sabato 7 marzo 2026

Le idi di marzo – Beau Willimon

“Ti ho manipolato. Come una pedina del cazzo.” 

 “Ecco… Sono già una nota a piè di pagina nella Storia.” 

 “Negli ultimi trentasette anni hanno corso per la presidenza settantuno candidati democratici. Quanti hanno vinto? Due. Il che significa che sessantanove politici si sono candidati pensando di avere una chance e invece hanno perso. Non c’è nessuno al mondo che sappia come si vince una campagna presidenziale.” 

 “Mi sono fatto strada verso Washington, una corsa elettorale dopo l’altra, e ho prestato la mia voce in cambio di questo Blackberry del cazzo, che è come una droga. E perché? Perché non volevo guidare un trattore per il resto della vita. Volevo essere qualcuno. Volevo cambiare il mondo. E’ questo che amo del mio lavoro. Ogni giorno ti dà la possibilità di fare la differenza.” 

 “Sono trent’anni che faccio questo mestiere e ho visto troppi democratici mangiare la polvere perché non volevano rotolarsi nel fango con gli elefanti.” 

 “Quelli come me ottengono le chiavi per la Casa Bianca. Se vuoi il tuo mazzo di chiavi devi imparare a lavorare per gente come me.” 

 “C’è una sola cosa che apprezzo in questo mondo, Steve, ed è la lealtà. Senza lealtà non sei niente e non hai nessuno. E in politica è l’unica valuta su cui puoi contare. E’ per questo che ti lascio andare. Non perché non sei abbastanza bravo. Diamine, sei il migliore. Ma per me la fiducia conta di più del talento. E di te non mi fido più.” 

 “Sei tu la causa dei tuoi mali. Sono state scelte tue. Se la tua ragazza ti ha lasciato è perché volevi questo lavoro più di quanto volessi lei. E hai cercato di manipolare anche lei con tutte quelle stronzate sulla relazione aperta. E adesso ti aspetti una ricompensa perché hai buttato nel cesso la tua vita privata per venire a lavorare per me?” 

 “Il desidero di vendetta rende imprevedibile la gente, Steve. Non posso lavorare con una persona imprevedibile.” 

 “Pensaci. Riesci ad arrivare alla Casa Bianca, ti fai i tuoi quattro anni, sempre che tu resista così a lungo, e poi? Scendi ogni mattina alla fermata di Farragut North e ti avvii stancamente al tuo ufficio in qualche società di consulenza con tutti gli altri politici finiti. Arrivi a quarant’anni senza accorgertene, poi a cinquanta, con così tante competizioni al tuo attivo che non ti ricordi nemmeno quali hai vinto e quali hai perso. Fa’ un favore a te stesso: escine ora. Se resti in questo ambiente troppo a lungo finirai per diventare una mezza cartuccia con il cuore di pietra.”

 “Il migliore addetto stampa del paese lavora nello staff del tuo concorrente. Cosa cerchi di fare? O riesci a ingaggiarlo oppure, se tu non puoi averlo, fai in modo che non lo abbia nemmeno la squadra nemica. Era un posizione comunque vincente per me. lavori per noi: fantastico. Paul ti perde. Oppure Paul ti licenzia e io non ti assumo: bene, Paul non ti ha comunque. Nel momento stesso in cui ti sei seduti su quella sedia, ieri, ho saputo di aver vinto.” 

 “Quella storia non conta un cazzo, perché non vedrà mai la luce del giorno.”

lunedì 2 marzo 2026

Un anno sull’altipiano – Emilio Lussu

“Alla fine maggio 1916, la mia brigata – reggimenti 399° e 400° – stava ancora sul Carso. Sin dall’inizio della guerra, essa aveva combattuto solo su quel fronte. Per noi, era diventato ormai insopportabile. Ogni palmo di terra di ricordava un combattimento o la tomba di un compagno caduto.” 

 “I contadini allontanati dalla loro terra, erano come naufraghi. Nessuno piangeva, ma i loro occhi guardavano assenti. Era il convoglio del dolore. I carri, lenti, sembravano un accompagnamento funebre. La nostra colonna cessò i canti e si fece silenziosa.” 

 “É da oltre un anno che io faccio la guerra, un po’ su tutti i fronti, e finora non ho visto in faccia un solo austriaco. Eppure ci uccidiamo a vicenda, tutti i giorni. Uccidersi senza conoscersi, senza neppure vedersi! É orribile! É per questo che ci ubriachiamo tutti, da una parte e dall’altra.” 

 “L’anima del combattente di questa guerra è l’alcool. Il primo motore è l’alcool. Perciò i soldati, nella loro infinita sapienza, lo chiamano benzina.” 

 “La situazione era difficile, e ce ne accorgemmo all’alba, quando gli austriaci aprirono il fuoco. Nell’ordine che c’era stato comunicato, era scritto: Bisogna rimanere aggrappati al terreno, con le unghie e con i denti. La frase, d’odore letterario, rendeva peraltro con sufficiente approssimazione la posizione di ciascuno di noi.” 

 “Tutto il terreno tremava sotto i nostri piedi. Un terremoto sconvolgeva la montagna. Anche adesso, a tanta distanza di tempo, mentre il nostro amor proprio, per un processo psicologico involontario, mette in rilievo, del passato, solo i sentimenti che ci sembrano i più nobili e accantona gli altri, io ricordo l’idea dominante di quei primi momenti. Più che un’idea, un’agitazione, una spinta istintiva: salvarsi.” 

 “Il bombardamento continuava, ma il battaglione teneva. Quanto abbia durato quel tiro io non saprei dirlo. Non l’avrei potuto dire neppure allora. Durante un’azione si perde la cognizione del tempo. Si crede di essere alle dieci del mattino e si è alle cinque del pomeriggio. Improvvisamente, una nostra mitragliatrice aprì il fuoco. Io mi levai per vedere. Gli austriaci attaccavano.” 

 “Noi vedevamo reparti interi cadere falciati. I compagni si spostavano, per non passare sui caduti. I battaglioni si ricomponevano. Il canto riprendeva. La marea avanzava.” 

 “Io sono destituito dal comando? Ma l’esercito italiano è comandato da austriaci! É una vergogna! Egli era furibondo. Ma, passato il furore, dovette decidersi ad ubbidire.”

 “Gli austriaci agitavano i fucili e i berretti, verso di noi. Hurrà! Io non mi rendevo conto di quella festa. Essa era qualcosa di più che la gioia per una posizione conquistata, senza contrasto. Perché tanto entusiasmo? Io mi voltai indietro e capii. Di fronte, tutta illuminata dal sole, come un immenso manto ricoperto di perle scintillanti, si stendeva la pianura veneta. Sotto, Bassano e il Brenta; e poi, più in fondo, a destra, Verona, Vicenza, Treviso, Padova. In fono, a sinistra, Venezia. Venezia!” 

 “Anche il generale si curvò. I soldati lo guardavano, con odio. É un eroe – commentò il generale. Un vero eroe. Quando egli si drizzò, i suoi occhi, nuovamente, si incontrarono con i miei. Fu un attimo. In quell’istante, mi ricordai d’aver visto quegli stessi occhi, freddi e roteanti, al manicomio della mia città, durante una visita che ci aveva fatto fare il nostro professore di medicina legale.” 

“I sei morti erano stesi a terra, uno a fianco all’altro. Noi li contemplavamo, pensierosi. Presto o tardi, sarebbe venuto, anche per noi, il nostro turno.” 

 “Quanto durasse quella nostra posizione, io non lo ricordo. In combattimento, si perde, la nozione del tempo, sempre.” “Il terreno circostante era ingombro di feriti. Ordini, grida, urla si levavano da ogni parte. V’era dovunque un aspetto di confusione e di terrore.” 

 “La guerra di posizione ricominciava. I sogni di manovra e vittoria fulminea svanivano. Bisognava ricominciare daccapo, come prima, sul Carso.” 

“Io ho dimenticato molte cose della guerra, ma non dimenticherò mai quel momento. Guardavo il mio amico sorridere, fra una boccata di fumo e l’altra. Dalla trincea nemica, partì un colpo isolato. Egli piegò la testa, la sigaretta fra le labbra e, da una macchia rossa, formatasi sulla fronte, sgorgò un filo di sangue. Lentamente, egli piegò su sé stesso, e cadde sui miei piedi. Io lo raccolsi morto.” 

 “Avevo con me tutti i soldati veterani del Carso e non avevo bisogno di dare molte spiegazioni. All’ora fissata, bevuto il cognac, uscimmo dalle trincee…” 

 “Per chi non sia abituato, fa una certa impressione abbandonare il riparo della trincea, uscire e trovarsi allo scoperto, di fronte ai tiri di fucile delle vedette nemiche.” 

 “Le mitragliatrici falciarono le prime ondate e il battaglione non arrivò neppure alle trincee. Per tutta la giornata, nella stretta vallata, non si sentivano che i lamenti dei feriti.” 

 “Ci preferiscono affamati, assetati e disperati. Così, non ci fanno desiderare la vita. Quanto più miserabili siamo, meglio è per loro. Così, per noi è lo stesso che siamo morti o che siamo vivi.” 

 “Di tutti i momenti della guerra, quello precedente l’assalto era il più terribile. L’assalto! Dove si andava? Si abbandonavano i ripari e si usciva. Dove? Le mitragliatrici, tutte, sdraiate sul ventre imbottito di cartucce, ci aspettavano. Chi non ha conosciuto quegli istanti, non ha conosciuto la guerra.” 

 “Due soldati si mossero ed io lividi, uno a fianco dell’altro, aggiustarsi il fucile sotto il mento. Uno si curvò, fece partire il colpo e si accovacciò su se stesso. L’altro l’imitò e stramazzò accanto al primo. Era codardia, coraggio pazzia? Il primo era un veterano del Carso.” 

 “Che noi avessimo gridato o no, le mitragliatrici nemiche ci attendevano. Appena oltrepassammo una striscia di terreno roccioso ed incominciammo la discesa verso la vallata, scoperti, esse aprirono il fuoco. Le nostre grida furono coperte dalle loro raffiche. A me sembrò che contro di noi tirassero dieci mitragliatrici, talmente il terreno fu attraversato da scoppi e da sibili. I soldati colpiti cadevano pesantemente come se fossero stati precipitati dagli alberi.”

 “Io guardai verso le trincee nemiche. I difensori non erano nascosti, dietro le trincee. Erano tutti in piedi e sporgevano oltre la trincea. Essi si sentivano sicuri. Parecchi erano addirittura dritti sui parapetti. Tutti sparavano su di noi, puntando calmi, come in piazza d’armi.” 

 “Il capitano stette sull’attenti finché il generale non scomparve. Rimasto solo con noi, si sedette e pianse tutta la notte, senza riuscire a pronunziare una parola.” 

 “Io ho paura di diventare pazzo, – mi disse. – Io divento pazzo. Un giorno o l’altro, io mi uccido. Bisogna uccidersi. Io non seppi dirgli niente. Anch’io sentivo delle ondate di follia avvicinarsi e sparire. A tratti, sentivo il cervello sciaguattare nella scatola cranica, come l’acqua agitata in una bottiglia.” 

 “La vita di trincea, anche se dura, è un’inezia di fronte a un assalto. Il dramma della guerra è l’assalto. La morte è un avvenimento normale e si muore senza spavento. Ma la coscienza della morte, la certezza della morte inevitabile, rende tragiche le ore che la precedono.” 

 “Dalla fine di maggio, non c’era arrivato in linea un solo pezzo di vestiario. Chi più chi meno, eravamo un po’ tutti vestiti come vagabondi.” 

 “Noi vogliamo vivere, vivere, vivere. Bere e vivere. Cognac. Dormire e vivere e cognac. Stare all’ombra e vivere. E ancora del cognac. E non pensare a niente. Perché, se dovessimo pensare a qualcosa, dovremmo ucciderci l’un l’altro e finirla una volta per sempre.” 

 “Eravamo giunto all’altezza del comando del 1° battaglione, quando ci arrivò la notizia che il generale Leone era morto, colpito al petto da una pallottola esplosiva. Perché non chiamare le cose con il loro vero nome? Fu una gioia, un tripudio.” 

 “Una vita sconosciuta si mostrava improvvisamente ai nostri occhi. Quelle trincee, che pure noi avevamo attaccato tante volte inutilmente, così viva ne era stata la resistenza, avevano poi finito con l’apparirci inanimate, come cose lugubri, inabitate da viventi, rifugio di fantasmi misteriosi e terribili. Ora si mostravano a noi, nella loro vera vita. Il nemico, il nemico, gli austriaci, gli austriaci!… Ecco il nemico ed ecco gli austriaci. Uomini e soldati come noi, fatti come noi, in uniforme come noi, che ora si muovevano, parlavano e prendevano il caffè, proprio come stavano facendo, dietro di noi, in quell’ora stessa, i nostri stessi compagni! Strana cosa.” 

 “Bastava che premessi il grilletto: egli sarebbe stramazzato al suolo. Questa certezza che la sua vita dipendesse dalla mia volontà, mi rese esitante. Avevo di fronte un uomo. Un uomo! Un uomo!” 

 “In guerra, chi è un metro avanti considera gli altri al sicuro.” 

 “Trovai il babbo molto invecchiato. Lo avevo sempre creduto un uomo forte. Mi accorsi subito che non era più lo stesso. Egli era depresso e non nascondeva il suo scoraggiamento. Noi eravamo i soli figli e tutti e due in fanteria. Non si faceva più illusioni. Non sperava che noi potessimo rientrare sani e salvi dalla guerra.” 

 “Cercai il comandante del battaglione, e lo trovai, come gli altri, nel fango. Anch’egli beveva.”

 “Noi siamo professionisti della guerra e non ci possiamo lamentare se siamo obbligati a farla. Ma, quando siamo pronti per un combattimento, e, all’ultimo momento, arriva l’ordine di sospenderlo, glielo dico io, mi creda, si può essere coraggiosi finché si vuole, ma fa piacere. Sono questi, lealmente, i più bei momenti della guerra.” 

 “Non è la guerra di fanterie contro fanterie, di artiglierie contro artiglierie. E’ la guerra di cantine contro cantine, barili contro barili, bottiglie contro bottiglie.”