque regime, mettere in mezzo il semplice, e l’audace prevenire il timido, e il forte soggiogare il debole!” 

 “Così, un giorno non lontano, rivendicati i nostri naturali confini, riunita in un sol fascio la gente che parla la lingua di Dante, stabilite le nostre colonie in Africa e forse anche in Oceania, noi ricostruiremo l’Impero Romano” 

 “Ma noi non scegliamo il tempo nel quale veniamo al mondo; lo troviamo com’è, e com’è dobbiamo accettarlo.. Vostra Eccellenza giudica obbrobriosa l’età nostra, nè io le dirò che tutto vada per il meglio; ma è certo che il passato par molte volte bello solo perchè è passato” 

 “In verità aveva ragione Salomone quando diceva che non c’è niente di nuovo sotto il sole. La storia è una monotona ripetizione; gli uomini sono stati, sono e saranno sempre gli stessi”

domenica 15 febbraio 2026

La linea d’ombra – Joseph Conrad

“Solo i giovani hanno di questi momenti. Non intendo i giovanissimi. No. I giovanissimi, per essere esatti, non hanno momenti. È privilegio della prima giovinezza vivere in anticipo sui propri giorni in un ininterrotto flusso di speranza che non conosce pause né introspezione.” 

 “Sì. Andiamo avanti. E anche il tempo va avanti – fino a quando distinguiamo di fronte a noi una linea d’ombra che ci avvisa che bisogna lasciarsi alle spalle anche la regione della prima giovinezza.” 

 “Era uno di quei momenti, capite? Era sceso su di me il pallido malessere della tarda giovinezza e mi aveva trascinato via.” 

 “Tutta la vicenda rafforzava quell’oscuro sentimento della vita come spreco di giorni, che, senza quasi che me ne rendessi conto, mi aveva portato ad abbandonar la mia comoda cuccetta, ad allontanarmi da uomini che apprezzavo, per cercare scampo alla minaccia del vuoto… e per poi trovare, alla prima svolta, la futilità.” 

 “La natura umana, temo, non è così bella, se guardata in profondità. Ha in sé orrende macchie.” 

 “C’è qualcosa di commovente in una nave che arriva in porto dal mare e ripiega le sue ali bianche per riposare.” 

 “Il favore dei grandi getta un’aureola intorno al fortunato oggetto della loro predilezione.” 

 “Una nave! La mia nave! Era mia, era più assolutamente mia, per come l’avrei avuta in mio possesso e sotto le mie cure, di qualsiasi altra cosa al mondo; oggetto di responsabilità e di devozione.” 

 “Scoprii quanto io fossi un marinaio nel cuore, nella testa e, per così dire, nella carne – un uomo che era soltanto del mare e delle navi; il mare l’unico mondo che contava, e le navi la prova della virilità, del temperamento, del coraggio e della fedeltà – e dell’amore.” 

 “La strada sarebbe stata lunga. Tutte le strade che conducono a quello che il cuore desidera sono lunghe.” 

 “Si è uomini di mare o non lo si è. E io non dubitavo di esserlo.” 

 “Una mattina presto superammo la barra di foce, e mentre il sole si stava levando maestosamente sui terreni piatti della costa, risalimmo le innumerevoli anse del fiume, passammo sotto l’ombra della grande pagoda dorata e raggiungemmo i sobborghi della città. Eccola lì, ampiamente sparpagliata su entrambe le rive del fiume, la capitale d’Oriente che non era ancora stata conquistata dai bianchi; una distesa di case scure di bambù, di stuoie, di foglie, di un’architettura di materiali vegetali, che sorgevano dal suolo scuro sulle rive del fiume fangoso.” 

“Anche tu! – sembrava dire – anche tu proverai il gusto di quella pace e di quell’irrequietezza in un’inquisitoria intimità con te stesso – oscuro come lo fummo noi, e come noi sovrano di fronte a tutti i venti e a tutti i mari, in un’immensità che non trattiene tracce, che non conserva memorie, e che non tiene il conto delle vite degli uomini.” 

 “Mi appoggiai alla battagliola e mi misi in ascolto delle ombre della notte. Neppure un suono. La mia nave avrebbe potuto essere un pianeta che volva vertiginosamente lungo la sua orbita predeterminata in uno spazio d’infinito silenzio.” 

 “L’intensa solitudine del mare agiva come un veleno sul mio cervello.” 

 “Mi sembra che tutta la mia vita prima di quel giorno fatidico sia infinitamente remota, il ricordo sbiadito di una giovinezza spensierata, qualcosa che sta al di là di una zona d’ombra.” 

 “La brezza spazzava via la fuliggine del cielo, irrompendo sull’indolente silenzio del mare.” 
 “Si era destato in lui il marinaio di lungo corso. Non aveva bisogno di istruzioni. Sapeva cosa doveva fare. Ogni sforzo, ogni movimento, era un atto di concreto eroismo. Non era cosa per me tenere gli occhi su un uomo così ispirato.” 


martedì 10 febbraio 2026

È andata bene, ragazzino – Anthony Hopkins

“Una grigia domenica mattina del 1941, tra le dune di sabbia della spiaggia di Aberavon, un amico di mio padre, Cliff Mathers, mi diede una pastiglia per la tosse. In quel periodo, gli anni della guerra, di caramello o dolci ne vedevamo pochi, se non nessuno. Vigeva il razionamento.” 

 “Ora, a ottantasette, a volte i miei occhi cadono su quella foto e mi viene voglia di dire a quel bimbo smarrito: È andata bene, ragazzino.” 

 “Quella strana sensazione di smarrimento, di non essere in grado di farcela, me la sono portata dentro per tutti gli anni della mia lunga vita.” 

 “Il mio posto preferito era la biblioteca pubblica.” 

 “Quando però l’attrice che aveva interpretato Calpurnia uscì in fretta dalla porta degli artisti e mio padre le porse il mio taccuino, chiedendole se per favore poteva firmare un autografo per il ragazzo, lei lo scacciò come un insetto. Sembra una sciocchezza, ma quel gesto mi rimase impresso.” 

 “Una volta che te ne vai da casa, non puoi più tornare indietro, disse. Ormai vai per la tua strada. Sei nel grande mondo affamato: o nuoti o vai a fondo. Tienilo sempre in mente, figliolo, qualunque cosa tu voglia in questa vita, e cerca di dare il massimo. E se alla fine non funziona, pace: vuol dire che non doveva andare. L’unica cosa in cui non puoi sbagliare è la morte.” 

 “Feci un respiro profondo, mi rilassai, e qualcosa scattò nella mia mente. Due parti di me si fusero. L’ansia che mi aveva attanagliato fino a pochi minuti prima si rivelò un’esperienza universale. Tutti provavano un senso di ansia e di vuoto. Anche Iago. Ecco perché agiva in quel modo. Il comportamento umano trascendeva il bene e il male. Nulla era bianco o nero.” 

 “Su quel palco, per la prima nella mia vita, seppi improvvisamente come interpretare un cattivo diabolico. Questo, pensai, è ciò che terrorizza davvero. Non il delirio, la la presentazione di un piano con una logica incalzante, così da portare ogni spettatore, uno per uno, a essere un tuo confidente, condividendo con lui, frase per frase, la tua logica perfettamente razionale per creare terrore.” 

 “Mentre ripeti le loro parole più volte, queste affondano in te e diventano parte del tuo inconscio. Imparare le battute richiede lavoro, ma anche magia.” 

 “E il bere era una delle cose che mi rendevano più facile stare per conto mio. L’alcol stava iniziando a prendere il controllo della mia vita, e non avevo nulla da obiettare. Mi aiutava a calarmi nel ruolo di solitario che stavo interpretando.” 

 “Familiarizzare con un copione era come raccogliere pietre da una strada, studiarle e poi riposizionare ciascuna nel punto corretto. Solo allora potevo guardare la strada e conoscere ogni centimetro che mi aspettava. Solo allora potevo percorrere quella strada con qualsiasi tempo, anche a occhi chiusi.” 

 “Notte dopo notte, lessi e rilessi il copione fino a sapere ogni sillaba. Una volta che l’hai imparato, non ti ferma più nessuno. Le parole sono la benzina che metti nel serbatoio, che si tratti di Shakespeare, Sean O’Casey o Tennessee Williams. Mettila nel tuo motore, e potrai andare ovunque. È questo il potere della parola. Ed è allora che puoi divertirti.” 

 “Era ora di svegliarsi e vivere. Dopo pranzo, tornai alle prove. Finalmente avevo trovato una risposta ai miei problemi: non arrendersi mai. Non mollare mai. Il fallimento era inevitabile, ma lo era anche il successo. La morte era inevitabile, ma lo era anche la vita.” 

 “I miei ricordi di quel periodo sono confusi. Negli anni in cui bevevo, avevo causato molto dolore. Non avevo mai pensato di essere un alcolizzato. Raramente un forte bevitore se ne rende conto senza un intervento di qualche tipo, e anche allora ci vuole un po’ di tempo perché quella consapevolezza venga metabolizzata. la negazione è il killer più pericoloso.” 

 “Non sono affari miei ciò che la gente dice o pensa di me. Io sono ciò che sono e faccio ciò che faccio per pura gioia e libertà. Perché lo amo. È tutto un gioco, un gioco meraviglioso, la danza della vita sulla vita stessa. Non c’è nulla da dimostrare. Non c’è nulla da vincere, nulla da perdere. Nessun affanno, nessun problema insormontabile.” 

 “Osservare un grande regista al lavoro rimane, per me, uno dei più incredibili spettacoli di magia che si possano immaginare.”

 “Camminate per la strada, qualsiasi strada, di qualsiasi città, e rendetevi conto di quanto è dura la vita. Guardate le persone che arrancano tutti i giorni cercando di sopravvivere.” 

 “Adesso il mio ruolo è questo: sedermi accanto al fuoco e ricordare.” 

 “I giovani vivono nel momento. Si innamorano, si divertono. La vita per loro è una festa. Ma per tutti noi c’è una figura oscura in attesa all’orizzonte. Sono arrivato a un’età in cui la vedo in modo più chiaro. In un sogno ricorrente, questa figura lontana si rivela essere mio padre, che aspetta di guidarmi sulla lunga strada grigia attraverso le brughiere della mia infanzia.” 

 “A mio nonno dissi che volevo fare il vagabondo. Ha funzionato così, immagino, ed è stata una vita piuttosto bella. Nessun lamento, mi dico. Continua a dare calci alla vecchia lattina. Sii audace, e le forze necessarie verranno in tuo aiuto. La vita è in corso.”

giovedì 5 febbraio 2026

Il giardino dei Finzi-Contini – Giorgio Bassani

Riletto in questi ultimi giorni di gennaio del 2026 mi ha riempito di una profondissima inquietudine e malinconia, qualcosa di inesprimibile a parole, forse perchè la mia Micol era molto simile a questa del libro.


“Da molti anni desideravo scrivere dei Finzi-Contini – di Micòl e di Alberto, del professor Ermanno e della signora Olga -, e di quanti altri abitavano o come me frequentavano la casa di corso Ercole I d’Este, a Ferrara, poco prima che scoppiasse l’ultima guerra. Ma l’impulso, la spinta a farlo veramente, li ebbi soltanto un anno fa, una domenica d’aprile del 1957.” 

 “Il futuro avrebbe stravolto il mondo a suo piacere.”

 “Gli anni parevano belli, floridi: tutto invitava a sperare, a osare liberamente.” 

 “Chissà come nasce e perché una vocazione alla solitudine.” 

 “Qualsiasi punizione sarebbe stata preferibile al rimprovero che mi fosse venuto dai suoi muti, terribili occhi celesti…” 

 “Quanti anni sono passati da quel remoto pomeriggio di giugno? Più di trenta. Eppure, se chiudo gli occhi, Micòl Finzi-Contini sta ancora là, affacciata al muro di cinta del suo giardino, che mi guarda e mi parla.” 

 “Non accennò a niente altro che al puro piacere di rivedersi dopo tanto tempo, e di godere assieme, in barba a tutti i divieti, quanto di bello restava da godere della stagione.” 

 “Passò rapida tra me e lui l’occhiata di ebraica connivenza che, mezzo ansioso e mezzo disgustato, già prevedevo.” 

 “Anche le cose muoiono, caro mio. E dunque, se anche loro devono morire, tant’è, meglio lasciarle andare. C’è molto più stile, oltre tutto, ti sembra?” 

 “Oh, l’inverno 38-39! Ricordo quei lunghi mesi immobili, come sospesi al di sopra del tempo e della disperazione, e ancora adesso, a più di vent’anni di distanza, le quattro pareti dello studio di Alberto Finzi-Contini tornano ad essere per me il vizio, la droga tanto necessaria, quanto inconsapevole di ogni giorno d’allora…” 

 “…quella specie di pigra brace che è tante volte il cuore dei giovani.” 

 “La realtà è che il tennis – sentenziò con straordinaria enfasi – oltre che uno sport è anche un’arte, e siccome ogni forma d’arte esige un certo talento particolare, chi ne risulti privo rimarrà sempre una scarpa, vita natural durante.” 

 “Dopo tutto gli oggetti non sono che oggetti – esclamò – Perchè farsene schiavi.” 

 “Nella vita, se uno vuol capire, capire sul serio come stanno le cose di questo mondo, deve morire almeno una volta.” 

 “Com’era bello di notte il Barchetto del Duca – pensavo . con quanta dolcezza la luna lo illuminava! Fra quelle ombre di latte, in quel mare d’argento, io non cercavo niente.” 

 “Certo è che quasi presaga della prossima fine, sua e di tutti i suoi, Micòl ripeteva di continuo anche a Malnate che a lei del suo futuro democratico e sociale non gliene importava un fico, che il futuro, in sè, lei lo aborriva, ad esso preferendo di gran lunga le vierge, le vivace et le bel aujourd’hiu, e il passato, ancora di più, il caro, il dolce, il pio passato.”

domenica 1 febbraio 2026

Un luogo chiamato libertà – Ken Follett

“Quando mi trasferii nell’High Glen House mi dedicai subito con passione al giardinaggio, e fu così che trovai il collare di ferro.”

 “Se il collare di ferro potesse parlare, mi chiedo, quale storia racconterebbe?”

 “Invece lui, fin da quando aveva sette anni, era stato svegliato dalla madre qualche minuto prima delle due del mattino, e aveva lavorato nella miniera quindici ore al giorno, fino alle cinque del pomeriggio.” 

 “Abbassò la voce e adottò un tono interrogativo. Signorina Hallim, è mai stata in una miniera di carbone?” 

 “Non aveva mai domandato cosa facessero le mogli e le figlie dei minatori. Non immaginava che passassero la giornata e metà della notte lavorando nelle viscere della terra.” 

 “Se il grisou non fosse stato consumato dal fuoco, la miniera sarebbe stata chiusa. E la chiusura, in un villaggio minerario, era come un raccolto distrutto in una comunità agricola: la gente si riduceva alla fame.” 

 “La vita dei minatori era dura, ma quella delle mogli ancora di più.” 

 “La legge non prende decisioni. Non ha volontà propria. E’ come un’arma o un utensile: funziona se c’è chi la impugna e la adopera.”