domenica 25 gennaio 2026

Gino Strada – Pappagalli verdi

“Cosa vorresti fare da grande? Quando ero un ragazzino, rispondevo il musicista o lo scrittore. Ho finito col fare il chirurgo, il chirurgo di guerra per la precisione.” 

 “Spero solo che si rafforzi la convinzione, in coloro che decideranno di leggere queste pagine, che le guerre, tutte le guerre sono un orrore. E che non ci si può voltare dall’altra parte, per non vedere le facce di quanti soffrono in silenzio.” 

 “Non sta negli atlanti di geografia, il Kurdistan, e occupa poche righe nei libri di storia. Nessun curdo siede nel grande palazzo dell’Onu, e nessuno parla a nome loro. Come se non ci fossero, rimossi dalla cronaca e dalla politica. Ma loro esistono, sono qui.” 

 “La pasta è per noi, italiani girovaghi, un’arma preziosa, un mezzo sicuro per socializzare e iniziare a capirsi con gente di altre culture e tradizioni.” 

 “Hutu e tutsi. Rivalità etniche vecchie di secoli, esasperate dalla politica coloniale di privilegiare una delle due etnie, che va poi a occupare i posti di prestigio, e di potere, nella società. Vecchie ferite poi diventate piaghe infette difficili da guarire.” 

 “Scatto loro alcune foto, perché voglio che quella immagine mi resti, un’immagine dolce di una catena infinita di sofferenze. Va documentata, questa nuova allucinante malattia, le mine antiuomo, che si trasmette dai genitori ai figli in modo quasi ereditario.”

 “Promettere costa, poco, si dice, se poi non si mantiene l’impegno. E non farlo? Costa ancor meno, praticamente niente, basta girarsi dall’altra parte. Una promessa è un impegno, è il mettersi ancora in corsa, è il non sedersi su quel che si è fatto. Dà nuove responsabilità, obbliga a cercare, a trovare nuove energie.” 

 “Guarda, questo è un pezzo di mina giocattolo, l’hanno raccolto sul luogo dell’esplosione. I nostri vecchi le chiamano pappagalli verdi… e si mette a disegnare la forma della mina: dieci centimetri in tutto, due ali con al centro un piccolo cilindro.” 

 “Mine giocattolo, studiate per mutilare bambini. Ho dovuto crederci, anche se ancora oggi ho difficoltà a capire.” 

 “Ho visto troppo spesso bambini che si risvegliano dall’intervento chirurgico e si ritrovano senza una gamba, o senza un braccio. Hanno momenti di disperazione, poi, incredibilmente, si riprendono. Ma niente è insopportabile, per loro, come svegliarsi nel buio. I pappagalli verdi li trascinano nel buio, per sempre.” 

 “Che cosa spinge la mente umana a immagina, a programmare la violenza?” 

 “Kabul, 25 aprile 1992. Da dieci giorni, ormai, tutti si chiedono quando i mujaheddin invaderanno la città, e come.” 

 “Trovarsi in una città assediata in attesa di un attacco, per chi non ha il coraggio né l’incoscienza dei guerriglieri, è un misto di paura e curiosità.” 

 “Non siamo militari, né abbiamo armi o scorte armate, ogni volta è un salto nel buio, sperando di trovare qualcuno che ci conosca e che apprezzi quel che si sta facendo per portare soccorso a questo popolo sventurato.” 

 “In fondo, ma non vorrei essere frainteso o accusato di snobismo, è un gioco. Nel senso più vero. Come gli scacchi o il bridge, Attività libere, non condizionate, senza secondi fini, che si praticano solo perché piacciono. E perché piace vincere, come mi piace vincere nel mio lavoro.” 

 “Meccanismo di attivazione, detonatore, carica principale. Tutto così asettico, per tecnici e militari. la chiamano la catena esplosiva. Dimenticando però che alla fine della catena, quello che è esploso è Esfandyar, bambino di dodici anni.” 

 “In zone di guerra non può valere il principio “prima il più grave”. Non ti puoi permettere di spendere tre ore a operare qualcuno con poche probabilità di sopravvivere. Consumi inutilmente energie e materiali, e, sopratutto, altre persone moriranno nel frattempo, mentre si sarebbero salvate se operate prima. E allora devi cercare di fare “il meglio per la maggioranza” di quei feriti.” 

 “Passerà alla storia come il Bloody Friday, il venerdì di sangue. Ma non ci sarà sangue, per le strade di Halabja. Niente corpi mitragliati sulle bancarelle che vendono arance, nei piccoli negozi della strada principale dove stanno appese centinaia di sandali di plastica e i larghi chador neri che vestono le donne. Niente fragore di bombe, nessuna casa squarciata. Solo il ronzio degli aerei. Aerei, nuvole, aria, aria…” 

 “E in quel libro ho visto davvero Halabja. Per la prima volta. Cinquemila corpi per le strade, bambini con le bocche spalancate e gli occhi vitrei, ammassati come scorfani nelle ceste al mercato del pesce, madri accovacciate per terra, piccole come chiocciole nei loro chador di poliestere, anziani col turbante disfatto riversi per strada a guardare in su e maledire il cielo. Cinquemila morti.” 

 “Quando un governo ha interesse a non far sapere in giro le proprie nefandezze, deportazioni di massa o esecuzioni sommarie, tanto per fare un paio di esempi, una delle reazioni classiche è sbattere fuori dal paese le organizzazioni scomode, e il Cicr è certamente tra queste.” 

 “Era il 1935 quando gli italiani arrivarono fino a Dessiè. I nostri aerei bombardarono con cura la città, e diedero prova di grande ardimento voltando perfino a bassa quota, per fare il tiro a segno sugli abitanti del luogo, sprezzanti del pericolo rappresentato dagli indigeni armati di bastoni.” 

 “C’è un ragazzino in un angolo, ha perso una gamba e fissa le garze intrise di sangue e di pus giallastro che gli fasciano la coscia. Come molti, aspetta di vedere se morirà, perché non ci sono medici né medicinali.” 

 “Me ne torno a Luanda con una rabbia triste. Dal finestrino del fuoristrada di Marcos si vedono mutilati che chiedono l’elemosina ai bordi della strada, e ragazzini rimasti soli a girovagare in cerca di qualcosa da rubare per tirare avanti.” 

 “Ne abbiamo ragionato a lungo, abbiamo cercato di capire perché i bambini, quei bambini, non piangono. Mi ha sollecitato a parlare della miseria che si fa routine, della presenza silenziosa della tragedia, e a volte della morte, che diventa condizione di vita. Forse è questa quotidianità della tragedia che li prepara a non piangere.” 

 “Non c’erano dubbi, allora, su chi fossero i buoni e chi i cattivi. L’aggressivo imperialismo statunitense, i gendarmi del mondo, baluardo degli interessi economici delle multinazionali. Noi invece stavamo dalla parte dei deboli, dei contadini innaffiati di napalm o delle donne costrette nei bordelli a prostituirsi agli invasori. Tutto troppo semplice, come avremmo capito molti anni dopo. Lentamente, e con fatica, avremmo scoperto che il mondo non era esattamente a due colori, ma che in mezzo ci poteva stare un’infinità di sfumature.” 

 “E non sono scoppiato a piangere quella volta, perché sapevo che sarebbe stato un pianto senza fine e non potevo, non volevo permettermelo.” 

 “Idee di solidarietà, consapevolezza di essere in qualche modo in debito, ciascuno di noi, verso i più sventurati della terra.” 

  “Hanno scavato la fossa, e poi un altro tunnel laterale, secondo l’usanza curda, perché la terra non sia direttamente a contatto col cadavere, coperto solo da un lenzuolo e da una stuoia di paglia.” 

 “Le ore che precedono la conquista sono i momenti più pericolosi, lo ho già vissuto altre volte, in altri paesi. Perché c’è l’instabilità, e tutti sono troppo nervosi per mantenere dei comportamenti anche lontanamente razionali, e hanno, come si dice, il grilletto facile.” 

 “Poi sentiamo il sibilo, inconfondibile. Il sibilo di Kabul, di Mogadiscio e Sarajevo, di Kigali e Dessié: cresce piano piano, fa quasi male alle orecchie, un secondo, due… poi il botto, e i vetri che tremano, e i bambini che riprendono a piangere.” 

 “Poi la guerra l’ho vista davvero, e da vicino, facendo il mio mestiere di chirurgo. E ho potuto guardarle in faccia, le vittime.” 

 “L’ultimo arrivato è un bambino biondo, centrato in piena fronte da una pallottola. Il sangue non cola più, impregna i capelli, ormai coagulato e quasi congelato per il gran freddo.”

martedì 20 gennaio 2026

M l’uomo della provvidenza – Antonio Scurati

 “Benvenuti nella dimora del più giovane presidente del Consiglio d’Italia e del mondo.” 

 “Poi, però, era venuto il 3 gennaio. Il giorno della riscossa. Il giorno in cui Benito Mussolini, ritto sul cassero della presidenza del Consiglio, aveva affrontato da solo il Parlamento in burrasca e aveva trionfato. Il giorno in cui Benito Mussolini aveva detto “Io”. Io solo – aveva urlato – porto la responsabilità politica, morale, storica di quanto è accaduto. Io sono l’Italia, io sono il fascismo, io sono il senso della lotta, io sono il dramma grandioso della storia. Se c’è qualcuno che osi impiccarmi a questo ramo nodoso, si alzi adesso e tiri fuori il sapone e la corda. Nessuno si era alzato.” 

 “Un regime politico non può essere giudicato da un tribunale ma soltanto dalla Storia.” 

 “Gli italiani, come tutti i popoli ricchi di fermenti estetici, amano le figure nette e definite, vogliono una continuità nello stile, pretendono coerenza da chi ambisce a guidarli.

 “Sono trascorsi appena sei anni eppure quel centinaio scarso di reduci esaltati che fondarono il fascismo è diventato una moltitudine osannante, quel movimento farneticante con poche centinaia di adepti un partito con più di mezzo milione d’iscritti, quell’avventuriero della politica, odiato dagli ex compagni socialisti, temuto dai benpensanti e dato per spacciato da tutti, è ora il capo del governo di una nazione prona ai suoi piedi.” 

 “La Storia insegnava che, quando toccava in sorte un cataclisma, si doveva ubbidire a un unico criterio: vivere. Vivere e durare. Sopravvivere, come uomini dell’avvenire. Niente altro, niente di più, niente di meno.”

 “Il bilancio dell’afosa estate italiana del millenovecentoventicinque è, dunque, questo: Amendola è ferito; Giuseppe Donati, il giornalista cattolico accusatore di De Bono, è costretto all’espatrio; il 19 settembre il Partito socialista italiano decide di tornare in Parlamento. L’Aventino è finito.” 

 “Ora Benito Mussolini è scolpito nel bronzo, in posa da tiranno. Serra le mascelle, aggrotta le sopracciglia, divarica le narici come un cane da punta, mostra il mento, sporge le labbra quasi a voler baciare il mondo e le inarca in una lieve ma inflessibile smorfia di disgusto. Il ritratto di un uomo dentro la Storia e contro di essa.”

 “La comunità dei fascisti non è più un cerchio di liberi guerrieri – una spada, un voto – che nomina per acclamazione il proprio Capo ma un reggimento di soldati obbedienti. Una rivoluzione, un Capo. La rivoluzione è finita.” 

 “Mussolini è stato chiaro con lui: non si tratta più soltanto di reprimere il dissenso. L’obiettivo è più ambizioso: bisogna rieducare un popolo, ortopedizzare una nazione. Qui si tratta di imporre nuove regole per il parco umano.” 

 “Non c’è piaggeria peggiore di quella rivolta al tribunale del futuro. Il futuro ci giudicherà, spietato, e senza la minima competenza.” 

 “L’ultimo discorso di Giovanni Giolitti in Parlamento, di cui è stato per mezzo secolo prima un protagonista e poi il dominatore quasi assoluto, si spegne insieme a esso, in tono sommesso, non con un applauso e nemmeno con un boato, ma con uno sbadiglio.” 

 “Essere il capo degli scontenti. Ecco la via. Se non puoi sedere al tavolo dei dominatori, dei satolli, dei signori del banchetto, vai nelle cucine e sobilla gli sguatteri, i camerieri cui gettano gli avanzi, aizza i servi. Quando, nel millenovecentodicianove, Benito Mussolini fonda i Fasci di combattimento, aveva intuito per primo che, nell’era delle masse, spalancata davanti a lui come il portale di un’antica magione in rovina, si sarebbe affermata una passione politica più potente della speranza: la paura; e, aggrappandosi a quella, si era issato al potere.” 

 “Ma con il nuovo secolo la speranza sarebbe stata soppiantata dalla paura. E con essa dalla delusione, lo sconforto, lo smarrimento, il senso di sconfitta, di esser stati traditi, di declassamento, fino all’astio, al rancore, alla rabbia vendicativa.” 

 “Uno s’immagina sempre che la fine debba giungere con uno schianto. Poi, quando arriva, scopri che gli uomini e i mondi muoiono in un lamento soffocato, qualcosa di molto simile a un frigno. La seduta della Camera dell’8 dicembre, ultima della XXVII legislatura e, dunque, ultima di un Parlamento democraticamente eletto, si è conclusa senza una zuffa, una protesta, nemmeno un piccolo ma tenace gesto simbolico. E’ scivolata via come ordinaria amministrazione.” 

 “Ora, come dirà l’arcivescovo di Praga in visita a Roma, e come dopo di lui ribadirà il papa davanti a studenti e professori dell’Università Cattolica, Benito Mussolini è l’uomo della provvidenza.” 

 “L’epopea finisce qui. La spedizione italiana, forte di tremila uomini tra fanti e artiglieri, e, soprattutto, dell’appoggio aereo di una ventina di bombardieri, conquista Cufra in mezza giornata. Il resto è massacro. Il saccheggio dura tre giorni interi.” 

 “Al popolo non resta che adorare. Adorare quel corpo, o straziarlo.” 

 “Non dimentichi, quando sarà buio, di accendere la lampada sulla mia scrivania e di lasciarla accesa tutta la notte. Alla gente non importa davvero quel che decido per loro, gli basta sapere che esisto.”

giovedì 15 gennaio 2026

La decomposizione dell’angelo – Yukio Mishima

“La nebbia, al largo, avvolgeva di mistero le navi lontane. Nondimeno la luce all’orizzonte era più intensa del giorno prima, e si distinguevano le coste della penisola di Izu. Il mare di maggio era quieto. Il sole splendeva abbagliante, e nel cielo azzurro si scorgeva solo qualche leggera striatura di nuvole.” 

 “Il sommuoversi del mare, giorno dopo giorno, iterazione quotidiana del mare di latte della leggenda indiana. Forse il mondo non vuole che esso riposi. Forse nell’immobilità c’è qualcosa che evoca tutto il male della natura.” 

 “Il mare, un mare senza nome, il Mediterraneo, il Mar del Giappone, la baia di Suruga, lì davanti ai suoi occhi; un’anarchia anonima, ricca e assoluta, catturata dopo grandi lotte e denominata mare, e che in fin dei conti rifiuta quel nome.” 

 “Siamo troppo abituati all’assurdità dell’esistenza.” 

 “Gli avanzi della vita terrena erano rotolati sin qui, e per la prima volta si trovavano faccia a faccia con l’infinito. Il mare, infinito mai incontrato prima. i rifiuti, simili all’uomo, incapaci di andare incontro alla propria fine se non nella maniera più brutale e laida.” 

 “Il monte Fuji si innalzava al di sopra delle colline. Solo la cima era visibile, come se un grande masso, bianco e affilato, fosse stato scagliato nella massa incerta delle nuvole.”

 “Ma egli conosceva la gioia dell’osservare. Gliel’aveva rivelata la natura. Nessun occhio può essere più chiaro e luminoso di quello che ha nulla da creare, nulla da fare se non osservare.” 

 “Se vedere è l’incontro tra un occhio e un’esistenza, cioè tra un’esistenza e un’altra esistenza, allora è come se si incontrassero gli specchi di due esistenze.”

 “Osservare era per lui il sistema più efficace per liberarsi del proprio ego. Solo gli occhi gli garantivano l’oblio, salvo per l’immagine riflessa allo specchio.” 

 “Toru non sapeva nulla dei duri calli causati dalle ingiurie della povertà, simili a blocchi d’ambra, linfa indurita che trapassa la corteccia ferita. La sua corteccia era sempre stata molto dura. Una spessa, dura corteccia di disprezzo.” 

 “E’ il destino di chi è bella. Accettare tutte le bruttezze del mondo, nascondere le ferite, e morire senza svelare il proprio segreto a nessuno.” 

 “Per la loro età il freddo era notevole, ma apprezzarono molto il paesaggio quieto e decadente della Venezia invernale. Non vi erano turisti, i gondolieri fermi e intirizziti non facevano affari, e i ponti apparivano l’uno dopo l’altro come ceneri di sogni in rovina. A Venezia il senso della fine raggiungeva l’apice della bellezza, l’incanto delle sue forme era roso fino allo scheletro dal mare e dalle fabbriche.” 

 “Tutto ciò che doveva fare era solo morire. provò un certo orgoglio nel pensare che un vecchio, presto dimenticato, possedesse ancora, con la propria morte, una potentissima arma distruttiva. Non aveva nessuna paura dei cinque segni della decomposizione.” 

 “Aveva timore di rovinare il suo buon umore mostrandole l’assoluta volgarità a cui era stato ridotto quel meraviglioso scenario naturale del Giappone. Era un piovoso giorno feriale, ma il gigantesco parcheggio straripava di automobili, e il cellophane opaco dei negozi di souvenir rifletteva il cielo cinereo.”

 “Honda e Keiko sapevano che l’età e la ricchezza dissipano ogni riserbo o timidezza.”

 “Honda penetrò nel cuore del ragazzo e prese a sognare del mare. Indolenti arrivi, indolenti ormeggi, indolenti scarichi; quali infiniti compromessi richiede questo estatico accoppiamento fra la terra e il mare. Si uniscono in mutuo tradimento; la nave, mentre entra o esce dal porto, agita seduttiva la cosa, ma poi si ritira con ritrosia nel sibilo di un lamento minaccioso. Un meccanismo nudo e incerto.”

 “Quali delicati mutamenti avvenivano sul bianco monolite del mare quando veniva a frangersi sulla spiaggia. La confusione della miriade di piccole onde e le minute particelle di schiuma si trasformavano, disperate, in un’infinità di rivoli vomitati sul mare da mille bachi da seta. Male sottile, che impone la sua forza bruta, pur recando in sé quel delicato candore.” 

 “Le onde frangendosi diventavano la visione manifesta della morte. Tali gli sembravano. Bocche aperte nell’istante della morte.”

 “Per me non c’è mai stato un momento che si possa definire l’apogeo della giovinezza, e quindi nessun momento da fermare. Bisognerebbe terminare la propria esistenza in quell’esatto momento. Io non l’ho saputo riconoscere. E, stranamente, non provo rimpianti.” 

 “Il disinteresse ha una grande importanza. E’ l’unico mezzo per sconfiggere la stupidità del mondo. 
 
"perché gli scandali rappresentano il contenitore più semplice ed efficace per incapsulare il prossimo.” 

 “La vecchiaia è di per sé una malattia della carne e dello spirito, e il fatto che sia incurabile significa che l’esistenza stessa è una malattia incurabile. E’ una malattia slegata dalle teorie esistenzialistiche, perché la carne stessa rappresenta un’affezione, una morte latente.” 


sabato 10 gennaio 2026

Lettera al padre – Franz Kafka

"Caro papà, recentemente ti è capitato di chiedermi perché affermo che avrei paura di te. Come al solito non ho saputo risponderti, in parte appunto per la paura che mi incuti, in parte perché motivare questa paura richiederebbe troppi particolari, più di quanti riuscirei a riunire in qualche modo in un discorso.” 

 “…io mi sono sempre rifugiato nella mia stanza, tra i libri…” 

 “Invece proprio come padre sei stato troppo forte per me…” 

 “Tu hai influito su di me come dovevi influire, solo dovresti smettere di considerare come una particolare cattiveria da parte mia il fatto che, sottoposto a questa influenza, io abbia finito per soccombere.” 

“Avrei avuto bisogno di qualche incoraggiamento, di un pò di gentilezza che mi facilitasse il cammino, mentre tu me lo sbarravi con l’intenzione, sia pure in buona fede, di farmene imboccare un altro.” 

 “…era sufficiente a schiacciarmi la tua sola immagine fisica.” 

 “Eri giunto così in alto con le tue sole forze che di conseguenza nutrivi un’illimitata fiducia nelle tue opinioni.…essendo il dialogo quasi inesistente tra noi…”

 “…tutti i miei pensieri sottostavano alla tua pesante oppressione…” 

 “Tutte le idee apparentemente sottratte alla tua dipendenza erano fin da principio gravate dal tuo giudizio negativo; e reggere questa situazione fino a manifestare un pensiero in maniera completa e compiuta era quasi impossibile.” 

 “Bastava essere felici per una cosa qualunque, esserne presi, tornare a casa, raccontarla, e la risposta era un sospiro ironico, un crollare la testa, un tambureggiare con le dita sul tavolo…”

 “…e di fronte a ogni piccolezza tu, con il tuo esempio e la tua educazione, così come ho cercato di descriverli, mi convincevi della mia incapacità…”  

“…inoltre le delusioni patite dal bambino non erano delusioni qualsiasi, ma colpivano in profondità giacché provenivano da te, l’autorità suprema.” 

 “Poiché quando ero piccolo di vedevamo soprattutto a tavola, il tuo insegnamento era in gran parte rivolto alla condotta da tenere durante i pasti.” 

 “…tu, l’uomo che ai miei occhi rappresentava la massima autorità, non ti attenevi alle ingiunzioni che mi avevi imposto. Di conseguenza il mondo si divideva per me in tre parti, e nella prima io, lo schiavo, vivevo sottoposto a leggi concepite solo per me e alle quali, senza saperne il motivo, non riuscivo del tutto ad adeguarmi, poi c’era un secondo mondo infinitamente lontano dal mio in cui vivevi tu, occupato a dirigerlo, a impartire gli ordini e ad arrabbiarti se non venivano eseguiti, e infine un terzo, dove il resto dell’umanità viveva felice e libera da ordini e da obbedienze.” 

“L’impossibilità di avere con te un dialogo pacato portò ad un’altra conseguenza, molto ovvia: disimparai a parlare.” 

 “Io persi la fiducia nelle mie capacità. Diventai incostante, dubbioso.” 

“…cominciai ben presto a osservare e a rilevare in te alcuni lati ridicoli…Il risultato fu un ulteriore esasperarsi del senso di colpa.” 

“…non mi rimasero che fuga, amarezza, afflizione e lotta interiore.” “…persi il senso della famiglia…”   “…non ero sicuro di nulla…” 

 “…si trattava insomma di scegliere un lavoro che, senza ferire troppo la mia vanità, mi permettesse di conservare il più possibile questa indifferenza. E la scelta più ovvia fu giurisprudenza.” 

 “…qui si ammassavano rabbiosamente tutte le forze negative che ho descritto come conseguenze della tua educazione, e cioè la debolezza, la mancanza di fiducia in me stesso, il senso di colpa…” 

 “Sposarsi, fondare una famiglia, accettare tutti i figli che possano giungere, provvedere a loro in questo mondo così poco sicuro, dar loro anche qualche direttiva, questo è il traguardo più alto, ne sono convinto, cui può arrivare un uomo. Il fatto che apparentemente molti lo raggiungano con facilità non è una controprova, anzitutto perché in realtà non sono poi in molti a riuscirvi, in secondo luogo questi non-molti non agiscono, lasciano semplicemente che ciò accada; insomma non è certo la meta ultima, pur essendo qualcosa di grande e di assai degno…” 

 “…non è poi necessario volare fino al sole, in fondo basta strisciare sulla terra fino a un posticino pulito dove a volte il sole appaia e ci si possa scaldare un poco.”

lunedì 5 gennaio 2026

Processo alla Sicilia – Giuseppe Fava “La Sicilia, un continente dentro una nazione.”

“In realtà Messina è un enorme organismo che riceve, consuma, distrugge, ma non produce.” 

 “C’è una cosa che potrebbe salvare questa dolce, magnifica città la cui fortuna o la cui decadenza condizioneranno tutta la struttura dell’oriente siciliano: ed è il ponte sullo Stretto. Ma già la parola suona favolosa come fossimo nel quattordicesimo secolo e stessimo parlando della via delle Indie. Ma stavolta la colpa non è dei messinesi.”

 “Messina è la più stipendiata città dell’isola. Vive quasi esclusivamente degli stipendi che ogni ventisette vengono pagati a funzionari ed impiegati. Il fulcro della sua economia è questo. Sostanzialmente è una città che viene pagata per sopravvivere.” 

 “Passarono i barbari ed i paesini rimasero in cima alle montagne e divennero baronie. Non fu una grande evoluzione civile.” 

 “Angelo Musco, in una commedia famosa, ad un certo momento disse a soggetto all’antagonista: Da dove vieni? Dai Mongiuffi?” Millecinquecento abitanti, metà sulla cima di una montagna che si chiama Mongiuffi, e metà sull’altra cima che si chiama Melia.” 

 “Non c’è un ladro, un delinquente. Negli ultimi vent’anni c’è stato solo un furto di galline. Si scoprì che erano stati tre catanesi.” 

 “Via: verso il fondo della valle, verso la costa, verso le belle automobili, i televisori, le donne sofisticate, i motoscafi, le ville, le cose che la gente furiosamente si contende e si ammazza di lavoro per conquistare. E anche se improbabilmente riesce a conquistarsele, non riesce poi ad aver mai il tempo di godersele.” 

 “Ragusa è una città assurda, che si arrampica dal fondo di una valle fino alla cima della montagna, tutta là, sul costone della montagna. Su ogni gobba, collina, o vetta del pendio c’è una chiesa, taluna di foggia bizantina, minuscola, disadorna, screpolata, tal’altra enorme, con tutto il barocco che gli architetti del Seicento sapevano immaginare: pinnacoli, guglie, cupole, finestre, rosoni. E tutte bianche.” 

 “L’industria è una macchina arida, puntuale, infinitamente più egoista di qualsiasi essere umano; l’industria non piange, non ride, non ha pietà, non ha amici. Produce e basta. Qua a Gela le servivano, poiché la legge regionale glielo imponeva, solo tremila individui, che sapessero leggere e scrivere, fare di conto e manovrare leve e congegni. Se li è presi.”

 “Le gallerie della miniera Tumminello però si schiacciarono, il soffitto delle gallerie combaciò di colpo con il pavimento e tutti gli uomini che stavano a mille metri sottoterra scomparvero. Non dovettero nemmeno soffrire: un tonfo, e la luce del pozzo che porta sù, sulla faccia della terra, si spegne di colpo come una candela.” 

 “La verità è che le miniere di ferro, di carbone, di zolfo, ci sono nel mondo, e bisogna che ci siano anche esseri umani che si calino dentro. Indiscutibilmente essi sono però coloro che non hanno avuto alternativa. i vinti.” 

 “Così cominciate a pensare di viaggiare dentro una specie di continente nel quale sono radunati, ma caoticamente tutti i panorami del mondo, il mare, i boschi, le spiagge, i deserti, le pianure, le montagne, fiumi, cimiteri, paesi. E tutte le razze, biondi, beduini, giganti, pigmei, bruni, mansueti per vocazione e delinquenti per istinto, gente che sperpera per divertimento o che accumula per avarizia, rassegnati e ribelli. Fate venti chilometri e cambia di colpo anche il panorama umano.” 

 “Se non fossero emigrati, un giorno o l’altro la gente qui avrebbe cominciato a scannarsi, poiché l’essere umano sopporta le mosche che gli si posano sugli occhi, gli escrementi dentro il bugliolo, persino le malattie e la morte, ma la fame no!” 

 “Lo sfacelo del pubblico denaro è più ignobile della speculazione privata.” 

 “Questa è la sensazione che ti dà Agrigento: un fondale di palazzi di cartapesta dietro il quale ti pare di udire un brulichio di voci, un andirivieni di personaggi oscuri e comparse. Tu sfondi quel fondale, e cadi nel vuoto, nel buio. Non c’è nessuno.” 

 “Ma il cuore della provincia è a Marsala, in quei cinquanta stabilimenti che fabbricano vino per tutto il mondo, in questa città piena di pietra gialla, di palazzi bassi e decorosi, di strade minuscole come certe calli veneziane, dentro le quali circolano quasi la metà delle quarantottomila automobili immatricolate in tutta la provincia. La residenza dei califfi.” 

 “La causa umana fondamentale della mafia è la miseria senza vie d’uscite, cioè la miseria che riunisce l’ignoranza, la malattia, la superstizione, la sporcizia, la violenza.” 

 “Palermo è bellissima, in modo quasi tracotante. Non esiste forse in tutto il Sud dell’Italia una città che sia così bella, ma bella in un modo particolare, in modo sprezzante, con uno sperpero continuo e oltraggioso di se stessa; palazzi di sovrani dove le ricchezze e le arti si sono concentrate per secoli, e subito accanto i quartieri osceni, lugubri, pavimentati di sterco, le case dove invece si sono concentrati gli elementi della miseria, i letti l’uno accanto all’altro nella stessa stanza, i pidocchi, il buio, la malattia.”

 “E più cresceva il numero dei borghesi, più alti diventavano i loro stipendi, più vasto diventava il bisogno di nuovi palazzi, più feroce la lotta per accaparrarsene gli utili degli appalti, più imponente appariva la città.” 

 “In un processo alla Sicilia, più che dalle campagne ormai spopolate, dai porti dove le navi non riescono più ad entrare, dalle opere pubbliche rimaste a metà, dalle autostrade che non riusciamo a costruire, dall’acqua che manca, bisogna partire proprio da qui, da questo alto e nobile palazzo (dei Normanni) e dalle cose che vi accadono. Tutti gli errori drammatici che da venti anni ci cacciano indietro, paralizzano le opere civili, spopolano la terra, sperperano il denaro di tutti, cominciano qui. Qui è lo sbaglio fondamentale di cui onestamente di dobbiamo rendere conto.” 

 “In un processo alla Sicilia Siracusa è uno dei tre o quattro testimoni più importanti: come Palma di Montechiaro che mostra il limite della nostra vergogna, come Palermo che rivela la causa degli errori, come Gela che ne racconta le illusioni, Siracusa offre le prove schiaccianti di quello che si potrebbe fare, di quello che non è stato fatto, e di quello che deve essere fatto.” 

 “Questo è tuttora il loro difetto collettivo: questo segreto, inconfessato complesso di inferiorità dinnanzi alla prepotenza melliflua dei palermitani od alla grinta caotica dei catanesi.” 

 “Il cavaliere Moratti comperò la sua raffineria il 29 dicembre del 1948 a Longliew, nel Texas, la smontò ed imballò in centinaia di grandi casse, la imbarcò sul vecchio Liberty Angelo Fassio e cominciò a navigare verso Augusta.” 

 “Occorre qui ripetere che l’industria privata va dove le conviene, dove trova le condizioni più favorevoli, dove può più facilmente sfuggire all’assedio fiscale, pagare dei salari più bassi, trovare più clienti, vendere al prezzo più alto.” 

 “In fondo al dramma del Sud c’è questa nostra solitudine umana. ognuno di noi è debole perché è solo; ed è solo poiché rifiuta di avere fiducia o speranza negli altri, poiché è orgogliosamente convinto di poterne fare a meno.” 

 “La gente si conosce a vicenda, il rispetto umano è un obbligo sociale; un avvocato che cammini per la via di una città riceverà cinque o sei frettolosi saluti di conoscenti, nella via di un paese godrà di cento dovuti omaggi e si sentirà un grand’uomo. Tutto questo accade forse ad Acireale, anche se non è esattamente così.” 

 “Non c’è in tutto il Sud un Carnevale più fastoso di quello acese, ma nello stesso tempo più educato, più riguardoso, osservante di tutte le buone regole morali del divertimento; a mezzanotte precisa si brucia in piazza il Re Burlone, si spengono tutte le luci ed è subito Quaresima. I soli che bivaccano ancora nelle strade, che fiutano le donne degli altri, che schiamazzano, fischiano, tirano bombette e aspettano l’alba, sono i catanesi. Ecco. Tutto quello che Acireale è o rappresenta, è condizionato dalla vicinanza con Catania.” 

 “Catania è una citta animata da una forza quasi animalesca di espansione: strozzata, chiusa, ostacolata da ogni parte. Preme confusamente a spallate in tutte le direzioni, ha già raggiunto tutti i paesini del versante etneo da Misterbianco a S. Giovanni La Punta, ad Acicastello, seminandoli confusamente di palazzi, e preme ora proprio verso Acireale.” 

 “Questa è la prospettiva che i catanesi hanno confusamente di Acireale: un sobborgo, una strana periferia con troppe chiese, ottimi gelati, uno stupendo panorama, molte aree edificabili.” 

 “Il cittadino acese, anche se non lo confesserà mai, subisce una sorta di complesso di inferiorità verso il vicino di casa così arrogante, verso il catanese violento, manesco, danaroso, che spende un milione con la facilità di una carta da mille, e spende mille lire con la condiscendente maestà di uno che ne spendesse centomila, il catanese che pretende di comandare la politica o si illude di farlo, che decide il destino della provincia, che arriva dovunque con la benevolenza un po’ collerica del padrone.” 

 “Per mascherare il suo complesso, la piccola Acireale non accetta il confronto con la grande Catania: dice di essere migliore!” 

 “La frontiera. La si oltrepassa per un’illusione, per sentirsi su un altro luogo della terra dove la misura delle cose umane sia completamente diversa. Per il piacere di un breve inganno.” 

 “Ogni cosa qui accade lentamente o sta immobile con dolcezza. Se sentite una risata o qualcuno che parla a voce alta, egli è catanese. I Catanesi hanno sempre l’aria un po’ tracotante dei padroni, posseggono gli alberghi più eleganti di Taormina, controllano gli altri, le drogherie che fanno i migliori affari, le pompe di benzina, i cantieri edilizi, fanno più rumore e spendono di più.” 

 “Si mangiarono i soldi! – Parlando di coloro che lo governano, il catanese dice subito così, e questo già lo definisce come tipo d’uomo, poiché la cosa che il catanese stima più di ogni altra è il denaro.” 

 “La prima differenza tra il Palermitano e il Catanese, che rappresentano due maniere diverse di essere siciliani, è questa! Il palermitano vuole conquistare la potenza affinché gli serva poi per ottenere tutto il denaro di cui ha bisogno; ma già la potenza stesso lo appaga. Il catanese invece vuole guadagnare quando più denaro possibile, poiché è poi sicuro di potersi pagare tutto quello che gli piace. Ed alla fine, a buon prezzo, anche la potenza. Infatti Catania è la citta più potente della Sicilia.” 

 “Una cosa si deve dire dunque anzitutto del catanese come essere umano: egli è una fabbrica di soldi, li produce in ogni maniera, commercia, vende, acquista, rivende, tratta, costruisce, rimedia.” 

 “Quando non è stato possibile farli in altra maniera, il catanese i soldi li ha fabbricati falsi. A Catania nel dopoguerra ci sono state zecche clandestine che hanno fatto tremare la Banca d’Italia.” 

 “È infatti la città più privilegiata del Sud. Ha tutto quello che una città può desiderare. Da una parte la montagna più alta e più bella dell’isola che le dà maestà e la ripara dai venti dei Nord. Dall’altra un’immensa pianura grassa e fertilissima, in mezzo alla quale scorre il fiume più grande della Sicilia, con tutta l’acqua che si vuole per irrigare la terra. Catania ha il porto, l’aeroporto, i boschi sulla montagna, gli aranceti, una favolosa riviera vulcanica senza eguali nel mondo per fama mitologica e meraviglie della natura, una spiaggia sterminata che è la più morbida del Mediterraneo.” 

 “In realtà non esiste popolazione, come quella catanese, che sia più disposta a riconoscere i propri difetti ed altrettanto disposta tuttavia a non fare niente per correggerli.” 

 “Il catanese invece è spavaldo, chiacchierone, strafottente, ed egli stesso continuamente infedele; perciò ama Catania, con il divertito rancore che si ha per una donna la quale tradisce i giuramenti ma lo fa per necessità e mestiere; e la sera infine torna sempre a casa, devota soltanto a lui, e gli fa la conta dei quattrini.” 

 “I catanesi rispettano solo i vincitori.” 

 “Un catanese non resterebbe mai un quarto d’ora così, a guardare il tramonto, e giustamente infatti, dalle sue parti, il sole tramonta in fondo alle sciare, in una specie di nebbia, un polverone di macchine.” 

 “Perciò il catanese rispetta solo i vincitori. È una maniera di vivere che costituisce la coscienza della città. Appena la loro squadra di calcio cede all’avversario, i catanesi la circondano di un astioso silenzio, poi cominciano le grida isolate di scherno, le beffe. Infine abbandonano i vinti. Non infieriscono, semplicemente se ne vanno per non essere rattristati dallo spettacolo della sconfitta.” 

 “In realtà il catanese mentre fa una cosa già intende farne un’altra più vasta, in modo da arrivare prima degli altri.” 

 “Ecco perché i siciliani sono spesso dei vinti. Essi affrontano la vita da soli e la vita li schiaccia.”