venerdì 3 aprile 2026

Il padre infedele – Antonio Scurati

“Ieri mattina, all’improvviso, mia moglie è scoppiata a piangere in cucina. Erano le dieci in punto.” 

 “Ancora qualche attimo di pianto sincopato e poi, stremata, ha detto: Forse non mi piacciono gli uomini.” 

 “Allora mi sono alzato e l’ho accarezzata. Le ho accarezzato il volto come fanno le madri, non il capo come fanno i padri.”

 “Il suo assistente, indietro di un passo, seguiva la scena di sottecchi. Era ancora giovane ma già curvo, pavido, viscido, intrigante, ligio al dovere e a un’orgogliosa, perentoria mediocrità. Nel giro di pochi anni sarebbe diventato preside della facoltà.” 

 “Insomma, a ben guardare, preferendo la gastronomia alla filosofia, io mi ero limitato a nuotare nella corrente di fine millennio.” 

 “Dopo un secolo di banalità del male, la promessa di felicità dischiusa dal nuovo millennio non poteva che essere altrettanto banale.” 

 “Rimetti quella parolina equivoca in cima alla lista della spesa. Felicità. In suo nome ridiventi umile, docile, bonario. Vai al supermercato. Lì troverai tutte le cose degne della tua ricerca non per la loro intrinseca capacità di donarti la contentezza, ma perché milioni di altri uomini, non peggiori né migliori di te, le hanno desiderate per la propria gioia e continuano a farlo, non diversamente da come milioni, miliardi di maschi prima di te si sono accoppiati stabilmente con femmine prese in moglie, con loro hanno generato dei figli e al loro fianco sono invecchiati vedendoli crescere e andarsene. Va così di questi tempi: è l’ideologia del supermercato a creare nella mente maschile la psicologia del marito.” 

 “Il demone buono della grande distribuzione adesso è con te, ti guiderà in tutti gli anni a venire nei reparti dei detersivi, dei cibi in scatola e di quelli surgelati mentre terrai per mano i tuoi figli bambini.” 

 “Tu ora non sei più un ragazzo, sei un uomo. E l’uomo, d’ora in avanti, sarà l’animale che potrebbe essere felice. Sarà l’animale in predicato di beatitudine. L’uomo, l’animale in odore di felicità.” 

 “Bisogna per forza passare attraverso il tedio di sé, se si vogliono raggiungere certi risultati.” 

 “Ero irrequieto, polemico, insoddisfatto, appassionato e litigioso. In breve, ero me stesso.” 

 “Ripensandoci ora, mi sembra al tempo stesso banale e impossibile che io sia sopravvissuto. Alla disintegrazione psichica, intendo. Soprattutto, mi pare quasi inverosimile che il ragazzo di allora sia vissuto sufficientemente a lungo da divenire l’uomo di adesso.” 

 “…quel ragazzo che si autocommiserava tenacemente era quanto di più distante si possa immaginare dalla virtù di un padre: la ferma e soccorrevole compassione per qualcuno che non sia noi stessi. Sì, ora so che tutta quella madornale, giovanile tempesta emotiva non sarebbe mai bastata a fare di un piccolo dramma psicologico il gran teatro del mondo su cui, ogni sera, va in scena la vita.” 

 “Non riesco a immaginare niente di più stressante di una vita spesa a combattere lo stress.” 

 “Non avere paura, le dirò, andrà come deve andare. Se ci sarà da soffrire soffriremo; se ci sarà da piangere, ebbene, piangeremo. E poi, in un modo o nell’altro, ne verremo a capo. Questo te lo prometto. Ci puoi contare. Tu dormi, qualunque cosa tu sia, dormi.” 

 “Per un maschio, finché il bambino non esce non esiste. Il padre nasce con lui. Se nasce.” 

 “Nonostante tutti i nostri sforzi, le nostre vane speranze, la tua primissima esperienza umana è stata, però, quella della mancanza. Il tuo primissimo respiro un istante di asfissia. La tua prima parola il pianto. Sei venuta al mondo lottando. Sappilo e non dimenticarlo.” 

 “Ed è per questo motivo che io ti amerò sempre e sempre sarò al tuo fianco. Io sono tuo padre e soccorrerò il tuo pianto. Salve, bambina. Salute a te, creatura venuta a questa sponda di sabbia e sassi dagli oceani prosciugati. Che tu sia la benvenuta a questo mondo.” 

 “Io credo nel dono delle cose deperibili, nella forza benigna irradiata dalle gioie caduche; credo anzi che le cose di cui potremmo essere privati – e di cui perciò saremo immancabilmente privati – sono nella nostra vita le uniche cose di valore. la mia è una fede nella privazione.” 

 “E allora io lo sopirò, quel dolore, lo blandirò come una divinità irata. Magari provvisoriamente, magari farò peggio, magari sarò blasfemo, non cauterio, ma afferrerò con i denti i lembi della ferita e la ricucirò con le labbra insanguinate. Io credo nella cura, non nella guarigione. Io sono un fallito.” 

 “Insomma, nonostante tutto Giulia era ancora una femmina e aveva gli occhi dolci gonfi di pianto e di sonno. Mentre io, ancora un maschio, avevo lo sguardo losco. Eravamo lì, ma avevamo creduto alle favole sbagliate. Per questo motivo era arrivata la stagione delle piogge.”

 “Si, il nostro errore, fin dal principio, era stato decisamente quello di voler essere felici. Al contrario, le generazioni che ci avevano preceduto non avevano mai sottoposto il matrimonio a quel genere d’ipoteca. la felicità a ogni costo ci aveva rovinati.” 

 “Il punto cruciale è invece un altro: perché ogni volta che ho desiderato un’altra donna o un’altra vita ho sentito di tradire non mia moglie ma mia figlia? Perché ogni congettura d’infedeltà ha investito sempre il padre e mail il marito?” 

 “C’è qualcosa di storto in un uomo quando l’intero esercito delle sue debolezze viene passato in rassegna dagli occhi ignari di una bambina.” 

 “I figli crescono, crescono in fretta. Anche questo si sa. Ce lo ripete sospirando ogni sera la fornaia, mentre imbusta i soliti due sfilatini di farina integrale. Ciò che invece si tende a dimenticare è che, mentre loro crescono, noi moriamo.” 

 “E, credetemi sulla parola se non vi è mai capitato, una figlia femmina che somigli fortemente a suo padre è un dono meraviglioso del fato. Ancor di più della donna amata, è l’immagine pura della morte. Un’autentica benedizione.” 

 “E’ questa una delle verità più amare riguardo alle relazioni umane: se le persone le lasci andare, loro se ne vanno.” 

 “Forse non ce l’avremmo fatta, ma ci volevamo bene.” 

 “Lo sfruttamento della prima infanzia a scopi commerciali era indubbiamente l’ultimo grido della moda.” 

 “A me appariva chiaro e spaventoso il fatto che stessero trasformando il corpo imberbe del bambino, nudo per sua vocazione, in un corpo di lusso.” 

 “Il dato ci è tolto, l’ambiente agiato e protetto in cui ci avete cresciuti si è infranto, il primato del nostro deindustrializzazione, disoccupazione. Siamo cresciuti con la promessa di un’espansione infinita, invece viviamo in universi in contrazione. Lo puoi capire questo, papà.” 

 “Non ti amareggiare, Glauco, non serve a niente. Vi hanno gettato un osso già spolpato. Fai del tuo meglio, poi accada quel che deve accadere.” 

 “Un uomo torna sempre a casa da sua moglie. Ricordatelo, Glauco. Ora mio padre si è alzato. Si avvia verso l’uscita, deciso a riprendersi la manina di Anita. La conversazione è finita. Era questo, non altro, che il vecchio aveva da dire.” 

 “Sono padre, non posso perdere la fede, e perciò mi prostro di nuovo, volentieri, ai piedi del futuro. Che cosa, dunque, ricorderà di me mia figlia?” 

 “Le lascerò il piccolo dramma di un uomo cui non riusciva, per quanto si sforzasse, di conciliare la fedeltà del padre con la fedeltà a sé stesso?”

domenica 29 marzo 2026

Niente di nuovo sul fronte occidentale – Erich Maria Remarque

“Questo libro non vuol essere né un atto d’accusa né una confessione. Esso non è che il tentativo di raffigurare una generazione la quale – anche se sfuggì alle granate – venne distrutta dalla guerra.” 

 “Per il soldato, lo stomaco e la digestione sono realtà a cui pensa più di quanto facciano altri esseri umani. Tre quarti del suo vocabolario sono tratti da lì, e la massima gioia come la disperazione più profonda vi trovano la loro espressione più precisa.” 

 “Il sordo brontolio del fronte ci arriva come un temporale lontanissimo. Il volo dei calabroni basta a coprirlo. E intorno a noi il prato fiorito. I fili d’erba si piegano all’aria mite e calda della tarda estate; leggiamo lettere e giornali e fumiamo beatamente; ci togliamo i berretti e li appoggiamo accanto a noi; il vento gioca con i nostri capelli come con la nostra parola e con i nostri pensieri.” 

 “Facile sarebbe stato davvero che oggi non sedessimo in queste cassettine: l’abbiamo scampata per poco. E perciò ogni sensazione è nuova e forte: i rossi papaveri e il buon cibo, le sigarette e la brezza d’estate.” 

 “…a quell’epoca persino i genitori avevano la parola vigliacco a portata di mano. La gente non aveva la più lontana idea di ciò che stava per accadere.” 

 “Sotto la pelle la vita non pulsa più, respinta fino ai margini del corpo; la morte si fa strada dall’interno, e domina già gli occhi. Eccolo là, il nostro compagno Kemmerich, che fino a poco fa cucinava con noi carne di cavallo e gironzolava per le trincee; è ancora lui, eppure non è già più lui, la sua figura si è sfumata, è diventata incerta come una lastra su cui si siano impresse due fotografie. Persino la sua voce suona spenta come cenere.” 

 “Gioventù di ferro. Gioventù! Nessuno di noi ha più di vent’anni. Ma giovani? La nostra gioventù se n’è andata da un pezzo. Noi siamo gente vecchia.” 

 “Da quando siamo qui, la nostra vita di prima è tagliata fuori, senza alcuna colpa da parte nostra. Talvolta cerchiamo di farci un’idea generale, di darci una spiegazione, ma senza riuscirci.” 

 “Ci eravamo arruolati pieni di entusiasmo e di buona volontà: non mancò alcuno sforzo per spegnere in noi l’uno e l’altra.” 

 “Noi eseguivamo esattamente perché il comando è comando e deve essere eseguito.” 

 “Divenimmo duri, diffidenti, spietati, vendicativi, rozzi; e fu un bene: erano proprio quelle le qualità che ci mancavano.” 

 “Ma importante fu che tra noi venne in tal modo sviluppandosi un forte sentimento di solidarietà, il quale poi al fronte si innalzò a quanto di meglio abbia prodotto la guerra: il cameratismo.” 

 “Mi guardo gli scarponi, grandi e goffi, in cui sono stati infilati malamente i pantaloni: in quei tubi si ha l’aspetto forte e robusto, ma quando al bagno ci spogliamo riveliamo a un tratto la gracilità delle gambe e delle spalle. Allora non siamo più soldati, ma quasi ancora bambini; nessuno ci crederebbe capaci di portare lo zaino. E’ un curioso momento, quando siamo nudi; ritorniamo borghesi e per un istante quasi ci crediamo.” 

 “La terra è percorsa da fluidi che attraverso le piante dei piedi si trasfondono in me. La notte è carica di elettricità, il brontolio del fronte sembra una lontana musica di tamburi. Le mie membra si muovono snodate, sento i tendini agili nel moto, respiro, soffio, mi scuoto. La notte vive, io vivo. Ho appetito, una fame tremenda che non viene dallo stomaco.” 

 “E allora, vedete, il potere dà alla testa; tanto più dà alla testa, quanto meno uno contava da borghese.” 

“I nostri volti non sono più pallidi o più accesi del solito, né i tratti sono più tesi o più rilassati; eppure è un’altra cosa. Nel nostro sangue si è formato una specie di contatto elettrico, come allo scatto di una molla. Non sono modi di dire, è un fatto: è il fronte, è la coscienza del fronte che sviluppa questo contatto. Al fischio delle prime granate, al primo strappo dell’aria solcata dalle detonazioni, subito nelle nostre vene, nelle mani, negli occhi è come un’attesa sommessa, un origliare, un essere più svegli, una singolare duttilità dei sensi: all’improvviso tutta la persona si trova in piena efficienza.” 

 “Per me il fronte è un orribile gorgo. Mentre si è ancora lontani, là dove le acque sono ancora tranquille, già si sente che assorbe, che attira, con una forza lenta, invincibile, che distrugge senza fatica ogni tua resistenza.” 

 “A nessuno la terra è amica quanto al soldato. Quando vi si aggrappa, lungamente, violentemente; quando con il volto e con il corpo si lascia avvolgere dalla terra nell’angoscia mortale del fuoco, allora essa è il suo unico amico, suo fratello, sua madre; nel silenzio della terra egli soffoca il suo terrore e le sue grida, essa lo accoglie nel suo rifugio, poi lo lascia andare, perché viva e corra per altri dieci secondi, e poi lo abbraccia di nuovo, e spesso per sempre. Terra, terra, terra. Terra, con le tue pieghe, con le tue buche, con i tuoi avvallamenti in cui ci si può gettare, sprofondare. Terra, nello spasimo dell’orrore, tra gli spettri dell’annientamento, nell’urlo mortale delle esplosioni, tu ci hai dato l’immenso contraltare della vita riconquistata! La corrente della vita, quasi distrutta, è rifluita da te attraverso le nostre mani, così che noi salvati in te ci siamo sepolti, e nella muta ansia del momento superato ti abbiamo morso con le nostre labbra!” 

 “Se ci si fosse lasciati guidare dal ragionamento, a quest’ora saremmo un mucchio di carne sparpagliato: è stato l’altro che, oscuramente vigile in noi, ci ha buttati a terra e salvati senza che noi capiamo come. Se questo altro non fosse, da un pezzo, tra le Fiandre e i Vosgi, non vi sarebbero più creature viventi. Noi partiamo soldati allegri o brontoloni; quando giungiamo nella zona del fuoco siamo diventati una razza belluina.” 

 “Accanto a noi è distesa una recluta spaurita con i capelli biondi come stoppa. Si stringe la faccia tra le mani, l’elmetto gli è scivolato via. Glielo ripesco e voglio cacciarglielo sulla testa. Il ragazzo mi guarda, respinge l’elmetto e si rannicchia come un bambino sotto il mio braccio, contro il mio petto. Le sue spalle tremano, esili come quelle del povero Kemmerich.” 

 “Non mi è mai accaduto di udire cavalli gridare, e quasi non ci posso credere; quella che geme laggiù è tutta la miseria del mondo, è la povera creatura martirizzata, un dolore selvaggio, atroce, che ci fa impallidire.” 

 “Ci sediamo e ci turiamo le orecchie. Ma quell’orribile lamento, quel gemere, quel pianto, penetra dovunque, e si ode sempre. Tutti abbiamo imparato a sopportare qualcosa: ma qui il sudore ci cola dalla fronte. Vorremmo alzarci e fuggire, non importa dove, solo per non udire più quelle grida. Eppure non sono uomini, ma soltanto cavalli.” 

 “Ha la bocca spalancata e urla, ma io non sento nulla: continua a scrollarmi, si avvicina; e in un momento di minor rumore, le sue parole mi raggiungo: Gas! Gas! Gas! Passa la voce!” 

 “Quei primi momenti con la maschera calata decidono della vita e della morte: sarà impenetrabile? Ho presenti le orribili immagini dell’ospedale: i soldati asfissiati che, soffocando giorno per giorno, vomitano pezzo per pezzo i polmoni bruciati.” 

“Aspetto qualche secondo, l’uomo non stramazza al suolo, si guarda intorno e fa qualche passo: vuol dire che il vento ha disperso il gas, che l’aria è libera. Allora rantolando strappo anch’io la maschera e cado lungo disteso; l’aria fluisce in me come una corrente di acqua gelata, gli occhi mi vogliono schizzare fuori dalle orbite, l’onda mi sommerge e per un momento perdo conoscenza.” 

 “Kat si guarda intorno e mormora: Non sarebbe il caso di prendere una pistola e farlo smettere di soffrire? Ci sono poche probabilità che il ragazzo possa sopportare il trasporto e in ogni caso non sopravvivrà che pochi giorni. Ma tutto quello che ha sofferto fin qui è nulla rispetto al tempo che gli rimane da passare prima di morire. Ora è intontito, non sente niente, ma fra un’ora sarà un groviglio gemente di insopportabili sofferenze. i giorni che può ancora vivere non saranno per lui che una delirante tortura. E a chi giova che questi giorni li viva o no?” 

 “Monotoni traballano gli autocarri, monotone si alternano le grida, monotona scende la pioggia. Scorre sulle nostre teste, e lì davanti sulle teste dei morti, e sul corpo della piccola recluta con la ferita troppo grande per il suo esile fianco; e scorre sulla tomba di Kemmerich, scorre sui nostri cuori.” 

 “E’ penoso uccidere un singolo pidocchio, quando se ne hanno addosso centinaia. Le bestiole sono piuttosto dure e alla lunga diventa noioso quel perpetuo schiacciarle con le unghie.” 

 “Di tutta questa roba non ricordiamo granché. Vero è che non ci è servita a nulla. A scuola invece nessuno ci ha insegnato come si accenda una sigaretta sotto la pioggia e il vento, come si faccia prendere fuoco a un fascio di legna bagnata; oppure anche che la baionetta a uno conviene cacciargliela nella pancia, perché lì non resta conficcata come tra le costole.” 

 “…vorrei, quando sento parlare di pace, che se fosse davvero così, vorrei fare qualcosa di straordinario, e il solo pensiero mi dà alla testa. Qualcosa, capisci, per cui valga la pena essere stati qui, tanto tempo nel fango. ma non riesco a immaginare niente. Quello che mi sembra possibile – professione, studi, stipendio, eccetera – mi dà nausea: tutta roba che c’era già prima, ne ho schifo. Non trovo nulla, Albert. E improvvisamente tutto ciò mi sembra così vuoto e desolante. E’ il destino comune della nostra generazione. Albert sintetizza il tutto: La guerra ci ha guastati per sempre. ha ragione: non siamo più giovani, non ci interessa più dare l’assalto al mondo. Siamo dei profughi, fuggiamo da noi stessi. Avevamo diciott’anni, e cominciavamo ad amare il mondo e l’esistenza: ci hanno costretti a spararle contro. La prima granata ci ha colpiti al cuore. Siamo esclusi ormai dall’attività, dal lavoro, dal progresso, non ci crediamo più. Crediamo nella guerra.” 

 “Così ce ne stiamo seduti l’uno di fronte all’altro, io e Kat, due soldati in giubbe logore intenti ad arrostire un’oca in piena notte. Non parliamo molto; eppure abbiamo l’uno per l’altro maggiori attenzioni di quante credo possano averne due innamorati. Siamo due uomini, due minuscole scintille di vita, e fuori è notte e regna la morte. Noi le sediamo accanto, minacciati e nascosti, le nostre mani sono coperte di grasso, nei nostri cuori ci sentiamo vicini e l’ora è come il luogo: luci e ombre delle nostre sensazioni oscillano qua e là con la fiamma del nostro fuocherello.”

 “Un piccolo soldato e una voce benevola, e se gli faceste una carezza, forse non vi capirebbe più: ha gli scarponi ai piedi e il cuore pieno di terra; e marcia così, e ha tutto dimenticato fuorché il marciare. Non sono forse fuori quelli all’orizzonte, e un paesaggio così quieto che gli viene voglia di piangere, al soldato? Non ci sono forse là immagini che lui non ha perduto perché non le ha mai possedute? Immagini che lo turbano, ma che per lui sono passate via? Non sono forse là i suoi vent’anni?” 

 “Per puro caso posso essere colpito e per puro caso rimanere in vita. In un rifugio a prova di bomba posso essere schiacciato e allo scoperto posso resistere incolume a dieci ore di fuoco tambureggiante. I soldati rimangono in vita soltanto per casualità; perciò ciascuno crede e ha fiducia nel caso.” 

 “E’ mattina, e ora al fuoco delle artiglierie si mescola l’esplosione delle bombarde. E’ la cosa più folle, più impressionante che si possa pensare. Dove cadono, le bombarde creano una fossa comune.”

 “E di nuovo bisogna aspettare, e aspettare… Durante la mattinata succede quello che già prevedevo. Una delle reclute ha una crisi. Da un pezzo mi ero accorto che digrignava i denti continuamente e serrava i pugni, e lo tenevo d’occhio. Li conosciamo bene, questi occhi disperati che sembrano schizzare dalle orbite! Solo in apparenza in queste ultime ore si era fatto più quieto: ma ora è crollato su se stesso come un albero marcio.” 

 “E’ un attacco di ansia da trincea, gli pare di soffocare e l’unico impulso è quello di uscire. Se lo lasciassimo fare, correrebbe allo scoperto senza ripararsi, chissà dove. Non sarebbe il primo.” 

 “Un’altra notte. La tensione ci ha intontiti. E’ una tensione mortale, che come un coltello male affilato ci graffia di continuo lungo la schiena. Le gambe non reggono più, le mani tremano, il corpo è come una epidermide sottile tesa sopra un delirio faticosamente represso, sopra un urlo interminabile che sta per prorompere senza ritegno. Non abbiamo più né carne né muscoli, non osiamo più nemmeno guardarci in faccia per paura di qualcosa di imprevedibile. Così stringiamo le labbra… passerà… deve… forse la scampiamo.” 

“Siamo diventati belve pericolose: non combattiamo, ci difendiamo dall’annientamento.” 

 “Il fuoco si sposta di cento metri in avanti e subito balziamo fuori di nuovo. Accanto a me, a un caporale viene tagliata la testa di netto. Fa ancora alcuni passi avanti mentre il sangue gli zampilla dal colle come una fontana.” 

 “Oh, quel ritornare all’attacco! Si è giunti al riparo nelle posizioni di riserva, si vorrebbe penetrarvi carponi, sparire; e invece bisogna girarsi e ritornare indietro, nell’orrore! Se in questo momento non fossimo degli automi, rimarremmo sdraiati, esauriti, privi di volontà. Invece siamo trascinati nuovamente in avanti, privi di volontà eppure selvaggi folli e furiosi; vogliamo uccidere poiché quelli di là sono ora i nostri nemici mortali, e i loro fucili, le loro granate sono diretti contro di noi, e se non li sterminiamo, stermineranno noi.” 

 “Non c’è silenzio al fronte, e il dominio del fronte giunge così lontano che non ne usciamo mai. Anche nei depositi arretrati e nei quartieri di riposo il ronzio e il sordo brontolio del fuoco persistono nelle nostre orecchie. Non siamo mai così lontani da non sentirlo più.” 

 “Non siamo più spensierati, ma atrocemente indifferenti. Saremmo lì, ma sapremmo viverci? Abbandonati come bambini, disillusi come anziani, siamo rozzi, tristi, superficiali. Io penso che siamo perduti.”

 “I miei pensieri non resistono senza un po’ di consolazione, senza un po’ di illusione, si confondono davanti alla nuda immagine della disperazione.” 

 “Le giornate sono calde, e i morti non hanno sepoltura. Non possiamo raccoglierli tutti, non sapremmo dove portarli. Alla fine li sotterrano le granate. Alcuni hanno le pance gonfie come palloni. Gorgogliano, ruttano e si muovono: è il gas di cui sono pieni. Il cielo è azzurro e senza nubi. La sera è afosa, e dalla terra sale la calura. Quando il vento soffia dalla nostra parte, porta l’odore del sangue, greve, dolciastro, nauseabondo; questo miasma di morte delle trincee, che pare un misto di cloroformio e di putrefazione, ci causa malessere e vomito.” 

“I loro volti smorti e ossuti, con la barba come una lanugine, hanno l’atroce assenza di espressione dei bambini morti.”

 “Vediamo vivere uomini a cui manca il cranio; vediamo correre soldati a cui un colpo ha falciato via entrambi i piedi e che incespicano, sui moncherini feriti, fino alla buca più vicina; un caporale percorre due chilometri sulle mani, trascinandosi dietro le ginocchia fracassate; un altro va al posto di medicazione premendo le mani contro gli intestini che traboccano; vediamo uomini senza bocca, senza mandibola, senza volto; troviamo uno che da due ore tiene stretta con i denti l’arteria del braccio per non dissanguarsi; il sole si leva, viene la notte, fischiano le granate, la vita giunge al termine. Ma quel pezzetto di terra sconvolta sul quale stiamo viene mantenuto contro i nemici più forti di noi: abbiamo ceduto solo poche centinaia di metri. Ma per ogni metro c’è un morto.” 

 “Tutto è questione di abitudine, anche la trincea.” 

 “Finché siamo qui in guerra, ogni giornata al fronte, a mano a mano che termina, precipita come una pietra nel profondo di noi stessi, troppo pesante per poterci riflettere subito. Se lo facessimo, ciascun giorno che finisce ci ucciderebbe; ho sempre osservato che l’orrore si può sopportare finché lo si evita semplicemente: ma uccide, quando ci si ripensa.” 

 “E io so che tutto ciò che affonda in noi, come una pietra, finché siamo in guerra, risalirà alle nostre menti a guerra finita, e solo allora comincerà la resa dei conti sulla vita e sulla morte. I giorni, le settimane, gli anni trascorsi in trincea ritorneranno, e i nostri camerati morti si alzeranno e marceranno al nostro fianco. Avremo la mente limpida e uno scopo; e così marceremo, con i nostri morti accanto a noi e con gli anni al fronte dietro le nostre spalle: ma contro di chi, contro chi?” 

 “E’ terribile, vero, laggiù, Paul? Mamma, che cosa dovrei risponderti? Non capirai, non potrai mai capire. Non devi capire. Mi chiedi se è terribile, mamma. Io scuoto la testa e rispondo: No, mamma, non tanto. Siamo in tanti, non è così male…” 

 “Che ne sarebbe di noi, se avessimo chiara la visione di ciò che avviene laggiù!” 

 “I libri sono uno accanto all’altro. Li riconosco, ricordo l’ordine in cui li ho disposti. Con lo sguardo li supplico: parlatemi – prendetemi con voi – prendimi con te, vita di un tempo – vita spensierata, bella – riprendimi… E aspetto, aspetto.”

 “Mi alzo e, stanco, guardo fuori dalla finestra. Poi prendo in mano uno dei libri e lo sfoglio con l’intenzione di leggere. ma subito lo ripongo e ne prendo un altro. Vi sono dei brani sottolineati. Cerco, sfoglio, prendo sempre nuovi libri; ormai nei ho un mucchio vicino a me. Ne prendo altri, affannosamente, e carte, quaderni, lettere.” 

 “Che cos’è la licenza? Una sosta che rende poi tutto più doloroso. Già ora vi si mescola il pensiero dell’addio. Mia madre mi guarda in silenzio – conta i giorni, lo so – ogni mattina è più triste. Un altro giorno in meno. Ha nascosto il mio zaino perché non vuole che le ricordi la mia partenza…” 

 “Quando si sono visti tanti morti, non si riesce più a comprendere un così grande dolore per un morto solo.” 

 “Ah, mamma mamma! Per te sarò sempre un bambino… Perché non posso appoggiare la testa sul tuo grembo, e piangere? Perché devo essere sempre il più forte e il più controllato, mentre vorrei anch’io una volta piangere e farmi consolare? Sono davvero poco più che un bambino, i miei calzoni corti stanno ancora appesi nell’armadio, è passato così poco tempo: perché tutto ciò se ne è andato per sempre?” 

 “Perdonami, compagno! Noi vediamo queste cose sempre troppo tardi. Perché non ci hanno mai detto che voi siete poveri cani proprio come noi, che le vostre mamme sono in angoscia per voi, come le nostre per noi, e che abbiamo lo stesso terrore e la stessa morte e la stessa sofferenza… Perdonami, compagno, come potevi tu essere mio nemico?” 

 “Dev’essere tutto falso e inconsistente, se migliaia di anni di civiltà non sono nemmeno riusciti a impedire che scorressero questi fiumi di sangue, che esistessero migliaia di queste prigioni di tortura. Soltanto l’ospedale mostra che cosa è la guerra. Io sono giovane, ho vent’anni, ma della vita non conosco altro che la disperazione, la morte, il terrore e la insensata superficialità unita a un abisso di sofferenze. Io vedo dei popoli spinti l’uno contro l’altro, e che senza una parola, inconsciamente, stupidamente, in una incolpevole obbedienza si uccidono a vicenda. Io vedo i più acuti intelletti del mondo inventare armi e parole perché tutto questo si perfezioni e duri più a lungo. E con me lo vedono tutti gli altri uomini della mia età, da questa parte e da quell’altra del fronte, in tutto il mondo. Lo vede e lo vive la mia generazione. Che faranno i nostri padri, quando un giorno sorgeremo e andremo davanti a loro a chiedere conto? Che cosa si aspettano da noi, quando verrà il tempo in cui non vi sarà guerra? Per anni e anni la nostra occupazione è stata quella di uccidere; è stata la nostra prima professione nella vita. Il nostro sapere della vita si limita alla morte. Che accadrà dopo? Che ne sarà di noi?” 

 “Estate 1918: mai la vita, pure in questa sua così miseranda parvenza, ci è sembrata più desiderabile di ora. papaveri rossi sui prati intorno ai nostri baraccamenti, lucidi insetti sui fili d’erba, calde serate nelle camere semibuie e fresche, alberi neri e misteriosi nel crepuscolo, stelle e fluire di acque, sogni e lunghi sonni. Oh vita, vita, vita!” 

 “Se fossimo tornati a casa nel 1916, dal dolore e falla forza delle nostre esperienze si sarebbe sprigionata la tempesta. Ritornando ora, siamo stanchi, depressi, consumati, privi di radici, privi di speranze. Non potremo mai più riprendere il nostro equilibrio. E neppure ci potranno capire.”

 “Mi alzo: sono contento. Vengano i mesi e gli anni, non mi porteranno via più nulla. Sono tanto solo, tanto privo di speranza che posso guardare dinanzi a me senza timore. La vita, che mi ha fatto attraversare questi anni, è ancora nelle mie mani e nei miei occhi. Se io abbia saputo dominarla, non so. Ma finché dura, si cercherà la sua strada, vi consenta o non vi consenta quell’essere che nel mio interno dice “io”.